martedì 19 febbraio 2013

Il bambino fatto di lacrime


C’era una volta una donna che sembrava una ragazza.
Glielo dicevano tutti: “Va là che sembri una ragazza!”, oppure “Di che ti lamenti che tanto sembri ancora una ragazza?”. Quindi potrei dire, per cominciare questa storia: c’era una volta una ragazza. Non lo dico però, perché sarebbe una bugia e la ragazza, opps, la donna, si arrabbierebbe. Mi direbbe: “Ho fatto tanta fatica per crescere che di forza non ne ho più, finalmente sono quello che dovevo essere, per quanto poco sia, e nessuno se ne accorge”.
La donna, però, era da parecchio che aveva smesso di arrabbiarsi per quello che dicevano gli altri, anzi gli altri, tutti gli altri, le passavano davanti agli occhi senza che lei neppure li vedesse, perché era molto occupata.
Era occupata ad essere triste.
Era talmente triste che il mondo tutto intero era sparito dai suoi occhi. Era rimasta sola in uno spazio bianco.
Questa sua tristezza la faceva piangere e piangere come una fontana.
Era diventato un bel problema, una cosa per cui prendere dei provvedimenti.
Portava sempre l’impermeabile anche dentro casa quando non doveva uscire, per non bagnare continuamente i vestiti e doversi cambiare; aveva trovato il sistema di mettere bacinelle e stracci in ogni stanza della casa con cui asciugare il pavimento e teneva sempre a portata di mano fazzoletti e asciugamani.
Vivere insieme a tutte queste lacrime era piuttosto complicato oltre che faticoso. Sì perché quando ad esempio nei film, si vedono le persone piangere, di solito una lacrima trasparente scorre sulle loro guance, gli occhi al massimo si arrossano un poco, loro si asciugano contegnosamente e la cosa risulta molto commovente ed educata.
Invece piangere nella realtà è molto più faticoso e risulta anche più spiacevole da vedere. Bisogna soffiarsi continuamente il naso. Nessuno studio clinico, che io sappia, si è mai occupato della schifosa relazione che intercorre tra le lacrime degli occhi e il muco del naso.
Comunque.
Passava il tempo ma la donna non smetteva di piangere.
Tutti le dicevano. “Ma dai smettila, che vuoi che sia, le cose passano e passeranno anche per te, piantala un po’, fai un corso di ceramica, di bricolage, di decoupage, di alta pasticceria, iscriviti a Master Chef, a X Factor, scrivi un libro di ricette, di racconti, di barzellette, candidati alle elezioni, impara a ricamare!”
Ma niente, la donna non smetteva.
Passavano i giorni e anche i mesi.
Un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro. Passò l’estate, venne l’autunno, Natale passò e se ne andò, stava quasi per tornare la primavera.
Passarono nove mesi.
Una mattina, svegliandosi, la donna trovò accanto al suo letto una piccola culla con dentro un bambino.
Era un bambino bellissimo, sembrava fatto di luce, sembrava fatto di vetro.
Aveva gli occhi luminosi e il sorriso di un bambino che sorride. Era fatto di lacrime.
Il bambino la guardava.
“E tu chi diavolo sei?” gli disse la donna, “come ci sei arrivato qui, accanto al mio letto?”
“Mi ha fatto tu con tutte le lacrime che hai versato in questi mesi.”
Il bambino saltò giù dalla culla, e fece due passi per la stanza.
“Perché piangi tanto? I vicini si saranno lamentati, gli avrai fatto le macchie sul soffitto.”
Era pure spiritoso.
“Piango perché ho perso la persona della mia vita” rispose lei.
“Lo sapevo, ho chiesto solo per fare conversazione” disse lui.
Era pure un po’ stronzo.
Bellino, fatto d’acqua, sorridente, ma un po’ stronzo.
“E hai intenzione di rimanere qui?”
“No, sono venuto per te. Fatti bella, io ti aspetto qui.”
La donna se ne andò nel bagno, si lavò con cura, si pettinò e si truccò, era bella nonostante gli occhi fossero stanchi dal troppo pianto. Si vestì, indossò un vestito e tutti i gioielli e gli anelli che le aveva regalato la sua persona.
“Sono pronta”, disse.
Il bambino le sorrise e le prese la mano, le disse: “Andiamo, vieni con me”.
Aprì la finestra.
Fuori l’aria era azzurra, il cielo limpido e freddo, ripulito dal vento del nord che soffiava piano, era un giorno ideale per i pescibanana.

sabato 16 febbraio 2013

Superpoteri

Quanti fallimenti, quanti sbagli, quanti errori di valutazione, quante sviste, amore mio, lungo la mia strada, la strada che mi ha portato fino a te e ora fino a qui.
Dove qui è un punto senza coordinate nello spazio e nel tempo. 
Il mio limbo che si chiama qui.
Mi sono chiesta, così, per giocare un po' con me stessa: se avessi una specie di super potere, se avessi la possibilità di tornare indietro, in qualche punto della mia vita, e di riscriverne la storia per farlo andare meglio, per avere il mio lieto fine, quale punto riscriverei?
Così ho cominciato dalla fine, i momenti più vicini, e mi sono detta: certo, se non fossi stata licenziata... e ho immaginato che nulla fosse accaduto e ho cercato di fare andare avanti la storia da quel punto, per vedere se era stato quello il danno definitivo.
Ma, poiché le ore della notte, ahimè sono lunghe assai, il gioco a ritroso è continuato.
Mi sono detta che era proprio quel posto che non andava bene per me e che non ci sarei dovuta arrivare, così sono andata ancora indietro, al lavoro precedente e a quello prima. 
Se avessi vinto quel concorso? Come sarebbe stata la mia vita? O addirittura quello precedente? O uno di quelli che non mi ricordo più di avere fatto?
Se avessi detto di sì a quel ragazzo che mi corteggiava tanto?
Se avessi detto di no a quell'altro?
E così, ancora e ancora.
Quanti fallimenti, quanti sbagli amore mio, fino ad arrivare a te, e ad aspettare, questa volta, che fossi tu, a fallire con me.

giovedì 24 gennaio 2013

La mia vita e i libri

Perché mi lasci?
Lui scrisse: Io non so come vivere.
Neanch'io, ma sto tentando.
Non so come tentare.
C'erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero male a me.


