Alla mia vita basta poco, pochissimo, per incepparsi.
Sono diventata una creatura evanescente, di cristallo, trasparente.
Lo sono sempre stata.
Lo so, non è che si diventa di cristallo tutto in un giorno, all'improvviso.
Lo sono sempre stata, evanescente.
Almeno, io ho sempre saputo di esserlo.
Non so se gli altri abbiano visto questa cosa in me, se la vedano tuttora oppure se non vedono nulla. Propendo per quest'ultima ipotesi.
Mi è addirittura capitato di sentirmi dire da qualcuno che la mia presenza lo rassicura, e che "tu sei una roccia".
Questo mi è bastato per capire che gli sguardi degli altri sono quello che sono, cioè sono occhi che si posano per vedere quello che serve a loro vedere.
E mi va bene anche così, che di sicuro sono così anche i miei sguardi.
Comunque sia io mi sento diventare sempre più evanescente, come una lastra di ghiaccio (già che siamo in tema di gelo).
In realtà non esisto quasi più, sono in un luogo che conosco solo io.
Faccio sempre più fatica a raccontare come passo le mie giornate, cosa faccio di me stessa.
La prima volta che non ho avuto lavoro, mi preoccupava che le persone quando mi incontravano o mi conoscevano mi avrebbero anche chiesto: "e tu che cosa fai? di che cosa ti occupi?"
Adesso poco me ne importa, ho abbastanza anni, da disinteressarmi del possibile giudizio altrui, ma mi mette in difficoltà la domanda: "cosa hai fatto oggi?"
Faccio delle cose, sì, come tutti, esco, rientro.
Leggo, scrivo.
Mi sveglio, mi addormento.
Penso, ricordo, immagino, aspetto.
Ma non so come mettere queste cose in forma narrativa, per gli altri.
Non è che puoi dire: "oggi mi sono svegliata, poi ho un po' pensato, ma nel pomeriggio mi sono proprio divertita immaginando un sacco."
Quindi oltre che fragile dal punto di vista narrativo, mi sento anche molto facile all'intoppo. Appena qualcosa si altera nel mio micro mondo, mi incasino, mi innervosisco e me la prendo con tutti i circostanti, i quali, non notando le minime perturbazioni, cominciano seriamente a farsi domande sulla mia pazzia.
Peggio per loro, peggio per me.
Tutto questo per dire che in questi giorni sono molto infastidita, nessuno sa perché, io sì, ma alla fin fine, a voi non importa gran che saperlo, e a me fa piuttosto fatica spiegarlo
preferireidino
martedì 7 febbraio 2012
martedì 31 gennaio 2012
Librerie che chiudono, amori lontani e la possibilità
Chiude una libreria nella mia città.
E', o meglio, era, una libreria antica, di proprietà una famiglia di librai napoletani. Quando io andavo a scuola, fino alla fine del mio liceo, quindi più o meno fino alla fine del 1990, nella città di librerie appartenenti a questa famiglia ce n'erano almeno cinque se mi ricordo bene, negli ultimi vent'anni hanno chiuso tutte, ora ne rimarrà aperta solo una, nel centro storico, la casa madre, sede anche della casa editrice.
La libreria che ha chiuso oggi si trova nel mio quartiere e io ho passato molti anni della mia vita avendola come punto di riferimento.
Molti sono stati gli articoli sui giornali, il dispiacere delle persone, le fotografie di scaffali vuoti, la giusta commozione dei proprietari, i napoletani che su Facebook si lamentavano e si strappavano i capelli.
Insomma tutta la retorica del caso.
Anche a me è dispiaciuto che una libreria grande e di lunga e gloriosa tradizione abbia chiuso.
Poi però ho pensato che era molto tempo che in quella libreria io non ci entravo più.
Ogni volta che negli ultimi tempi mi era venuto il desiderio di farmi venire un desiderio ed ero entrata lì dentro, ne ero uscita depressa e disgustata, con pensieri tristi che mi frullavano per la testa.
Quella libreria, come molte altre che non fanno parte di una grande catena distributiva, si era trasformata in una specie di bancarella.
Esposizioni sempre più scarne, libri spazzatura in bella vista, intere sezioni dedicate ai romanzi giovanili, al fantasy, e chi più ne ha più ne metta.
