venerdì 22 agosto 2014

Ho dimenticato ogni cosa.
Ogni giorno dimentico cose a mazzi: cento mille cose che si staccano da me come fossero polvere, come fossero sporcizia, come qualcosa che, perso l'appiglio, turbina un poco nell'aria prima di sparire, spostata da vento e che nel vento si consuma.
Subito, ho dimenticato cosa ero.
Dimentico quello che devo fare e quello che ho fatto.
Vago sospesa dimenticando qualcosa ogni minuto.
Mi guardo indietro e già non vedo più nulla di quello che solo un secondo fa era dietro di me, affianco a me. 
Ho dimenticato le persone a cui ho voluto bene e anche il perché ho voluto loro bene.
Ogni tanto l'oblio mi porta a chiedermi come sia stato possibile per me provare quei sentimenti tanto forti da durare tanto a lungo.
Ho dimenticato le persone che ho odiato, ne ricordo soltanto una, ancora.
Dimentico cosa ho appena pensato e quello che mi ero ricordata di dover fare.
Dimentico dove ho messo le cose e anche le cose che mi ricordavo di avere.

Ho dimenticato le cose che mi piacevano, la musica, i film, le fotografie.
Mazzi di ricordi volano dietro le mie spalle come fogli di giornale, sporchi, spiegazzati, illeggibili.

Dimentico il mio nome, soprattutto quando me lo chiede qualcuno che non mi conosce.
Ho dimenticato i nomi che ho avuto: i nomi teneri dati dalle persone che mi hanno amato e quelli freddi, impersonali delle qualifiche lavorative.
Al mattino mi sveglio senza ricordare che giorno sia o che mese o che anno, poi le date mi si rivelano sempre perchè è il tempo il mio nemico.
Vivo, parlo, cammino, dico oggi, dico domani, ma ho dimenticato il significato di queste espressioni, nessuno lo sa, nessuno lo può sapere. Solo io so quello che ho scordato.
Ho dimenticato addirittura pezzi del mio corpo, che mi restano per fortuna attaccati, se no sarei davvero un buffo spettacolo itinerante.
Ho dimenticato qualsiasi cosa tranne l'unica che, se ci riuscissi, mi permetterebbe di sopravvivere.

domenica 13 luglio 2014

Questa domenica pomeriggio.
Questo mese di luglio.
Sono un'ombra che si posa intorno ai miei occhi. 
Come un velo grigio, come un'ovatta sporca che si è raggruppata ai lati della mia vista e che mi opprime. Qualcosa che limita la mia visione periferica.
Intorno a me ma non molto vicino, nella stanza di una casa di un condominio giallino, c'è qualcuno che suona un pianoforte.
Mi viene in mente che possa essere un ragazzo perchè suona una musica che mi sembra maschile, ma, in realtà potrebbe essere chiunque.
Sono grata dell'esistenza di questo suono, io che mi infastidisco di ogni cosa, che ogni manifestazione dell'esistenza dei miei vicini mi nevrotizza. 
Mi sento accompagnata e la musica, con le sue pause e le sue ripetizioni, come se chi suona stia imparando e ripeta più volte un passaggio difficile, mi rende tangibile il tempo e me lo fa passare.
Appena la musica si interrompe il tempo sparisce, si ferma, viene inghiottito oppure si inghiotte da solo.
Il tempo finisce e torna ad essere l'ovatta grigia ai lati dei miei occhi.
Al centro del mio sguardo, l'unica cosa che sono capace di mettere a fuoco, non è altro che quello che non vedo più.

domenica 6 luglio 2014

Ricordo tutto. Ricordo ogni cosa.
Ogni cosa vissuta.
Ricordo anche i miei pensieri e le mie fantasie.
Spesso mi capita di ricordare anche le immagini che ho prodotto nei miei sogni. 
Qualche volta in un sogno mi è capitato di ricordare qualcosa che avevo sognato tempo prima.

Ora, ora che il tempo, e con esso il senso, mi ha abbandonato, mi capita di confondermi, di domandarmi se qualcosa che ricordo l'abbia vissuta o solo immaginata.
Vivo in un miscuglio di ricordi e di pensieri e di pontificazioni sui ricordi, e sui pensieri.
Un garbuglio faticoso e inestricabile.
Soprattutto inutile da districare.