Molto forte, incredibilmente vicino, J.S. Foer, Guanda, 2012.

martedì 22 gennaio 2013

E comunque, pare che il tempo passi


Il tempo passa inesorabile, le giornate stanno già cominciando ad allungarsi un’altra volta. 
È assurdo se penso che invece il mio tempo è fermo e che neanche mi sono accorta delle giornate che, dopo l’estate, tornavano a essere finalmente più corte. Dico finalmente perché tutti sanno che io odio l’estate e quelle sue interminabili giornate di luce, che non si sa cosa ci sia di bello da vedere, per quale motivo il giorno non debba mai finire dato che facciamo sempre le stesse cose sia con la luce che con il buio. Sì, sì, lo so che l’estate non è per gli uomini ma per le piante e per gli animali, ma francamente a me delle piante e degli animali me ne frega niente. 
Gli animali mi piacciono di più, ma solo quelli pelosi che si possono accarezzare, le piante invece, per quanto mi riguarda nemmeno mi accorgo se ci sono oppure no.
Ieri comunque ho notato che alle cinque non è più buio, come succedeva qualche giorno fa. L’ho notato con sgomento.
Che poi che cosa mi cambia, mi sono detta. Non lo so, mi sono risposta, in verità non mi cambia niente, mi dà solo un senso di disagio scoprire che il tempo non si ferma anche quando io lo percepisco fermo. Peggio per me, mi sono detta, il tempo se ne va per i fatti suoi, scorre, come un fiume, che metafora banale, nessuno lo può fermare, altra orrenda banalità. Per questo tutti sembrano affrettarsi ad andare da qualche parte. Pure io credevo di andarci, da qualche parte, invece ero ferma, immobile, e non lo sapevo. Che poi a pensarci bene credo di essere stata sempre immobile, nella mia vita, non mi doveva essere così difficile capire che anche questa volta era così. 
Vabbè, mi sono detta mentre constatavo che alle cinque del pomeriggio non è più buio come qualche giorno fa, mi sveglierò di colpo a cinquanta, sessant’anni e mi dirò che ho sprecato la mia vita. A quel punto impazzirò e comincerò ad adottare cani randagi, a dare da mangiare ai gatti per strada o, peggio ancora ai piccioni, quei disgustosi animali a cui gli anziani, non si sa per quale motivo di demenza senile, lasciano a terra negli angoli il pane spugnato nell’acqua. 
Che io da piccola, quando mi dicevano che chi va in prigione mangia pane e acqua, mi immaginavo qualcosa del genere, non il pane e l’acqua, ma il pane spugnato nell’acqua, farà parte della pena, pensavo, dovere mangiare questa schifezza, pensavo. 
Il mio piano comunque non è proprio questo, non vorrei arrivare alla senile coltivazione dei piccioni da strada né dei cani da appartamento, ma non ve lo posso rivelare, il piano, perché poi lo so già che ci mettereste tutti bocca e vorreste tutti sindacare, quindi niente, non si rivelano i piani.
Che poi pure l’idea di tutto questo tempo, fermo ma in movimento, di tutto questo avanzare di giorni sul calendario, di mesi e di stagioni tutte uguali, una dopo l’altra, cominciava a darmi un certo fastidio, per cui a un certo punto avevo deciso di darci un taglio. La cosa però non ha funzionato, e non sto qui a recriminare, ma evidentemente non è poi così semplice come si crede, darci un taglio.
Comunque non mi ricordo nemmeno perché l’ho cominciato tutto questo discorso, se non forse per dire che il tempo passa, come al solito. 
Tra l’altro fuori piove che dio la manda e io continuo a chiedermi come sia possibile. Non mi chiedo come sia possibile il fenomeno meteorologico della pioggia, naturalmente, essendo una cosa normale che si verifica d’inverno, un problema di masse d’aria che si spostano e così via, una di quelle cose che succedono nelle famose stagioni di cui sopra. D’inverno piove e fa freddo, si sa.
Guardo e ascolto la pioggia, e mi chiedo come sia stato possibile, come, come, come. 
Sono ostinata io quando mi faccio le domande, lo sanno tutti. E poi mi dico: ma è della tua vita che stiamo parlando? Di te? E allora come altro doveva andare scusa? Ma che sei scema? Ma davvero ci avevi creduto a quella stupida storia del principe azzurro, del compagno della vita? Ma sul serio ti dicevi che era stato un miracolo? Allora sei scema davvero, scusa. 
Lo dovresti sapere, le persone sono molto uguali ma anche un po’ diverse, se non fossero uguali non si potrebbero curare, né i loro corpi né le loro menti, quando si può curarli, non si potrebbero raggruppare per studiarli, né prevedere i loro comportamenti, hanno gli stessi dolori e le stesse gioie e le stesse speranze, tutto uguale, ma tutto leggermente diverso. In questo grande numero di leggere diversità ci sei anche tu. E dovresti ben conoscerti no? Infatti ti conosci. E quindi ammettilo serenamente. Lo hai ammesso? Bene. E allora, alla luce di questa serena ammissione, ancora ti domandi perché?
Smettila, lascia andare il tempo, almeno.

mercoledì 2 gennaio 2013

Ho sceso, dandoti il braccio...

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tutt'ora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale da Xenia II

Questo avrei voluto fare, scendere un milione di scale.
Da sola non sono più capace, né lo sono, in vero, mai stata.

martedì 18 dicembre 2012

Un giorno come un altro

Oggi è stato il giorno che abbiamo aspettato e sperato che arrivasse.
Il giorno che ci avrebbe dato una possibilità, la nostra prima vera e concreta possibilità.
Il giorno che, se tu ce l'avessi fatta, come spero sia successo, avremmo festeggiato e ci saremmo detti che ce la potevamo fare, che il più difficile doveva arrivare, ma ce la potevamo fare.
Il giorno che saremmo andati a dormire con una piccola speranza in più.
Questo giorno è arrivato e ormai è quasi finito. 
Ma il tempo aveva già mostrato la sua schiena e mi aveva già rivelato che il nostro futuro non è mai stato in grado di realizzarsi, e che la nostra possibilità era per qualcun altro che ne avrebbe fatto un uso migliore.
Mi avvicino alla sera e alla notte e me ne andrò a dormire fra non molto.
Oggi per me è stato un giorno come un altro.