Bruno Vespa a Natale, Paolo Brosio e il suo misticismo idiota tutto l'anno, il calendario di Frate Indovino, la dieta tal dei tali, le ricette della televisione, la storia della vita di un calciatore, il folklore cittadino.
Per il resto, occhieggiavano abbandonati e con l'aria un po' triste, i soliti tascabili negli scaffali.
Certo il vero problema è che queste cose vengano stampate e che vengano pure vendute, però da una libreria, i lettori si aspettano qualcosa: il piacere di una scoperta, il consiglio accorto, l'esposizione di una casa editrice minore ma di qualità.
Insomma i lettori si aspettano un po' di amore per i libri.
Lo so, anche l'amore ha un prezzo.
I libri si devono vendere perché si deve pagare l'affitto a fine mese, ci sono i dipendenti, le bollette del negozio e di tutte le famiglie che dipendono dal negozio, quindi, pur di chiudere la giornata con un numero minimo di vendite ci si riduce a vendere spazzatura.
Paradossalmente è molto più facile trovare cose di qualità in una Feltrinelli piuttosto che in una libreria di quartiere.
In una catena si aiuta la qualità con la possibilità che offre la quantità.
Certo non è sempre così, ma a volte può esserlo.
In una piccola o media libreria, spesso, non c'è più nemmeno la possibilità.
Non dico e non voglio dire che sia sempre così, che non ci siano piccole librerie bellissime e piccoli librai coraggiosi (mi sembra di sentire parlare Ascanio Celestini: il piccolo fornaio, la piccola città), dove si trova ogni sorta di piccola delizia.
Non voglio generalizzare, perché il discorso sulla vendita dei libri è molto complesso e non sono io la persona giusta per farlo.
Io riporto quello che vedo girando nelle strade e per le librerie della mia città, che non è affatto una metropoli, e non è nemmeno una città che si potrebbe definire di provincia.
Quindi oggi la libreria del mio quartiere che esisteva da quarant'anni e dove anche io ho comprato molto fino a una decina di anni fa, ha chiuso.
Ma a chi mancherà quella libreria?
Io, temo che non mancherà a nessuno, perché i lettori l'avevano già abbandonata da tempo, e quelli che comprano libri di ricette di cucina da regalare alla suocera, le compreranno da qualche altra parte.
E', o meglio, era, una libreria antica, di proprietà una famiglia di librai napoletani. Quando io andavo a scuola, fino alla fine del mio liceo, quindi più o meno fino alla fine del 1990, nella città di librerie appartenenti a questa famiglia ce n'erano almeno cinque se mi ricordo bene, negli ultimi vent'anni hanno chiuso tutte, ora ne rimarrà aperta solo una, nel centro storico, la casa madre, sede anche della casa editrice.
La libreria che ha chiuso oggi si trova nel mio quartiere e io ho passato molti anni della mia vita avendola come punto di riferimento.
Molti sono stati gli articoli sui giornali, il dispiacere delle persone, le fotografie di scaffali vuoti, la giusta commozione dei proprietari, i napoletani che su Facebook si lamentavano e si strappavano i capelli.
Insomma tutta la retorica del caso.
Anche a me è dispiaciuto che una libreria grande e di lunga e gloriosa tradizione abbia chiuso.
Poi però ho pensato che era molto tempo che in quella libreria io non ci entravo più.
Ogni volta che negli ultimi tempi mi era venuto il desiderio di farmi venire un desiderio ed ero entrata lì dentro, ne ero uscita depressa e disgustata, con pensieri tristi che mi frullavano per la testa.
Quella libreria, come molte altre che non fanno parte di una grande catena distributiva, si era trasformata in una specie di bancarella.
Esposizioni sempre più scarne, libri spazzatura in bella vista, intere sezioni dedicate ai romanzi giovanili, al fantasy, e chi più ne ha più ne metta.
Bruno Vespa a Natale, Paolo Brosio e il suo misticismo idiota tutto l'anno, il calendario di Frate Indovino, la dieta tal dei tali, le ricette della televisione, la storia della vita di un calciatore, il folklore cittadino.
Per il resto, occhieggiavano abbandonati e con l'aria un po' triste, i soliti tascabili negli scaffali.
Certo il vero problema è che queste cose vengano stampate e che vengano pure vendute, però da una libreria, i lettori si aspettano qualcosa: il piacere di una scoperta, il consiglio accorto, l'esposizione di una casa editrice minore ma di qualità.