Così, ricordo un momento, un pomeriggio, il pomeriggio del giorno in cui compivo 40 anni. 
Il tempo era brutto, pioveva, faceva vento e freddo. 
Avevamo appuntamento sotto il ponte di Port'Alba, io uscivo dal lavoro, dovevamo andare a comprare il tuo regalo per me.
Ti trovai con delle enormi buste piene di libri che non avevi potuto fare a meno di comprare: Port'Alba era il tuo regno, il tuo sogno proibito di lettore compulsivo.
Trascinammo con noi queste enormi buste pesantissime sotto la pioggia, sotto l'ombrello, sembravamo dei profughi sbarcati con le proprie cose, i propri relitti.
Mi ricordo di avere pensato, nel momento in cui ti ho visto che mi aspettavi insieme alle buste, di avere pensato che ce la stavo facendo, che stavo trovando con te il modo in cui potevo vivere. 
Che era un modo assurdo, ma per me funzionava.
Che vedevo la luce in fondo al tunnel che fino a quel momento era stata la mia vita.
Fu un bel compleanno.
Quello che non sapevo era che la luce che vedevo non era  quella in fondo al tunnel ma quella prima di entrare nel tunnel successivo, quello definitivo.
Poco più di un mese dopo si è avviata la catastrofe che mi ha portato qui.

Quella scena, quei pensieri, quel ricordo, si confondono l'uno sugli altri, si sovrappongono alle fotografie e al tentativo di salvare tutto quanto dalla confusione.

Che fatica.
Inutile. 



venerdì 30 maggio 2014

Come è possibile che tu non mi senta gridare.
Come è possibile.
Eppure io sono qui.
Le mie urla girano a vuoto come le pale di questo ventilatore bianco.
Sono in fondo a questo cerchio di sabbia e grido.
A te. 
Come è possibile che tu, unica creatura umana che abbia mai avuto orecchie capaci di sentirmi, come  è possibile, come fai adesso a non sentire.
Se è vero che le cose esistono.
Se è vero che i pensieri si formano nella carne umana.
Se c'è mai stato qualcosa di vero.

In questo cerchio che mi gira intorno piatto, pacifico, inconsistente come un abisso. Io sto urlando.

Due giorni, due anni. Oppure venti. Anni.
L'inutile agonia del tempo.





domenica 2 marzo 2014

Come se fosse ancora possibile incontrarti. Come se ci fosse ancora una speranza che non c'è. 
Come se voltando un angolo del tempo il dolore e il rancore potessero sparire.
Occhi miei, vita mia.

martedì 8 ottobre 2013

Breve (e triste) storia di un paio di scarpe


Ovvero di come anche un inanimato paio di scarpe possa essere travolto da un insolito destino