venerdì 14 dicembre 2012

Caro Babbo Natale

Stamattina piove e la malinconia la fa da padrona, come in realtà fa anche quando non piove, quando tira o non tira vento, quando c'è il sole o la nebbia.
Che fra qualche giorno sarà Natale è impossibile cercare di dimenticarselo, ogni cosa intorno, ogni canzone alla radio, ogni vetrina di negozio, non fa altro che ricordarmelo, a me come a parecchi altri abitanti del globo, non a tutti per fortuna.
Così in questo clima da ultimo minuto, da imminente fine di qualcosa di imprecisato, mi sono ricordata che nel mio vecchio blog, che cominciai nel 2003, scrissi una letterina a Babbo Natale che riscosse un certo successo nella comunità virtuale che esisteva allora e che oggi non esiste più.
Il post risale appunto a nove anni fa, giorno più, giorno meno.
L'intenzione era quella di ripostarla su questo blog e quindi sono per prima cosa andata a cercarla.
L'ho trovata, l'ho riletta e sono rimasta stupefatta. 
La persona che scriveva allora era un'altra. 
Il tono, le parole, le pause, sono mie, le riconosco profondamente, eppure ormai non sono più mie.
Della ragazza di allora ricordo ogni cosa, i giorni, le sensazioni, i sentimenti, mi sono riaffiorati immediatamente alla mente: il lavoro che avevo, la mia scrivania, la strada che facevo ogni mattine e ogni sera, il telefono che squillava incessantemente, le persone che frequentavo, la routine quotidiana che mi schiacciava, eppure mi sembra che questi stessi ricordi mi siano lontanissimi, mi rivedo in terza persona, come se guardassi qualcosa alla televisione con me stessa come protagonista.
E' certamente per questo motivo, per questo distacco assoluto, per questa cesura profonda e non emendabile, che in alcuni momenti mi sembra impensabile e addirittura mi risulta fastidioso che alcune persone che mi stanno intorno vivano ancora come vivevamo insieme allora, pensino le stesse cose e si comportino negli stessi modi.
Allora cosa è rimasto di quella letterina a Babbo Natale di nove anni fa. 
Nulla credo.
Dovrei scriverne una nuova ma non è in mio potere, a Babbo Natale non ci credo più, finalmente, e alla mia età era pure venuto il momento.

Se a qualcuno è venuta una piccola curiosità la letterina la potete trovare qui.


domenica 18 novembre 2012

Ti direi

E ti racconterei che le foglie davanti alla mia finestra sono diventate tutte rosse ed è uno spettacolo.
Perché è autunno ormai, fra poco anche inverno, mentre io mi sento come se fosse ancora luglio; guardo i giorni passare e mi sembra che corrano così in fretta che in realtà si sono fermati in un momento del tempo imprecisato e immobile.
Ti direi che speravo di stare meglio quando l'autunno fosse finalmente arrivato perché è sempre stata la mia stagione preferita, quando tutto diventa più morbido e la natura smette di essere così furiosamente viva e si avvia con più gentilezza verso il momento in cui la possiamo dimenticare. Ma non sto meglio per niente e di questo autunno anormale nemmeno mi accorgo, nemmeno mi viene voglia di inveire contro il caldo appiccicoso che fa.
Perché il crepuscolo della sera che arriva così presto non mi porta nessun sollievo. Ricordo che mi piaceva guardare le luci che si accendono nelle case, dietro le tende.
Mi ricordo di molte cose di me che sono scomparse e mi chiedo se siano mai esistite.
Ti racconterei che passo alcuni pomeriggi in casa di amici, dove vedo e guardo e sono circondata da tutto quello che avrei voluto avere anche io, amici che per fortuna mi accolgono e mi consentono di  passare un tempo insieme, più lieve del tempo che si passa da soli, e preparo torte - sì è così, preparo torte - che vorrei che assaggiassi anche tu, le torte che immaginavo avrei preparato per te nei pomeriggi con il buio fuori.
Vengono proprio buone e profumate di casa e di famiglia. Ne taglio una fetta e immagino che tu la assaggi, seduto in una immaginaria cucina che mi irrita che anche nella fantasia assomigli alla cucina di casa tua mentre io vorrei che assomigliasse alla cucina di casa nostra, e mi dica se ti piace oppure no, invece la porto a casa mia, la sera tardi, avvolta nella carta stagnola.
La mangerà mio padre per colazione, in piedi, domani.
Ti direi che non andrò a votare alle primarie perché non ho più il senso del futuro e nemmeno del presente, perché sentire parlare Renzi mi disturba e perché Bersani è una persona concreta ma non sa da che parte cominciare e sentirlo dire parole che non corrispondono a cose mi spaventa. 
Ti vorrei raccontare dei calzettoni colorati e morbidi che ho comprato, e di un bambino simpatico e buffo con cui ho cenato ieri sera che mi ricordava non so perché un mio amico che conosci anche tu.
Ti direi che da quando si è aggiornato il sistema operativo dell'iphone ogni tanto parlo con Siri e mi fa ridere la sua voce seria da segretaria modello. Chi lo sa se lo fai anche tu. Fra qualche giorno sarà un anno da quando me lo regalasti, quella sera di novembre. 
Fra due giorni ci sarà l'inaugurazione dell'anno accademico e io non ci sarò, e sono contenta perché organizzarlo sarà stato un delirio tra presidenti di tutte le nazionalità e l'incompetenza istituzionalizzata, ma in qualche modo mi mancano le persone e mi manca non avere più un filo che mi lega a qualcosa, qualunque cosa sia.
Comunque sia oggi è domenica, anche questo ti volevo dire, non che sia poi così importante.

mercoledì 31 ottobre 2012

La notte del Grande Cocomero

Stanotte è la notte del Grande Cocomero.
Vorrei vederlo arrivare, chi sa se vola o cammina.
Forse galoppa. Sì, mi piacerebbe che galoppasse, come un deforme principe azzurro, con una testa enorme e il corpo magrissimo.
Come un principe azzurro del colore sbagliato.
Qui piove tanto che dovrà arrivare armato di ombrello.
Stanotte, se verrà, sarà per me.
Lo so.
Atterrerà e mi coprirà con il suo mantello fatto di foglie, mi terrà caldo e scuro e mi farà dormire.
Dormirò tanto a lungo e tanto profondamente che quando mi sveglierò non saprò più chi sono, non avrò più nome né passato né futuro.
Diventerò una foglia o un ago di pino, qualcosa che se punge non fa sanguinare, diventerò muschio oppure fungo.
Questo sarà il regalo del Grande Cocomero per me.