Insomma i lettori si aspettano un po' di amore per i libri.
Lo so, anche l'amore ha un prezzo.
I libri si devono vendere perché si deve pagare l'affitto a fine mese, ci sono i dipendenti, le bollette del negozio e di tutte le famiglie che dipendono dal negozio, quindi, pur di chiudere la giornata con un numero minimo di vendite ci si riduce a vendere spazzatura.
Paradossalmente è molto più facile trovare cose di qualità in una Feltrinelli piuttosto che in una libreria di quartiere.
In una catena si aiuta la qualità con la possibilità che offre la quantità.
Certo non è sempre così, ma a volte può esserlo.
In una piccola o media libreria, spesso, non c'è più nemmeno la possibilità.
Non dico e non voglio dire che sia sempre così, che non ci siano piccole librerie bellissime e piccoli librai coraggiosi (mi sembra di sentire parlare Ascanio Celestini: il piccolo fornaio, la piccola città), dove si trova ogni sorta di piccola delizia.
Non voglio generalizzare, perché il discorso sulla vendita dei libri è molto complesso e non sono io la persona giusta per farlo.
Io riporto quello che vedo girando nelle strade e per le librerie della mia città, che non è affatto una metropoli, e non è nemmeno una città che si potrebbe definire di provincia.
Quindi oggi la libreria del mio quartiere che esisteva da quarant'anni e dove anche io ho comprato molto fino a una decina di anni fa, ha chiuso.
Ma a chi mancherà quella libreria?
Io, temo che non mancherà a nessuno, perché i lettori l'avevano già abbandonata da tempo, e quelli che comprano libri di ricette di cucina da regalare alla suocera, le compreranno da qualche altra parte.
venerdì 27 gennaio 2012
Due lune, ci sono due lune
Passeggiavo, qualche giorno fa
per una strada che non percorro mai, per una strada che non mi piace, sempre
affollata da persone rumorose e sguaiate.
Cercavo di uscirne alla svelta,
era sera, volevo svincolarmi da quella folla, quando vedo venire nella direzione
opposta alla mia, una ragazza che conosco da tanti anni, ma che da molto tempo
non mi era più capitato di incontrare. Non proprio una mia amica, piuttosto una
conoscente, una persona che avevo dimenticato di avere dimenticato.
Ma guarda, ho pensato, allora
vive ancora qui, non è emigrata altrove come quasi tutto il resto dei miei
coetanei.
Giusto il tempo di riconoscerla e
ho notato che teneva per mano una bambina.
Che bello, ho pensato, ha avuto
una figlia. La bambina poteva avere quattro o cinque anni, la mamma, cioè la
mia amica dimenticata, la portava per mano e tutte e due camminavano, con passo
svelto, per tornare a casa.
La mia amica aveva uno sguardo
molto corrucciato, uno sguardo che ho imparato a riconoscere, quello delle
donne che mentre fanno una cosa stanno pensando ad altre cinque: “chi va a
prendere la bambina domani a scuola? Lo dico sempre a mio marito ma lui poi
finisce che si dimentica; la pastina al sugo l’ha mangiata stamattina, stasera
devo cucinare un po’ di carne; devo telefonare all’avvocato, mi devo ricordare
di pagare la bolletta domani prima di andare al lavoro; forse mia madre può
venire a tenerla se usciamo domani sera” cose del genere.
Insomma aveva quella tipica
espressione da mamma/moglie/donna che lavora.
Mi ha fatto piacere vederla e constatare
che vive, sta bene e la sua vita va in una direzione, qualunque essa sia.
Poi ho pensato che “prima”, un
prima non meglio identificato nel tempo, ci saremmo fermate, ci saremmo
scambiate un attimo, un saluto, un sorriso e i nostri occhi non sarebbero stati
frettolosi e un po’ infossati.
Soprattutto “prima” ci saremmo
chieste del nostro futuro: ciao, come stai, cosa fai, cosa farai, questo ci
saremmo dette. Ho pensato anche che era meglio che non avessimo avuto modo di
scambiare una parola, perché non avevo voglia ultimamente di sapere niente di
nessuno, né di raccontare niente di me. Poi però mi sono fermata un secondo e
mi sono chiesta che cosa è successo, cosa mi è capitato, da rendermi frettolosa
e poco incline alle improvvisazioni del caso, cosa è successo anche agli altri,
che corrono quanto me, che sono seccati e stanchi quanto me?