  Un sabato mattina di maggio, il 5 maggio 2012 (eh lo so, come faccio a ricordarmi così le date, è sicuramente un sintomo delle mie patologie mentali), era una mattina piovosa e grigia come oggi, ma io la ricordo come una delle mattine più belle del mio ultimo tempo.
Ero in quel paese, triste e piovoso anche lui, dove meditavo di trasferirmi e dove passavo parecchio tempo già da molti anni ma dove mi ero sempre sentita un'estranea. Ci passavo raramente e sempre di corsa, entravo in un negozio, in farmacia, prendevo un pessimo caffè, ma non conoscevo nessuno, le persone mi guardavano e mi riconoscevano come una forestiera, era sempre una sensazione straniante e un po' triste, soprattutto per una come me che nella mia città sono abituata a parlare con tutti.
Nell'ultimo mese però erano successe parecchie cose nuove, o almeno a me sembrava che fossero successe, pensavo che fosse arrivato il momento che aspettavo da tempo. 
Saremo stati meglio, avremo potuto guardare un poco di futuro, pensavo, non un futuro enorme, ma giusto quel poco che ci serviva.
Poiché ero molto contenta decisi che potevo concedermi di fare un piccolo acquisto che meditavo già da un poco. Un paio di Superga blu, come le portavo quando ero ragazzina. 
Mi sembravano adatte per essere usate nella casa e nel giardino dove spesso mi trovavo a vivere e le comprai per lasciarle lì per quando fossi tornata la prossima volta. L'estate sarebbe presto arrivata e forse avrebbe portato qualcosa di buono. Era decisamente una mattina che mi sentivo ottimista, avevo al mio fianco il mio uomo che si apriva ad una nuova vita e io ero con lui. Era il momento che aspettavo da anni.
Entrai nel negozio di scarpe e riuscii addirittura a fare due chiacchiere con il negoziante, tornerò a trovarla, gli dissi andando via con il pacchetto fra le mani.
Ma l'ottimismo, si sa, fa male, soprattutto a chi non ci è abituato, come me.
Infatti pochi giorni dopo ripartii e lasciai le mie scarpe nuove nella loro scatola, e il mio fidanzato, che sembrava nuovo anche lui, sul marciapiedi della stazione, avrei ritrovato entrambi al mio ritorno, che sarebbe avvenuto di lì a poco.
Non sapevo che non sarei tornata mai più, me lo disse il telefono in un confuso balbettio.
Le scarpe, insieme ad alcune tristi vestigia della mia vita distrutta, mi furono dopo alcuni mesi restituite.
Adesso, sono nel mio armadio. 
Le vedo ogni mattina quando lo apro. 
Sembrano guardarmi. Mi chiedono di uscire a fare una passeggiata. Sono nuove, fiammanti, vorrebbero consumarsi un poco.
Qualche volta ci ho provato a metterle e portarle a spasso. 
Ma mi sembrano così pesanti così estranee, che non riesco a camminare, torno a casa e le tolgo, e le rimetto nell'armadio.
Ci proverò un'altra volta, le metterò per un tragitto breve, penso.
Povere scarpette blu involontarie testimoni di una catastrofe. 
Un po' come quelle scarpe nelle foto dei disastri, che tristezza che fanno, abbandonate, spaiate, distrutte insieme alla vita dei loro proprietari che si immagina finiti chissà dove, scalzi oppure, peggio, con una scarpa sola.
Stamattina pioveva, le ho messe lo stesso. 
Sono uscita, sono tornata, le ho rimesse nell'armadio, scarpe pesanti, niente da fare. 
Resteranno lì probabilmente per sempre, perché di questo passo non si consumeranno mai, come me, resteranno vittime di un incantesimo, le scarpe della Bella Addormentata.






mercoledì 11 settembre 2013

Spazio

In questo tempo, che si sta facendo lungo ma che non passa né si muove né muta, ho capito una cosa che ha a che fare con lo spazio. 
Forse ho capito anche una cosa che ha a che fare con il tempo, ma questa è materia di un altro post, eventualmente. Dico eventualmente perché una delle prime cose che bisogna capire per vivere in un civile consorzio è qualcosa che ha a che fare con la pazienza altrui, cosa di cui non si deve mai abusare.
Ma torniamo alla faccenda dello spazio.
Dentro di me c'è uno spazio finito.
Non so quanto è grande, forse è enorme, forse invece è uno spazio piccolino.
Come se io fossi un armadio, quello in cui amavo nascondermi da bambina.
Come se fossi un ripostiglio, una valigia, un salvadanaio, un uovo, una scatola di cioccolatini.
Come se fossi un cassetto pieno di cianfrusaglie, una scatola piena di vecchie fotografie o di biscotti.
Come se fossi una persona con dentro diciamo un cuore. 
E in questo cuore uno spazio.
Prima nel mio spazio c'era posto per molte cose. 
Ce n'era un poco riservato a un amico, a un'amica, un altro riservato a un bel gruppo di amici considerati magari nel loro insieme.
Poi c'era lo spazio delle preoccupazioni, dei grattacapi, del lavoro, delle simpatie e delle antipatie.
C'era lo spazio per i genitori, la famiglia.
C'era quello delle speranze, dei sogni, dei desideri e quello delle paure e delle cose indesiderate.
Quello del sonno e dei sogni, quello degli interessi più o meno interessanti a seconda dei momenti.
Mi sembrava che fosse tanto ampio questo spazio e che la sua misura fosse più o meno in linea con quello che hanno tutti, chi più chi meno.
Non me ne sono mai preoccupata più di tanto, mi sembrava una dotazione standard, una RAM che poi ognuno riempiva come più gli conveniva.
Anche io ho avuto la mia RAM.
Ecco, in questo tempo che si sta facendo lungo ma che non passa né si muove, né muta, mi sono accorta che tutto il mio spazio è occupato. 
Personale al completo.
Il mio dolore occupa tutto lo spazio che ho ricevuto in dotazione.
Non ce n'è più per tutte le cose che lo riempivano.
Desideri, speranze preoccupazioni, sono tutti spariti, sono stati buttati fuori.
Un amico mi delude e io non provo nulla, prendo atto della delusione come se spuntassi una casella nella lista della spesa.
Una persona fa un gesto carino nei miei confronti, idem.
La lista potrebbe essere lunga ma più o meno la faccenda si capisce facilmente.
Certo tutta questa assenza un giorno si riempirà, e bla bla.
Lo so, le cose passano, i portoni si aprono eccetera.
So tutto.
Per il momento prendo atto e un po' mi incuriosisco di come sia possibile questa evenienza e di come sia possibile che duri così a lungo.
Comunque sia.
E qual è la cosa che ho imparato, allora?
Ho imparato che il dolore è l'unica cosa in grado di occupare tutto lo spazio che c'è dentro una persona, che non succede così per la gioia o per qualsiasi altro sentimento umano.
Ho imparato poi un'altra cosa a proposito del dolore, ma anche questa cosa semmai sarà materia di altro post.