giovedì 11 ottobre 2012

Lotteria Italia

Ieri sera ho preso la funicolare che dal Vomero porta "giù Napoli" a via Toledo. O via Roma. 
E' quella una delle tante strade della città che ha molti nomi perché ha avuto molte vite. Si chiamava originariamente via Toledo, poi ha preso il nome di via Roma in tempi molto più recenti, poi, in omaggio alle cose antiche e al suo antico cuore il vecchio nome le è stato restituito con il risultato che ognuno la chiama come preferisce a seconda del suo cuore, dei suoi ricordi e delle sue consuetudini.
Avevo appuntamento con un'amica. Io come al solito ero in anticipo, lei un poco in ritardo. 
Così sono rimasta sulla strada ad aspettarla per una decina di minuti, forse di più.
Accanto a me c'era una bancarella. 
Non ci ho fatto subito caso perché su via Toledo, che io però preferisco chiamare via Roma, chi sa questa preferenza cosa rivela del mio cuore, c'è una tale confusione, un via vai impazzito e un numero di bancarelle, ambulanti e questuanti che impedisce di vedere alcunché.
Erano le sette e mezza ed era buio. 
Anche il buio che prima amavo tanto e che oggi mi spaventa e mi disorienta, come mi spaventa e mi disorienta ormai ogni cosa, forse mi ha impedito di rendermi immediatamente conto di quello che mi accadeva intorno. 
Guardavo ogni cosa senza vedere nulla.
Davo le spalle al piccolo banco che avevo notato appena arrivando, e una voce profonda e cavernosa mi ha fatto sobbalzare.
"Lotteria Italia!" chiamava una vecchia. 
Non è stato l'urlo che mi ha colpito ma il tono della voce. 
Un richiamo abituale, lanciato senza intonazione, con indifferenza, come si compie un servizio abusato, noioso, un atto dovuto.
Mi giro e vedo una signora con l'aspetto di una strega, i capelli bianchi e crespi, le mani nodose e le unghie acuminate.
Nonostante tutto, il suo sembrare una strega cattiva, la bancarella, il grido lanciato e la situazione in generale, era molto tranquilla e composta. 
Ogni tanto, mandava il suo richiamo "Lotteria Italia, lotteria!", altrimenti stava in silenzio e fissava un poco nel vuoto. Qualcuno si è avvicinato a comprare i biglietti.
A un certo punto, un altro ambulante, che vendeva cianfrusaglie, anche lui lanciando un richiamo che si confondeva nel rumore della strada, è passato davanti a noi e le ha fatto il verso. 
Lei si è un po' arrabbiata, un po' no e gli ha risposto per le rime.
Poi, siccome io stavo vicino a lei, si è rivolta a me per commentare l'accaduto: "E' un ragazzo scostumato, ma non è cattivo, ogni volta che passa mi sfotte" mi ha detto.
Io presa alla sprovvista le ho risposto: "Ci vuole pazienza con questi ragazzi, sono maleducati", e ho fatto per girarmi e per continuare a farmi i fatti miei.
Ma lei si vede che si era annoiata di stare lì sola, era buio ormai, forse stava per andare a casa. 
Voleva fare ancora due chiacchiere.
Ha chiamato, con quella sua voce roca e profonda il suo cagnolino: "Lady!" e subito Lady è apparsa scodinzolando. Un bastardino molto pulito, curato e con un bel collare.
Mi ha detto: "Sta con me da dieci anni, siamo io e lei da sole, la mattina mi sveglia e vuole subito uscire, se ne viene a via Roma a fare la passeggiata. E' molto intelligente, capisce tutto e si fa capire, mi accompagna sempre tutti i giorni al mio lavoro e poi la sera ce ne torniamo a casa. Adesso si è stancata e mi sta dicendo che se ne vuole andare."
Io ho fatto un po' di ciance al cane, poi è arrivata la mia amica. Ho salutato la signora e me ne sono andata per la mia strada.
Ma mi torna ancora in mente la sua voce, i suoi capelli bianchi e crespi, la sua compostezza.
Il cane, i biglietti della lotteria.
Non so nemmeno bene cosa ho pensato, cosa ancora adesso sto pensando.
Ho pensato a quella donna sola, mi sono chiesta come vive, probabilmente in un basso poco lontano, se c'è qualcuno che si preoccupa per lei, probabilmente no.
Non mi sembrava triste solo molto tranquilla, forse serenamente rassegnata alla sua vita, ai suoi biglietti della lotteria, alla sua solitudine e a quel richiamo che lanciava con la sua voce profonda ma indifferente.
Ho pensato a lei, a me, al destino, alla fine delle vite, ai cani e alla solitudine, alla mia città e a come si possa sopravvivere nei modi più strani e complicati, con l'aria che sia invece normale.
Ho pensato alla lotteria e a quei biglietti sistemati ordinatamente su un banco da niente messo in mezzo a una strada.
Questi pensieri mi mettono tristezza e nemmeno so perché.
Un tristezza che ha il sapore della sconfitta e della rassegnazione, come il tono di voce della signora, un tono senza intonazione, appunto.
La prossima volta che passo le compro un biglietto. 

mercoledì 3 ottobre 2012

I sassi bianchi

C'è un posto dove ho sempre desiderato portarti.
Una spiaggio bianca di sassi, con una montagna ripida, verde e marrone alle sue spalle.
Quello è il mio posto. 
La parte più bella e più serena della mia infanzia si è svolta laggiù, su quella spiaggia piena di sole.
Davanti ai miei occhi il mare, profondo, blu e quasi sempre gelato. 
Sotto i miei piedi di capretta degli scogli, sassi bianchi e polverosi, rotondi, duri, ma facili da addomesticare, almeno per la me stessa di allora.
Appena ti ho conosciuto e ti ho amato, ho desiderato portarti lì. 
Penso che volessi portare la me stessa di ora a guardare quella di allora, volevo unire la parte più bella del mio passato, con il mio sogno di futuro, con la mia speranza di vita.
Ho addirittura pensato, ma solo per un attimo molto piccolo, che se avessimo avuto dei bambini avremmo potuto portarli in vacanza lì.
Insomma volevo chiudere il famoso cerchio, se poi esistono cose del genere in natura.
Immaginavo che saremmo arrivati in macchina, percorrendo quella strada scavata nel fianco della montagna; a sinistra avremmo avuto le rocce, sempre in atto di cadere e trattenute da enormi reti di metallo, a destra lo strapiombo e sotto il mio mare.
Ci vedevo seduti in macchina, io al tuo fianco a raccontarti, ad aspettare di vedere i piccoli falchi marroni che sempre volano a caccia di qualcosa tra quelle rocce alte, tu alla guida, come una specie di principe azzurro che riporta a casa la sua principessa.
Sognavo di farti camminare sui sassi bianchi, ti avrebbero fatto male ai piedi di sicuro, te ne saresti lamentato e poi immaginavo che avremmo fatto il bagno insieme nel mio mare gelato dal quale io non volevo mai riemergere e nel quale ho imparato il sale che brucia negli occhi e arde le labbra e il freddo che fa raggrinzire i polpastrelli delle dita.
Anche dell'acqua così fredda ti saresti lamentato, questo è sicuro, a te non piacciono molto né il mare, né i sassi, ma forse per farmi contenta ci saresti stato, almeno un po'.
Volevo raccontarti e mostrarti tutto, le cose che amavo e che ancora amo nei ricordi, volevo e speravo che tutto fosse rimasto come allora.
Anche stanotte ho sognato di tornare laggiù con te.
Ma sono qui da sola e a tutti i sogni che non si realizzeranno aggiungo anche questo. 
Lo metto nella scatola dove ho conservato i sassi rotondi e bianchi di Acquafredda, per scoprire ogni volta che quando li portavo in città e li mettevo nella scatola perdevano la loro magia.
Loro, i sassi, resteranno qui con me, nella mia scatola, e anche tu ed io con loro.