La risposta banale è che siamo
cresciuti, siamo diventati “grandi”.
E quando è successo, e perché io
non mi sono accorta di nulla?
All’improvviso i piccoli particolari
sono percettibilmente diversi, tutto intorno a noi sembra restato uguale,
stesse strade, stessi percorsi, stessi amici, stesse frasi dette e ridette,
stesse battute a cui si risponde sempre con le stesse risata, e poi? Siamo noi,
quelli di allora, che non siamo più gli stessi.
Ma la trasformazione quando è
avvenuta?
Io ho continuato a vivere ogni giorno,
a fare cose quotidiane, ad alzarmi, a lavorare a tornare a casa, e non mi sono
accorta di nulla.
Intorno a me, le cose mantenevano
le loro solite posizioni. Quando facevo l’appello delle forze del bene, erano
tutte lì a rassicurarmi contro le forze del male.
Ma non era vero, non era esattamente
così.
Erano lì senza esserci veramente.
Qualcosa si stava spostando in una direzione, senza che né lo spostamento né la
direzione fossero visibili.
Ora la direzione si sta mostrando
all’orizzonte.
Stiamo diventando adulti, lo
siamo belli e che diventati.
Stiamo ingrassando, le nostre
rughe di espressione si stanno accentuando. Siamo cominciando ad ammalarci, a
divorziare, a portare gonne più lunghe e scarpe più basse. I nostri amici
stanno perdendo i capelli e stanno mettendo su pancia.
I nostri occhi si fanno
sfuggenti, quando ci incontriamo non parliamo più del futuro, ma del passato,
quando va bene del presente presentissimo, più tardi, oggi, stasera, domani al
massimo. Ti trovo bene, sei proprio come eri.
Sì sì, vediamoci magari che mi fa
piacere.
lunedì 16 gennaio 2012
Splinder, lasciami andare!
Sto cercando di salvare il mio blog dalle grinfie di Splinder, che sta per chiudere e portare con se molti anni della mia vita.
Purtroppo i miei tentativi sono stati vani fin'ora.
Non sono un'esperta di HTML e il file di salvataggio dati prodotto da Splinder, che potrei importare in un'altra piattaforma ha degli errori che mi impediscono di completare la procedura.
Per salvare tutte le migliaia di parole che ho scritto con amore per tanto tempo, sono andata a sbirciare e mi sono messa a spulciare tra i post scritti.
Mi sono stupita ed emozionata. Ora sembra davvero troppo che me lo dica da sola, ma ero proprio bravina.
Anzi un po' di più.
Cosa mi sia successo, questo non lo so.
Improvvisamente qualcosa mi ha lasciato.
Quella freschezza, lo sguardo sulle cose, dove sono andati a finire.
Si sono nascosti dentro di me? Da qualche parte?
Sono scivolati giù in fondo, magari in un piede? In un dito del piede?
Oppure sono come evaporati, svaniti, si sono trasformati in piccolissime goccioline di vapore e, senza che me ne accorgessi, una mattina all'alba, sono volati via.
Mi sento più sola adesso, senza quei miei pezzetti, senza quella voglia, quel pizzicorino nelle dita.
Cerco a volte di evocarlo, chiudo gli occhi, mi strofino i polpastrelli, poso le dita sulla tastiera, ma succede ben poco.
Scrivo, ma quando rileggo mi trovo delusa, nelle parole che trovo manca qualcosa.
Mi dico, lo ritroverò.
Ne sono quasi sicura.
A volte.
Altre volte, invece, penso che si sia spento qualcosa per sempre.
Forse sono invecchiata, male, evidentemente, mi dico.
Allora lascio perdere, ma poi piano piano mi avvicino ancora, mi strofino i polpastrelli, faccio un bel respiro, chiudo gli occhi e tento il salto.
Spiccherò il volo ancora una volta?
martedì 13 dicembre 2011
Luminosa modernità
Lungo la strada che porta a casa mia c'è una scuola elementare. In realtà le scuole sono due, una materna e una elementare nello stesso edificio.
Quasi tutte le mattine ci passo accanto e sento le voci dei bambini e delle maestre.
Detto così sembra un piccolo idillio, ma la maggior parte delle volte i bambini urlano e le maestre cercano di urlare più forte di loro. Comunque sia, mi fa quasi sempre piacere sentire quelle piccole voci provenire dalle finestre.