martedì 25 giugno 2013

Persiane

È tantissimo che non scrivo.
Sono capitata qui e mi sono resa conto che è una vita che non ho scritto più.
E perché mi sono detta?
Perché le parole mi si sono chiuse, mi sono risposta.
Come gli occhi.
Che per me, ho pensato, le parole sono un po' come sono, per me, i miei occhi.
Che quando guardo le persone, le cose intorno, io un po' me le accarezzo, con gli occhi, se mi piacciono, le persone, voglio dire. Quelle che non mi piacciono non le guardo per niente.
Me le abbraccio, le persone che mi piacciono, mi ci affeziono, me le imparo, per prima cosa con gli occhi. 
E anche con le parole farei la stessa cosa, se mi riuscisse di dirgliele, quelle che vorrei dirgli, alle persone, che quasi mai mi riesce. 
Comunque, siccome in questi mesi gli occhi mi si sono chiusi, che non guardo più niente di quello che c'è intorno a me, che ho solo voglia di tirare calci, di rompere tutto, di prendere un coltello e di farmi qualche buco, qualche taglio, che poi non lo faccio ma ci penso spesso, che poi io sono la persona più debole del mondo e non farei nulla nemmeno se al momento giusto mi incontrassi col cattivo giusto, mi si sono chiuse anche le parole.
Come se fossero persiane.
A dire il vero le parole, come le persiane, mi si aprono solo di tanto in tanto. Gli occhi guardano e stanno zitti ed è più facile che non portino scompiglio, ma le parole no, quelle suonano e le persone quasi mai le intendono nel verso giusto, nel mio verso, verso quello che veramente voglio dire e sono.
Praticamente, pensavo, se alle persone che mi trovo intorno avessi detto quello che veramente avrei voluto, chi sa loro cosa avrebbero pensato.
Di certo conoscerebbero un'altra persona.
Io quell'altra persona lo sono stata solo con una persona.
Che siccome non c'è più, è meglio per me chiudere le persiane definitivamente, perché tanto lo so, è sempre andata così.


domenica 3 marzo 2013

Invece no

E' domenica.
Il tempo è bello.
Bisognerebbe uscire e andare a passeggiare in un parco bello e silenzioso.
Bisognerebbe potersi sdraiare su un quadratino d'erba, chiudere gli occhi e vedere quel colore rosa scuro attraverso le palpebre chiuse.
Bisognerebbe fare cose così, piccole e piacevoli.