 

domenica 9 settembre 2012

Il sogno di Scrooge

Ebenezer Scrooge. Chi non lo conosce?
E' il protagonista di Canto di Natale di Dickens.
Per me avrà sempre le fattezze di Zio Paperone con il suo bastone e il suo cappello che vessa Topolino e i suoi bambini, ma questo dipende dalla mia sciagurata infanzia fatta di cartoni animati e televisione. Lui invece è un degnissimo personaggio letterario, di quelli che vengono tirati spesso in ballo, come dei paradigmi o dei cliché.
E in quanto cliché mi è venuto giusto in mente qualche giorno fa, il caro vecchio Scrooge e il suo sogno, con il fantasma del Natale passato, presente e futuro.
Scrooge è un vecchio cattivo e avaro, solo al mondo perchè nessuno vuole stare con lui, che passa il suo tempo ad accumulare denaro e a fare lavorare come uno schiavo il suo segretario.
Poi, all'avvicinarsi dell'ennesimo Natale che Scrooge passerà da solo, un fantasma viene a visitare i suoi sogni e gli mostra tutta la sua vita. Quella passata, quella presente, quella futura.

In questi mesi anche io sono diventata come il vecchio cattivone, anche se non ho passato il mio tempo né ad accumulare denaro, né a vessare alcuno, e, senza riuscire mai veramente a dormire, ho fatto i miei sogni ad occhi aperti.
Non posso dire di essere stata visitata da un fantasma, anche se in un certo senso proprio di questo si tratta, ma anche io ho visto il passato, il presente e il futuro.
Il mio però, non quello di Scrooge.
Ogni giorno ne ho visto un pezzettino, ora dell'uno, ora dell'altro. Ho messo ordine, ho sistemato sequenze, ho spolverato tra gli episodi che avevo poggiati sulle mensole dei miei ricordi.
Anche a me non è piaciuto quello che ho visto.
C'erano errori, valutazioni affrettate, cambi di direzione improponibili.
Ogni cosa era mescolata a mancanza di volontà, superficialità, ignavia, pigrizia.
E poi ho visto il futuro.
Non è stato difficile, era lì, a portata di mano, solo io che so essere di una miopia favolosa quando voglio, ho potuto evitare di guardarlo per tanto tempo.
Di questo non racconterò, perchè quello che ho visto mi ha riempito di sgomento.
Non che ci fosse qualcosa di veramente nuovo.
L'unica novità è che tutto quello che ho sempre temuto, si è avverato un poco ogni giorno, e ora è qui con me.
Tutto quello che avevo creduto fosse frutto della mia spaventata fantasia di adolescente e poi di donna, si è disteso davanti ai miei occhi, mi ha fatto ciao con la manina, come fa un amico che non vedi da tanto tempo, a cui ti avvicini e dici: "Sei sempre uguale, sei proprio come ti ricordavo!".
Ecco, mi sono detta, è proprio come me lo ricordavo, anche se adesso è più sinistro di prima, solo perché è più vicino, gli posso vedere gli occhi, lo sguardo.

Scrooge a questo punto, di fronte all'orrida visione, decide di cambiare vita, di diventare buono, di fare amicizia con il suo scrivano e di passare il Natale con la sua famiglia.
Ma si sa Dickens faceva così, gli piacevano queste cose, la morale della storia e così via.
Io non sono una storia e quindi non ho nessuna morale, ho solo un inizio, uno svolgimento e una fine.

Io la vita l'ho già cambiata, mi sono detta, anche se non volevo, oppure forse no, non è così.
Forse sono tornata a quello che ero, prima di una bella parentesi.
Lei, la mia vita, oppure lui, il mio destino è sempre stato lì, vicino a me, come una macchia sulla pelle, come il fiore in bocca (oggi mi sento particolarmente letteraria e me ne scuso con me stessa e con chi dovesse leggere), come una leggera brezza che soffia per un attimo e porta con sé un veloce brivido sulla schiena a cui nessuno fa caso perché tanto è primavera, fa caldo e il brivido è già passato.
Adesso siamo qui e ci guardiamo in faccia.
Lui ha vinto, io ho perso.
Potessi interpellare Dickens gli chiederei di scrivere un finale più credibile, almeno per me, per il mio non essere storia, ma tant'è lui e Scrooge è da parecchio che se ne sono andati in braccio al fantasma.



giovedì 23 agosto 2012

Io tu e le cose

La sveglia con i caratteri luminosi sempre sul comodino, accanto alla sveglia il bicchiere, sempre lo stesso, il mio bicchiere, pieno d'acqua per il caso che abbia sete di notte.
Nella presa di corrente poco lontano la lucina rossa che si usa per i bambini che hanno paura del buio, perché anche io sono una bambina che ha paura del buio.
Nella borsa una serie di oggetti utili, dalle pillole per il mal di testa, al filo interdentale, passando attraverso penne, biglietti per l'autobus di varie città, un quadernino, lo stick per le punture delle zanzare e l'autan, un ventaglio d'estate, una sciarpa e dei guanti d'inverno, il burro di cacao, la rubrica con i numeri di telefono in caso non possa usare o dimentichi il cellulare e chiaramente il cellulare, in alcuni momenti ne ho addirittura avuti due.
Ho delle borse enormi e spesso molto pesanti.
L'elenco di oggetti diventa quasi infinito quando preparo le valigie, fosse pure per passare fuori una sola notte.
In quel caso porto i tappi per le orecchie perché i rumori mi rendono nevrastenica; la sveglia da viaggio perché devo poter sapere in ogni momento della notte, a che punto è, la notte; la lucina perché ho paura del buio, le pantofole perché a piedi scalzi cammino solo a casa mia; una piccola torcia perché se devo andare in bagno in un posto che non conosco ho bisogno di illuminare la strada; una bottiglia di acqua e tutta la mia serie di aggeggi per il bagno: saponi, uno per ogni pezzo del corpo da lavare; pinzette, forbicine, spugne, fazzoletti struccanti, acetone e chi più ne ha più ne metta.
Mai nella vita sono riuscita a comporre un bagaglio che non fosse pesante in un modo vergognoso. Mentre le persone che viaggiavano con me portavano tutt'al più una borsetta, io mi trascinavo dietro un trolley formato macigno.
Tutto questo, mi rendo conto, è un vano tentativo di arginare le maree dell'imprevedibile usando, come la bacchetta magica delle fate, gli oggetti che mi porto dietro instancabilmente.
Se potessi mi porterei dietro tutta la casa, come una tartaruga.
Come se poi non fossi abbastanza grande da sapere che la vita non fa altro che coglierti di sorpresa, e che le sorprese che avresti bisogno di fronteggiare sono sempre quelle brutte, perché quelle belle si accettano immediatamente e con gioia e senza pensarci sopra un momento.
Non è possibile trovare la risposta giusta alle domande che ti fa la vita solo prendendo penna e quaderno dalla propria borsa; non si può fare fronte all'abbandono della persona che ami prendendo una pillola oppure accendendo una torcia con la quale tutt'al più si può arrivare in fondo al piccolo buio di una stanza sconosciuta; non si può imparare a camminare da soli portando una bussola in tasca.
Ma non c'è niente da fare, tutta questa mole di oggetti io me la trascino dietro come se fossero rimasti incagliati nella rete di una barca di pescatori, una barca che va avanti e poi ancora avanti, nel suo piccolo mare buio senza riuscire mai a vedere la riva.
Il mio porto di attracco non da segno di sé.