Stamattina sono passata come al solito. I bambini stavano imparando la canzoncina di Natale.
Che bello, mi dico io, ascoltiamo i bambini cantare.
Così mi fermo e ... cosa sentono le mie orecchie?
Questo: "E' Natale e a Natale si può fare di piùùù".
Sì la canzone della pubblicità del pandoro Bauli.
Le maestre insegnavano e i bambini imparavano la canzone del pandoro. Da cantare la sera della vigilia di Natale alla mamma e al papà e magari pure a qualche nonno superstite.
Ora, io ho l'età per avere un figlio che frequenta quella scuola.
Mi immagino la scena.
Mio figlio torna a casa e mi dice: "sai mamma, a scuola abbiamo imparato la canzone di Natale!"
Io contenta, materna, fiera del pargolo biondo (i pargoli sono biondi per definizione) che ho messo al mondo: "che bello figliolo, perchè non me la fai sentire?"
E lui attacca: "E' Natale e a Natale si può dare di piùùù!"
E io? Che faccio? Mi strozzo, come minimo.
Ma dico, dove sono finite Bianco Natale, Tu scendi dalle stelle e tutto il repertorio parrocchiale che ci hanno fatto cantare per tutta la vita?
Mi si dirà che era giusto ora di cambiarlo. E sarei pure d'accordo. Ma con la canzone della pubblicità? Per di più del pandoro di Verona? Con il Signor Bauli vestito da Babbo Natale?
Cosa ne sarà di questi bambini quando, fra quarant'anni, presi dalla nostalgia della loro infanzia, scopriranno che a scuola gli insegnavano le canzoni delle pubblicità?
Io assorta in questi pensieri, sono tornata a casa intristita, immaginando le mamme che nel pomeriggio avrebbero ascoltato la canzone.
Che poi magari le mamme saranno contente, e loderanno i pargoli (i pargoli vengono lodati per definizione) e loderanno pure le maestre per questa luminosa e innovativa idea portatrice di modernità.
martedì 8 novembre 2011
Il groviglio esistenziale
Sentimenti, sensazioni, cose che provo in questi mesi.
Non necessariamente tutti contemporaneamente.
Non necessariamente in questo ordine che mi è venuto fuori piuttosto alla rinfusa.
Delusione, rabbia, rancore, incredulità, fastidio, nostalgia, sollievo, solitudine, dubbio, vergogna, paura, preoccupazione, inquietudine, gratitudine, amore, dispiacere, abbandono, senso di incapacità ad essere normali, disinteresse, disincanto, irritazione, noia, intorpidimento, ostinazione, spavalderia.
La quasi costante sensazione di nascondere una lacrima all'angolo dell'occhio sinistro, accompagnata dalla subitanea irritazione per la presenza della lacrima in questione, accompagnate entrambe da una crescente irritazione contro la lacrima, contro il mio occhio sinistro e in definitiva contro me stessa che li posseggo entrambi.
Mi rendo conto, rileggendolo, che è un elenco deplorevole, tuttavia, a una seconda riflessione, direi di non avere dimenticato nulla.
Questo mi porta alla scontata conclusione che, avendo prodotto tale groviglio di sentimenti deplorevoli, sono una persona psicolabile e niente affatto padrona di me.
Questa conclusione mi porta a riflettere un momento.
Dopo avere rimuginato un attimo sulla cosa, mi rendo conto che, in effetti, tutto questo lo sapevo già.
E' bello avere dei punti fermi nella vita.
martedì 11 ottobre 2011
Der Zauberberg
Se mi affaccio alla
finestra, davanti a me si dispiega un panorama dolce, verde, di erba, di
alberi, di siepi ben coltivate.
Le guardo come si guarderebbe un film.
Le guardo e mi sembra che il paesaggio, con la sua immobilità gentile, abbia saputo fermare il tempo. A guardare fuori, i giorni sembra che non passino per niente. Oppure che ogni giorno sia gemello del giorno prima. Uno scorrere senza arrivare alla fine delle cose.
Per me è un posto buono dove stare, che il tempo che passa mi procura generalmente angoscia.
Mi succede però che guardo fuori e, insieme alle siepi e ai peperoncini messi a seccare al sole, vedo distese davanti a me tutte le mie paure.
