Alla mia vita basta poco, pochissimo, per incepparsi.
Sono diventata una creatura evanescente, di cristallo, trasparente.
Lo sono sempre stata.
Lo so, non è che si diventa di cristallo tutto in un giorno, all'improvviso.
Lo sono sempre stata, evanescente.
Almeno, io ho sempre saputo di esserlo.
Non so se gli altri abbiano visto questa cosa in me, se la vedano tuttora oppure se non vedono nulla. Propendo per quest'ultima ipotesi.
Mi è addirittura capitato di sentirmi dire da qualcuno che la mia presenza lo rassicura, e che "tu sei una roccia".
Questo mi è bastato per capire che gli sguardi degli altri sono quello che sono, cioè sono occhi che si posano per vedere quello che serve a loro vedere.
E mi va bene anche così, che di sicuro sono così anche i miei sguardi.
Comunque sia io mi sento diventare sempre più evanescente, come una lastra di ghiaccio (già che siamo in tema di gelo).
In realtà non esisto quasi più, sono in un luogo che conosco solo io.
Faccio sempre più fatica a raccontare come passo le mie giornate, cosa faccio di me stessa.
La prima volta che non ho avuto lavoro, mi preoccupava che le persone quando mi incontravano o mi conoscevano mi avrebbero anche chiesto: "e tu che cosa fai? di che cosa ti occupi?"
Adesso poco me ne importa, ho abbastanza anni, da disinteressarmi del possibile giudizio altrui, ma mi mette in difficoltà la domanda: "cosa hai fatto oggi?"
Faccio delle cose, sì, come tutti, esco, rientro.
Leggo, scrivo.
Mi sveglio, mi addormento.
Penso, ricordo, immagino, aspetto.
Ma non so come mettere queste cose in forma narrativa, per gli altri.
Non è che puoi dire: "oggi mi sono svegliata, poi ho un po' pensato, ma nel pomeriggio mi sono proprio divertita immaginando un sacco."
Quindi oltre che fragile dal punto di vista narrativo, mi sento anche molto facile all'intoppo. Appena qualcosa si altera nel mio micro mondo, mi incasino, mi innervosisco e me la prendo con tutti i circostanti, i quali, non notando le minime perturbazioni, cominciano seriamente a farsi domande sulla mia pazzia.
Peggio per loro, peggio per me.
Tutto questo per dire che in questi giorni sono molto infastidita, nessuno sa perché, io sì, ma alla fin fine, a voi non importa gran che saperlo, e a me fa piuttosto fatica spiegarlo
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martedì 7 febbraio 2012
martedì 8 novembre 2011
Il groviglio esistenziale
Sentimenti, sensazioni, cose che provo in questi mesi.
Non necessariamente tutti contemporaneamente.
Non necessariamente in questo ordine che mi è venuto fuori piuttosto alla rinfusa.
Delusione, rabbia, rancore, incredulità, fastidio, nostalgia, sollievo, solitudine, dubbio, vergogna, paura, preoccupazione, inquietudine, gratitudine, amore, dispiacere, abbandono, senso di incapacità ad essere normali, disinteresse, disincanto, irritazione, noia, intorpidimento, ostinazione, spavalderia.
La quasi costante sensazione di nascondere una lacrima all'angolo dell'occhio sinistro, accompagnata dalla subitanea irritazione per la presenza della lacrima in questione, accompagnate entrambe da una crescente irritazione contro la lacrima, contro il mio occhio sinistro e in definitiva contro me stessa che li posseggo entrambi.
Mi rendo conto, rileggendolo, che è un elenco deplorevole, tuttavia, a una seconda riflessione, direi di non avere dimenticato nulla.
Questo mi porta alla scontata conclusione che, avendo prodotto tale groviglio di sentimenti deplorevoli, sono una persona psicolabile e niente affatto padrona di me.
Questa conclusione mi porta a riflettere un momento.
Dopo avere rimuginato un attimo sulla cosa, mi rendo conto che, in effetti, tutto questo lo sapevo già.
E' bello avere dei punti fermi nella vita.
mercoledì 14 settembre 2011
I quiz
Il momento è arrivato.
Lo aspettavo. Lo aspettavo con un po' di apprensione, con un pizzico di curiosità, ma soprattutto con un sentimento che ancora non ho saputo decifrare, forse semplicemente con la mancanza di curiosità di chi sa già bene di cosa si tratta.