giovedì 16 agosto 2012

Il problema è la direzione dello sguardo

Da un po' di tempo ormai non so dove guardare.
Tutti quelli che conosco, nel vano tentativo di consolarmi, di dirmi una parola di conforto o di amicizia mi dicono una frase che detesto, tra le tante altre che ho scoperto in questi mesi di detestare. 
Mi dicono, atteggiando il viso in un'espressione di saggezza, di lungimiranza, da persone navigate o solo piene di fiducia: "guarda avanti".
Volendo pure sorvolare sull'improprietà di linguaggio su cui non è il caso di soffermarsi, questo gran numero di persone mi esorta a guardare al mio possibile brillante e progressivo futuro.
Con sguardo luminoso e gesto della mano sicuro, essi vedono davanti a sé stessi e a noi umanità tutta, le magnifiche sorti che ci spettano di diritto: generica felicità; un uomo o una donna che ci amerà per sempre; un lavoro che ci rappresenterà e ci soddisferà; bambini biondi da coccolare, case accoglienti che ci ripareranno e vacanze verso isole dei mari del sud. 
Questo e tutta una gamma intermedia di situazioni che inevitabilmente tenderanno alla nostra felicità duratura. 
E immancabile.
Da telefilm degli anni 'Ottanta. Oppure anche meno, qualche fastidio o inconveniente, perché vivere tutto il tempo dentro "Love Boat" oppure "Casa Keaton" potrebbe essere pericoloso per la salute. 
Io non vi dirò che cosa vedo se guardo nella direzione che con il gesto sicuro di cui dicevo prima essi mi indicano, per non essere accusata della più grave colpa di cui un essere umano moderno possa macchiarsi dopo il genocidio e lo stupro seriale, e cioè il pessimismo.
Tuttavia il problema non è nemmeno cosa vede chi guarda, cioè io, il problema è che io non vedo nulla.
Ho perso il mio "avanti".
Il mio futuro, quello a cui guardavo anche io, con fiducia a tratti moderata a tratti più convinta, non c'è più. Si è sgretolato in pochi minuti, in una frase, in una sera di maggio.
E allora cosa faccio io?
Faccio quello che fanno tutti, o almeno credo, quando perdono la via di fuga, la prospettiva del loro sguardo.
Invece di "avanti" guardo "indietro".
Scopro che ho sempre avuto problemi con gli “avanti” e che mi è più congeniale la marcia indietro, e anche certamente più facile.
Guardo indietro e cerco di capire cosa ho sbagliato.
Purtroppo l'esercizio si conclude anche prestino perché quello che ho sbagliato lo so già che cos'è. 
Oso dire che lo sapevo mentre lo stavo sbagliando oppure appena un attimo dopo averlo appena sbagliato.
Quindi guardo e riguardo, ma solo per aggiungere nuove sfumature di grigio alle cose già conosciute, per ricordare meglio un particolare, per definire una situazione, proprio quella che ha prodotto la catastrofe.
L’esercizio non è nemmeno dei più proficui perché io, pur conoscendo l’errore e pur riconoscendo che la mia reazione alla cosa è stata sbagliata, inevitabilmente, alla prossima occasione di agire diversamente non mancherò, invece, di agire conformemente.
Conformemente a me stessa.
Ripeterò il medesimo o i medesimi errori, che ho fatto già tante volte.
Sto quindi cercando di smettere.
Di smettere di guardare non di smettere di sbagliare.
Smettere di sbagliare non mi è possibile, ormai lo riconosco.
Allora, se non ho un futuro a cui tendere né un passato da sezionare, non mi resta che guardare al mio “adesso”.
Il mio “adesso” è una serie infinita di momenti, uno identico all’altro in una teoria infinita.
Istanti indistinguibili, fatti di una pulsazione sorda, come di un battito, che mi assorda pur trovandosi al di sotto delle cose.
Credo di sapere che cos’è. 





sabato 4 agosto 2012

Acque

Ascolto il suono monotono del ventilatore. 
Passa un minuto, passa un altro minuto.
Dopo un poco non lo sento più, i miei pensieri hanno preso il ritmo, vanno insieme al piccolo vortice d'aria. 
Non sono pensieri grandi, a loro basta un ventilatore per cominciare a danzare.
In questi giorni i pensieri hanno preso la forma dei ricordi.
Ricordi minuziosi, di istanti o di settimane. Ricordi di sguardi, di sorrisi. Ricordi di parole, di toni di voce. 
Gli occhi del furetto fanno capolino alle spalle di tutto.
E' un'immersione, la sensazione che provo è la stessa di quando, da piccola, andavo al mare e nuotavo sott'acqua. Ero capace di nuotare per ore, nell'acqua fredda e azzurra, nel mio mare, l'unico che ho mai amato veramente.
Nuotavo con la maschera ed esploravo i fondali, vedevo gli scogli, le pietre, le conchiglie e i piccoli pesci che si affollavano intorno a me. 
Allora quel mondo subacqueo mi sembrava bellissimo, calmo, avvolgente e accogliente. Niente di brutto poteva accadere mentre ero lì sotto, c'era il mare, grande madre, a tenermi nella sua pancia.
Ma questi ricordi che mi stanno sommergendo non sono qui per proteggermi. Non posso nuotarci dentro provando la serenità infantile che provavo allora.
I ricordi sono qui per mostrarmi tutto quello che non ho più e senza cui dovrò vivere finché potrò.
Devo risvegliarmi allora, e ricominciare ad ascoltare il rumore del ventilatore che si fa strada nel silenzio pieno di echi di questo agosto dannato.
Ricomincio a trattenere il respiro.