Penso che sia il troppo sole a fare brutti scherzi, è ancora troppo caldo, in questo ottobre anormale, per il clima e per me, allora ritorno dentro, nella penombra degli scuri accostati, nel silenzio della casa vuota.
No non era il sole, non era il troppo caldo di questo ottobre anormale. Eccole sedute intorno a me, non riesco a mandarle via. Ci sono proprio tutte, non ho bisogno di contarle, di farne l’appello, le riconosco alla prima occhiata, neanche una ha deciso di aspettarmi a casa mia, per il mio ritorno.
Cosa posso fare allora, nemmeno il grande cane bianco seduto accanto a me le vede, non abbaia per scacciarle, sbuffa indifferente alle sorti mie e di chi mi abita.
Le guardo come si guarderebbe un film.
Le guardo e mi sembra che il paesaggio, con la sua immobilità gentile, abbia saputo fermare il tempo. A guardare fuori, i giorni sembra che non passino per niente. Oppure che ogni giorno sia gemello del giorno prima. Uno scorrere senza arrivare alla fine delle cose.
Per me è un posto buono dove stare, che il tempo che passa mi procura generalmente angoscia.
Mi succede però che guardo fuori e, insieme alle siepi e ai peperoncini messi a seccare al sole, vedo distese davanti a me tutte le mie paure.
Penso che sia il troppo sole a fare brutti scherzi, è ancora troppo caldo, in questo ottobre anormale, per il clima e per me, allora ritorno dentro, nella penombra degli scuri accostati, nel silenzio della casa vuota.
No non era il sole, non era il troppo caldo di questo ottobre anormale. Eccole sedute intorno a me, non riesco a mandarle via. Ci sono proprio tutte, non ho bisogno di contarle, di farne l’appello, le riconosco alla prima occhiata, neanche una ha deciso di aspettarmi a casa mia, per il mio ritorno.
Cosa posso fare allora, nemmeno il grande cane bianco seduto accanto a me le vede, non abbaia per scacciarle, sbuffa indifferente alle sorti mie e di chi mi abita.
sabato 24 settembre 2011
Lo sguardo negli occhi degli altri
Poche sera fa sono uscita in
compagnia di tre donne: un’amica e due ragazze che non conoscevo, amiche della
mia amica. Siamo andate al cinema e poi a bere una cosa.
Sedute al nostro tavolo,
inevitabilmente i discorsi che abbiamo fatto sono stati i soliti che le donne fanno
quando si ritrovano tra di loro: uomini, fidanzati mariti e quant’altro.
Poiché due ragazze non le
conoscevo, loro mi hanno chiesto di me, di cosa faccio e cose del genere.
Arrivate alle fatidiche domande “sei sposata?” “hai figli?” io ho risposto di
no. Infatti non sono sposata e figli non ne ho.
Ho assistito, e non era la prima
volta, a reazioni completamente diverse da quelle a cui ero ormai abituata. Per
spiegare il cambiamento devo fare un passo indietro.
Dai trenta ai trentacinque anni
ho assistito ai matrimoni di tutte le donne che conosco: amiche, conoscenti,
amiche di conoscenti, parenti, non hanno fatto altro che sposarsi in massa. E
ogni volta che mi capitava di incontrarne qualcuna, oppure ogni volta che a una
cena l’argomento cadeva su questioni sentimentali, io ero oggetto di domande,
ammiccamenti, compatimenti di vario genere: “ma tu sei fidanzata/sposata?”; “ma
quando ti sposi?”; “non hai forse voglia di avere dei figli?” e tutte le possibili
variazioni sul tema. Erano sempre e solo le donne a chiedere, e alle mie
risposte assumevano espressioni del viso tra il compatimento di circostanza e
la velenosa e falsissima rassicurazione:
“vedrai prima o poi l’Amore busserà anche alla tua porta, come ha già fatto con
la nostra”.
Poi, dopo i matrimoni sono
cominciati i battesimi, anche quelli a raffiche. È incredibile la capacità
riproduttiva delle donne in tempi in cui si dice che siamo a crescita zero!
Ora certo non c’è da
sottovalutare che qui siamo al sud, che il matrimonio e la progenie sono ancora
cose che vanno per la maggiore. Vuoi perché tanto di lavoro non ce n’è, per cui
è più sicuro un matrimonio che un lavoro a tempo indeterminato mal pagato, vuoi
per antichi debiti con la tradizione che qui ci vuole mogli e madri, alla fine a
queste domande e a queste occhiatine mi ero abituata.
sabato 17 settembre 2011
Caro Amico
Caro Amico del Cuore,
è stato davvero bello ritrovarti
dopo tanto tempo.