Lo aspettavo. Lo aspettavo con un po' di apprensione, con un pizzico di curiosità, ma soprattutto con un sentimento che ancora non ho saputo decifrare, forse semplicemente con la mancanza di curiosità di chi sa già bene di cosa si tratta.
E' tornato per me il momento del quiz preselettivo.
Il quiz preselettivo è quanto di più umiliante e demenziale si possa chiedere a chi cerca lavoro sottoponendosi ad una procedura concorsuale.
Si chiede a qualcuno di rispondere a domande di cultura generale, storia, geografia, informatica, logica e quant'altro, in pochi minuti, in generale in un numero di minuti inferiore al numero delle domande.
Non è importante sapere nulla delle materie in oggetto, poichè il concorso a tutti gli effetti si svolgerà in un secondo momento, l'importante è dare modo alla commissione di fare una importante scrematura tra i sempre troppi partecipanti al concorso.
Quanti ne ho fatti, all'inizio della mia vita lavorativa di quiz preselettivi, sono stata radunata insieme a migliaia di persone in palasport, centri polifunzionali, alberghi. Ho preso treni, pullman, navette per arrivare, insieme a un enorme branco indistinto di persone, a mettere pallini e crocette su un foglio prestampato, e poi sono andata via, facendo la strada a ritroso, con la sensazione di avere perso momentaneamente l'identità, di essere diventata qualcosa di simile a un numero o a una statistica.
Una sensazione sempre spiacevole.
Quanto sono poi stata contenta di credere che non avrei dovuto più fare cose del genere quando poi ho trovato lavoro, privatamente, senza dovere vincere concorsi che non avrei vinto mai.
Adesso sono qui, con 2.500 quiz da imparare in pochi giorni, per poi sedermi ancora una volta a un tavolino di plastica per pochi minuti, per fare una scommessa sul mio futuro.
giovedì 4 agosto 2011
Andata e ritorno
Vado e torno.
Lo faccio spesso. Lo faccio sempre.
Se ci penso bene, tutta la mia vita è stata fin'ora un andare e un tornare.
Prima andavo a scuola.
Uscivo di casa in un orario che mi sembrava notturno - mi ricordo il freddo di certe mattine - prendevo l'autobus, affollato di ragazzi con le cartelle sulla schiena e di altri viaggiatori infastiditi dal volume delle cartelle sulle schiene degli studenti.
Arrivavo nel cortile della scuola con l'ansia di chi doveva trovare qualcuno che gli facesse copiare la versione che non aveva saputo fare il pomeriggio prima.
Passavo la giornata a schivare le interrogazioni.
Tornavo a casa con lo stesso autobus che avevo preso la mattina, stipato all'inverosimile degli stessi ragazzi, con le stesse cartelle e sentivo le stesse invettive degli altri viaggiatori, stipati insieme a noi in quello che pareva più un carro bestiame che un autobus per il trasporto urbano.
Poi è venuto il momento di cambiare percorso.
Quello nuovo era casa - università.
Per arrivarci dovevo prendere un autobus e un mezzo su rotaie a scelta. All'inizio percorso quotidiano, seguivamo le lezioni del primo anno in un cinema, non era verosimile, non era faticoso, sembrava di andare ad una festa piuttosto che a studiare.
Dopo l'università i passi si sono fatti più incerti. I percorsi non erano così sicuri, andavo un po' a casaccio e non sapevo bene dove mi sarei diretta il giorno dopo. Per un periodo ho fatto la spola tra casa, studio di un avvocato e tribunale. Prendevo un sacco di mezzi diversi tra autobus e metropolitane. Ma questo tragitto è durato poco, solo un paio di anni. Non lo sentivo mio, andavo, tornavo, ma mi sembrava di non avere poggiato i passi sull'asfalto.
Ho cambiato tragitto, allora, ho cominciato ad andare da casa a un ufficio dove ho lavorato per tre anni.
Ogni giorno svegliarsi, uscire, percorrere lo stesso tratto di strada, prendere l'autobus, lo stesso che prendevo per andare a scuola tanti anni prima, arrivare al lavoro. Sempre alla stessa ora. Poi tornare indietro, correndo dietro all'autobus, perchè se si perde quello, l'ultimo, poi non passano più, finita la giornata. Tre anni di questo dondolio.