sabato 28 luglio 2012

Le finestre e gli occhi


In questi pochi mesi, soli due mesi, due mesi lunghi più del normale che hanno tagliato la mia vita, che sono diventati un solco tra due metà di me e sono destinati a diventare un cumulo, una somma, una lunghezza da contare, ho preso un’abitudine che non ho mai avuto prima.
Durante le giornate che mi sembrano interminabili e calde per aggiungere pena a pena, ogni tanto mi prende una smania, un’oppressione, mi alzo dalla mia solita e abusata sedia  e mi affaccio a una finestra.
È un modo per ingannare il tempo, oppure il tentativo di dare fiato agli occhi e spazio ai pensieri.
Il bisogno di mettere aria intorno alle parole che si affollano come un nugolo di insetti, senza tregua nella mia testa.
Guardando un panorama, uno spazio più largo spero di prendere fiato e di respirare un poco.
Comunque sia, qualunque sia il bisogno, anche solo quello di prendere un poco d’aria in queste giornate terribili di caldo, mi affaccio alle poche finestre della mia casa.
Non vedo molto purtroppo, niente natura, niente mare, niente Vesuvio, quelli li ho lasciati in eredità ai nuovi proprietari della mia vecchia casa, traslocando venti anni fa.
Qui, dove abito ora, da venti anni ormai, e che mi sembra ancora la mia casa nuova per uno strano senso del tempo che porto con me nonostante i traslochi, mi devo accontentare di vedere i palazzi che ho intorno.
E così affacciandomi guardo.
Vedo altre finestre, altre luci, altri colori. Altri rispetto ai miei.
Vedo a volte alcuni dei miei vicini.
I palazzi intorno sono piuttosto grandi e li abitano parecchie persone. Ho imparato a riconoscerli e a riconoscere alcune delle loro abitudini.
Così a furia di guardare mi sono resa conto che alle finestre si affacciano solo le persone anziane, o quelle sole. Spesso, con i gomiti appoggiati al marmo del davanzale, vedo una dirimpettaia, una donna piccola, con i capelli bianchi e spumeggianti e gli occhi chiari che per alcuni minuti si ferma alla sua finestra. Altre volte, e solo all’imbrunire, vedo un’altra donna, un po’ più giovane, che vive sola, prendere aria con lo sguardo perso in un punto in mezzo all’aria.
C’è anche un vecchietto, sempre ben vestito, con i pantaloni e la camicia, che inganna il tempo che gli resta, poco o tanto che sia.
Tutte queste persone si appoggiano al balcone o al davanzale e guardano, probabilmente senza vedere, fanno andare lo sguardo sullo spazio che hanno davanti. Stanno lì per qualche minuto, poi rientrano.
I giovani, o le persone occupate nella loro vita quotidiana non si affacciano mai e se lo fanno è sempre per guardare qualcosa, per rispondere a una chiamata, per sbrigare una faccenda, per vedere qualcosa che richiede la loro attenzione.
Anche io per i tanti anni che sono stata qui non ho guardato quasi mai fuori dalle mie finestre. Non avevo bisogno di spazio, né di fiato. Il mio mondo esisteva e non avevo bisogno di cercarlo in un pensiero e non avevo bisogno di ingannare il tempo.
Che poi il tempo non lo inganno neanche adesso, semmai è lui che ha sempre ingannato me.

domenica 22 luglio 2012

Preferirei di no

Ho detto pochissimi sì nella mia vita. 
Li posso contare sulle dita di una mano. 
Per questo il mio nickname nella rete è preferireidino. 
Tutto attaccato. 
Staccato si legge preferirei di no. I would prefer not to. 
È la frase che pronuncia Bartleby lo scrivano. Se c’è al mondo ancora qualcuno che non lo conosce, il protagonista del racconto omonimo di Herman Melville. 
Quando lessi quel racconto, un numero enorme di anni fa, ebbi l’impressione di incontrare una parte di me. Quella creatura spaurita e al tempo stesso ostinata, che fa della sua ostinazione e del suo disorientamento, la sua fine. 
I miei no sono cominciati da subito.
 - Vuoi mangiare? 
 - No 
 - Vuoi giocare con gli altri bambini? 
 - No. 
 Tempo fa ho incontrato un vecchio zio, che non vedevo da anni. Mi ha ricordato che quando ero piccola, ogni volta che lui veniva a casa nostra io mi nascondevo sotto il letto. Mi ha detto che si ricorda poco di come ero perché alla fine, non mi vedeva quasi mai, ero sempre nascosta da qualche parte. Anche io mi sono ricordata che lo facevo molto spesso, con lui e con altri che venivano in visita. Preferivo di no, già da allora. 
Da subito ho capito che i miei “no” erano riprovevoli, che non era bello né educato, che non stava bene dire no. 
Mia madre tentava di convincermi, poi, non riuscendoci, di fronte alla mia ostinazione silenziosa cercava di indurmi alla ragione argomentando sulla giustezza dei riti sociali dell’infanzia: giocare con gli altri bambini era una cosa buona e giusta, andare alle feste anche, fare amicizia e tutto il resto, era necessario. 
Niente da fare, da piccola ero un osso duro. 
Però ho cominciato a capire che dire di no mi esponeva a scontri e schermaglie senza fine, allora me ne sono stata zitta e ho cercato di farmi vedere in giro il meno possibile, una discreta tecnica che ha dato i suoi frutti fino a quando la società mi ha imposto la scuola dell’obbligo! 
Poi con gli anni ho imparato a dissimulare. 
Ho imparato a dire piccoli sì senza importanza, in modo da dare agli altri un’idea, anche minima, di adesione sociale. 
Nel lavoro, come Bartleby, anche io, sono stata uno scrivano. 
Per molti anni. 
Uno scrivano diligente e attento, ancora più diligente del dovuto perché sapevo che covavano in me il rifiuto e l’ostinazione. Sapevo che erano pronti a saltare fuori e a prendere il sopravvento. 
Ogni giorno, nel mio lavoro ho cercato di tenerli a bada, dandomi da fare, arrivando per prima e andando via per ultima, non rimandando a domani ciò che potevo fare oggi, cercando di convincere me stessa che potevo diventare quello che non ero. 
Sapevo che rifiuto e ostinazione erano le forme in cui si manifestava la mia paura di vivere, sempre in agguato. 
In ognuno di noi, la paura si manifesta in qualche modo, c’è chi crede che sia la sua forza, io sapevo che era la mia debolezza. 
È ancora così. 
Le poche cose a cui ho detto sì, quelle a cui sono andata incontro senza esitare, le ho scelte con la pancia, potrei dire col cuore, cambia poco, comunque non con la testa. 
I sì che dovevano venirmi fuori dalla testa, le cose che reputavo convenienti, sensate, le cose che potevano condurre la mia vita su binari consoni a quello che avrei dovuto volere, per quelle cose i sì non sono mai venuti fuori. 
Quante lacrime, quanta fatica ho fatto, da sola, per convincermi a pronunciarli, poi al momento in cui avrei dovuto farlo, niente, non sono mai venuti fuori, si sono trasformati in no, oppure in fughe. 
Poi, un giorno, ho incontrato una persona simile a me. 
Forse l’ho riconosciuta subito, forse ho capito con il tempo che l’avevo scelta per la sua somiglianza a me. Anche lui è uno che dice di no. 
Lo dice in un modo spaventoso a volte, lo dice con il suo corpo e con ogni suo gesto. 
Lo dice, e questo ha sempre suscitato la mia ammirazione, senza paura di sembrare riprovevole, senza temere il dissenso sociale, perché lui il dissenso non lo ha mai sperimentato. 
Ha vissuto miracolosamente come un piccolo principe a cui tutti danno ragione sempre e comunque. 
Il riconoscimento ha fatto in modo che ci siamo detti sì. A vicenda. 
Un sì enorme, pieno di speranza, di felicità e di futuro. Dentro questo grande sì ce ne sono stati altri piccoli e piccolissimi che hanno fatto la nostra vita insieme. 
Ci siamo dati respiro e abbiamo guardato la vita con altri occhi. Almeno io ho l’ho fatto. 
Oggi lui ha smesso di farlo. Ha smesso di guardare. Ha smesso di dire di sì a me e alla nostra vita. 
La sua paura ha ripreso il sopravvento, gli ha fatto scegliere quello che gli è familiare, quello che sa gestire, tutto quello che può stare dentro una stanza, tra un pavimento e un soffitto. 
Sono rimasta qui da sola, sono stata ributtata nel mio mondo, nel mondo dove preferisco di no, e, dal quale, non uscirò mai più. 
Non ne uscirò perché scelgo di non farlo, perché è tutto quello che so gestire, perché lo spazio che si era aperto adesso si è chiuso. 
Perché sono Bartleby lo scrivano.