martedì 19 febbraio 2013

Il bambino fatto di lacrime


C’era una volta una donna che sembrava una ragazza.
Glielo dicevano tutti: “Va là che sembri una ragazza!”, oppure “Di che ti lamenti che tanto sembri ancora una ragazza?”. Quindi potrei dire, per cominciare questa storia: c’era una volta una ragazza. Non lo dico però, perché sarebbe una bugia e la ragazza, opps, la donna, si arrabbierebbe. Mi direbbe: “Ho fatto tanta fatica per crescere che di forza non ne ho più, finalmente sono quello che dovevo essere, per quanto poco sia, e nessuno se ne accorge”.
La donna, però, era da parecchio che aveva smesso di arrabbiarsi per quello che dicevano gli altri, anzi gli altri, tutti gli altri, le passavano davanti agli occhi senza che lei neppure li vedesse, perché era molto occupata.
Era occupata ad essere triste.
Era talmente triste che il mondo tutto intero era sparito dai suoi occhi. Era rimasta sola in uno spazio bianco.
Questa sua tristezza la faceva piangere e piangere come una fontana.
Era diventato un bel problema, una cosa per cui prendere dei provvedimenti.
Portava sempre l’impermeabile anche dentro casa quando non doveva uscire, per non bagnare continuamente i vestiti e doversi cambiare; aveva trovato il sistema di mettere bacinelle e stracci in ogni stanza della casa con cui asciugare il pavimento e teneva sempre a portata di mano fazzoletti e asciugamani.
Vivere insieme a tutte queste lacrime era piuttosto complicato oltre che faticoso. Sì perché quando ad esempio nei film, si vedono le persone piangere, di solito una lacrima trasparente scorre sulle loro guance, gli occhi al massimo si arrossano un poco, loro si asciugano contegnosamente e la cosa risulta molto commovente ed educata.
Invece piangere nella realtà è molto più faticoso e risulta anche più spiacevole da vedere. Bisogna soffiarsi continuamente il naso. Nessuno studio clinico, che io sappia, si è mai occupato della schifosa relazione che intercorre tra le lacrime degli occhi e il muco del naso.
Comunque.
Passava il tempo ma la donna non smetteva di piangere.
Tutti le dicevano. “Ma dai smettila, che vuoi che sia, le cose passano e passeranno anche per te, piantala un po’, fai un corso di ceramica, di bricolage, di decoupage, di alta pasticceria, iscriviti a Master Chef, a X Factor, scrivi un libro di ricette, di racconti, di barzellette, candidati alle elezioni, impara a ricamare!”
Ma niente, la donna non smetteva.
Passavano i giorni e anche i mesi.
Un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro. Passò l’estate, venne l’autunno, Natale passò e se ne andò, stava quasi per tornare la primavera.
Passarono nove mesi.
Una mattina, svegliandosi, la donna trovò accanto al suo letto una piccola culla con dentro un bambino.
Era un bambino bellissimo, sembrava fatto di luce, sembrava fatto di vetro.
Aveva gli occhi luminosi e il sorriso di un bambino che sorride. Era fatto di lacrime.
Il bambino la guardava.
“E tu chi diavolo sei?” gli disse la donna, “come ci sei arrivato qui, accanto al mio letto?”
“Mi ha fatto tu con tutte le lacrime che hai versato in questi mesi.”
Il bambino saltò giù dalla culla, e fece due passi per la stanza.
“Perché piangi tanto? I vicini si saranno lamentati, gli avrai fatto le macchie sul soffitto.”
Era pure spiritoso.
“Piango perché ho perso la persona della mia vita” rispose lei.
“Lo sapevo, ho chiesto solo per fare conversazione” disse lui.
Era pure un po’ stronzo.
Bellino, fatto d’acqua, sorridente, ma un po’ stronzo.
“E hai intenzione di rimanere qui?”
“No, sono venuto per te. Fatti bella, io ti aspetto qui.”
La donna se ne andò nel bagno, si lavò con cura, si pettinò e si truccò, era bella nonostante gli occhi fossero stanchi dal troppo pianto. Si vestì, indossò un vestito e tutti i gioielli e gli anelli che le aveva regalato la sua persona.
“Sono pronta”, disse.
Il bambino le sorrise e le prese la mano, le disse: “Andiamo, vieni con me”.
Aprì la finestra.
Fuori l’aria era azzurra, il cielo limpido e freddo, ripulito dal vento del nord che soffiava piano, era un giorno ideale per i pescibanana.