Dopo la scuola, quando eravamo
compagni di banco, tre compagni di banco; dopo i viaggi fatti insieme, con
quello sparuto gruppo che si teneva insieme contro tutti e tutto; dopo l’università;
dopo il lento e inspiegabile allontanamento che prima o poi arriva anche senza
spiegazioni; dopo il lavoro che ti ha portato in un’altra città; dopo gli amori
felici e poi infelici.
Ti ho ritrovato uguale a come
eri, a quarant’anni, i nostri quarant’anni, ormai scoccati e più o meno
evidenti. E rivederti è stato anche rivedere gli altri, quelli del gruppo,
alcuni compagni di classe, altri no, ma comunque tutti compagni di un pezzo di
vita che credevamo importante, per lo meno allora. Il mio piacere di trovarvi ancora
insieme è stato tutt’uno con il dispiacere di non essere rimasta anche io con voi, con il chiedermi
perché sia successo e con il rispondermi che è successo perché io, in qualche
modo, non ero uguale a voi e oggi come allora me ne sono resa conto.
Mi addolorò allora e anche oggi,
il tuo allontanamento, e mi ha addolorato, in tutti questi anni trascorsi,
sapere che non era stato lo stesso con gli altri amici e che c’erano delle cose
di te che non hai mai voluto dirmi, chi sa per quale convinzione sbagliata che
avevi su di me.
Mi hai reso giustizia adesso,
presentandomi il tuo compagno, e lo hai fatto a modo tuo, e te ne sono
finalmente grata, dopo appena vent’anni che aspettavo che lo facessi.
So che probabilmente non ci
rivedremo, con te come con gli altri, e so che io continuerò a ricordare quegli
anni trascorsi insieme con la tenerezza che si deve ai ricordi della propria
adolescenza, dimenticando tutto il resto, quello che è venuto dopo.
Caro Amico, arrivederci, buona
vita.
mercoledì 14 settembre 2011
I quiz
Il momento è arrivato.
Lo aspettavo. Lo aspettavo con un po' di apprensione, con un pizzico di curiosità, ma soprattutto con un sentimento che ancora non ho saputo decifrare, forse semplicemente con la mancanza di curiosità di chi sa già bene di cosa si tratta.
Lo aspettavo. Lo aspettavo con un po' di apprensione, con un pizzico di curiosità, ma soprattutto con un sentimento che ancora non ho saputo decifrare, forse semplicemente con la mancanza di curiosità di chi sa già bene di cosa si tratta.
E' tornato per me il momento del quiz preselettivo.
Il quiz preselettivo è quanto di più umiliante e demenziale si possa chiedere a chi cerca lavoro sottoponendosi ad una procedura concorsuale.
Si chiede a qualcuno di rispondere a domande di cultura generale, storia, geografia, informatica, logica e quant'altro, in pochi minuti, in generale in un numero di minuti inferiore al numero delle domande.
Non è importante sapere nulla delle materie in oggetto, poichè il concorso a tutti gli effetti si svolgerà in un secondo momento, l'importante è dare modo alla commissione di fare una importante scrematura tra i sempre troppi partecipanti al concorso.
Quanti ne ho fatti, all'inizio della mia vita lavorativa di quiz preselettivi, sono stata radunata insieme a migliaia di persone in palasport, centri polifunzionali, alberghi. Ho preso treni, pullman, navette per arrivare, insieme a un enorme branco indistinto di persone, a mettere pallini e crocette su un foglio prestampato, e poi sono andata via, facendo la strada a ritroso, con la sensazione di avere perso momentaneamente l'identità, di essere diventata qualcosa di simile a un numero o a una statistica.
Una sensazione sempre spiacevole.
Quanto sono poi stata contenta di credere che non avrei dovuto più fare cose del genere quando poi ho trovato lavoro, privatamente, senza dovere vincere concorsi che non avrei vinto mai.
Adesso sono qui, con 2.500 quiz da imparare in pochi giorni, per poi sedermi ancora una volta a un tavolino di plastica per pochi minuti, per fare una scommessa sul mio futuro.
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