martedì 17 luglio 2012

Non è più il mio tempo

A questo punto, forse, non è più importante.
Non so in realtà cosa abbia ancora importanza e cosa no.
Ma io devo avere delle risposte, anche se poi, quelle risposte, mi sembreranno vane, prive di realtà, inutili, incapaci di portare veramente chiarezza, incapaci di dare un senso.
Perché probabilmente nessuna parola che io possa sentire, nessuna giustificazione avrebbe veramente il potere di restituirmi quello che ho perduto.
Ho perduto me stessa, il mio presente, il mio futuro.
Lo so, il futuro non ce l'ha nessuno veramente.
Io però credevo e speravo fortemente di averlo.
Stupida, stupida, creatura.
Vana, ho pensato che per una volta sarebbe bastato volerlo fortemente.
Cieca, ho creduto che al momento giusto il tuo gesto, a lungo atteso, sarebbe arrivato.
Invece è arrivata la defezione, l'ammutinamento, la paura che lascia il posto alla fuga.

Il silenzio non basta. Non basta. Non basta.
Crea un compartimento nel cervello, all'interno del quale proliferano parole senza senso.
Durante tutto il giorno e tutta la notte si affollano come batteri, si rincorrono e si sostituiscono l'una all'altra senza posa.
Tutte queste parole cieche come insetti, come larve, non sono in grado di costruire nulla. Tanto meno una spiegazione. Una verità qualsiasi che garantisca una tregua almeno.
Anche queste che sto digitando istericamente su questa tastiera silenziosa, non sono belle e non sono utili.
Non sono capace di produrre niente che sia bello.
Quindi farò qualcosa di brutto: brutta verità, brutte parole, brutta vita.

Non è più il tempo della speranza, dello sguardo aperto, del respiro lungo, del pensiero.
Non è più il mio tempo, se mai c'è stato un tempo a cui sono appartenuta.
Il tempo che è arrivato è quello del silenzio, del buio, della lenta trasformazione di ogni forma di vita in un fossile. Con la speranza che non venga ritrovato fra milioni di anni.

Come le mummie che vedemmo al British Museum.
Pensai che c'era qualcosa di pornografico nel guardare quei morti che non sanno di essere rimasti rattrappiti nel tempo, a disposizione degli occhi disattenti di tutti.
E degli occhi attenti di alcuni.

Non i miei. I miei occhi non prestano la dovuta attenzione. Non vedono, si distraggono.
Dubito che riusciranno mai più a vedere chiaramente qualcosa.
Tutt'al più intuiranno, e si volteranno immediatamente dall'altro lato, richiudendosi su se stessi.
Se un giorno ritroverete il mio fossile incastrato in una montagna, polverizzatelo, e datemi finalmente un po' di pace.


lunedì 2 luglio 2012

Sono presa dal panico

Sono completamente distrutta e presa dal panico.
Soffro in un modo che non credevo possibile e che non so quando finirà.
E avrei tanto bisogno di scrivere, di raccogliere le idee, di provare a spiegarmi qualcosa che per me è non solo inspiegabile ma assolutamente inconcepibile.
Invece brancolo nel buio della mia mente e non vedo. 
Non vedo cosa c'è fuori.
Non vedo cosa c'è dentro.
Ecco, tutto qui.
Solo questo per ora. 
Spero non per sempre.

martedì 7 febbraio 2012

Difficoltà narrative

Alla mia vita basta poco, pochissimo, per incepparsi.
Sono diventata una creatura evanescente, di cristallo, trasparente.
Lo sono sempre stata.
Lo so, non è che si diventa di cristallo tutto in un giorno, all'improvviso.
Lo sono sempre stata, evanescente.
Almeno, io ho sempre saputo di esserlo.
Non so se gli altri abbiano visto questa cosa in me, se la vedano tuttora oppure se non vedono nulla. Propendo per quest'ultima ipotesi.
Mi è addirittura capitato di sentirmi dire da qualcuno che la mia presenza lo rassicura, e che "tu sei una roccia".
Questo mi è bastato per capire che gli sguardi degli altri sono quello che sono, cioè sono occhi che si posano per vedere quello che serve a loro vedere.
E mi va bene anche così, che di sicuro sono così anche i miei sguardi.
Comunque sia io mi sento diventare sempre più evanescente, come una lastra di ghiaccio (già che siamo in tema di gelo).
In realtà non esisto quasi più, sono in un luogo che conosco solo io.
Faccio sempre più fatica a raccontare come passo le mie giornate, cosa faccio di me stessa.
La prima volta che non ho avuto lavoro, mi preoccupava che le persone quando mi incontravano o mi conoscevano mi avrebbero anche chiesto: "e tu che cosa fai? di che cosa ti occupi?"
Adesso poco me ne importa, ho abbastanza anni, da disinteressarmi del possibile giudizio altrui, ma mi mette in difficoltà la domanda: "cosa hai fatto oggi?"
Faccio delle cose, sì, come tutti, esco, rientro.
Leggo, scrivo.
Mi sveglio, mi addormento.
Penso, ricordo, immagino, aspetto.
Ma non so come mettere queste cose in forma narrativa, per gli altri.
Non è che puoi dire: "oggi mi sono svegliata, poi ho un po' pensato, ma nel pomeriggio mi sono proprio divertita immaginando un sacco."
Quindi oltre che fragile dal punto di vista narrativo, mi sento anche molto facile all'intoppo. Appena qualcosa si altera nel mio micro mondo, mi incasino, mi innervosisco e me la prendo con tutti i circostanti, i quali, non notando le minime perturbazioni, cominciano seriamente a farsi domande sulla mia pazzia.
Peggio per loro, peggio per me.
Tutto questo per dire che in questi giorni sono molto infastidita, nessuno sa perché, io sì, ma alla fin fine, a voi non importa gran che saperlo, e a me fa piuttosto fatica spiegarlo