Poi la traiettoria è cambiata, mi sono introdotta nelle viscere di Napoli, nei vicoli bui del centro storico, passando nelle caverne tracciate dalla metropolitana.
Ma era sempre un andare e venire, sempre un dondolarsi tra un uscire e un tornare dentro. Giorno dopo giorno, e poi dopo mese e poi dopo anno.
Quando anche questo è finito mi sono accorta che il mio andare e venire non è finito affatto, ha solo preso un diverso periodo, non più quotidiano, un tempo più lungo mi separa tra una andare un tornare e l'andare successivo.
venerdì 8 luglio 2011
Desideri: attenzione
Quando ero piccola ed esprimevo un desiderio, spesso, se c’era qualcuno vicino a me in quel momento, mi diceva: “sta’ attenta ai tuoi desideri perché potrebbero avverarsi”.
Io non capivo poi tanto bene, che cosa volevano dire?
Se uno esprime un desiderio è proprio perché vuole che si avveri. Tra l’altro, i desideri si esprimono quasi sempre pensando che non si avvereranno mai. Per questo motivo si tende a esagerare.
Cara stella cadente, fammi vincere al superenalotto.
Caro topino del dente, fammi trovare un fidanzato bello come George Clooney.
Care candeline del compleanno, fatemi sposare col mio amore al più presto.
Cara Befana, portami una grande casa, ristrutturata, panoramica, dove abitare.
Caro Babbo Natale, quest’anno non mi portare giocattoli ma fammi trovare un lavoro che mi piaccia.
Caro Gesù bambino, lo so che tu non fai queste cose, ma fai venire un accidente a quell’idiota del mio vicino di casa che di notte suona la chitarra e non mi fa dormire.
Si sa, con i desideri si esagera sempre.
Sono passati molti anni e molti desideri, mai nessuno che si sia avverato.
Parecchio tempo fa, due anni almeno, forse anche tre, qualcuno mi regalò uno di quei braccialetti che si annodano al braccio, quelli che quando si spezzano si avvera il desiderio espresso nel momento in cui lo si è indossato. Io ho pensato al mio desiderio, l’ho annodato e l’ho tenuto senza pensarci più.
Alcuni mesi fa si è spezzato.
lunedì 4 luglio 2011
Dell'arte del vaticinio
Vivere nella mia città, Napoli, rende inclini al fatalismo, alle tecniche di divinazione, alla consultazione degli astri e del volo degli uccelli, all’osservazione di fenomeni naturali e al sentimentalismo in generale.
Stamattina esco per fare alcune commissioni; fa caldo, penso di aspettare l’autobus. Non essendoci ausilio tecnico (un cartello con gli orari; un display elettronico; un gabbiano indicatore) che mi può dare una qualsiasi informazione sul tempo di attesa, che su questa linea va dai venti minuti all’infinito, cosa faccio? Osservo i segni, la pista, come farebbero gli apache o i tuareg nel deserto. I segni indicatori sono molteplici e bisogna essere dotati di acume per coglierli e per metterli in relazione gli uni con gli altri, una corretta divinazione mi metterà in grado di sapere se mi conviene aspettare o andare via.
Ci sono persone alla fermata? Sì.
Questo mi sembra un buon segno, se non ci fosse nessuno non varrebbe la pena aspettare. Interrogo allora una signora: lei non aspetta da molto ma resta, fiduciosa, perché una persona che da poco se n’è andata, spazientita dall’attesa, era lì da parecchio.
Interessante. Ci sembra di poter sperare che data la lunga attesa, presto all’orizzonte si materializzi la sagoma dell’autobus.
Una terza persona, interessata anche lei e anche lei incerta sul da farsi, ci fa notare però che in tutto questo tempo, nessun autobus è passato nella direzione contraria.
Anche questo è un dato importante e da non sottovalutare, perché nessuno è stato mai certo del numero effettivo di vetture su questa tratta, l’ipotesi accreditata è che non ce ne siano più di due.
Come, solo due? Per una linea così importante? Sì, solo due.
Il latore della ferale notizia, un uomo di mezza età, che sorride sotto i baffi perché lui è uno informato dei fatti della vita, ci dice di averla appresa un giorno non molto lontano, quando l’autobus su cui viaggiava si guastò e tutti i passeggeri furono costretti a scendere. In quel momento il conducente li esortò a cercare di raggiungere le loro mete con mezzi alternativi, disse, il conducente: “mo’ state freschi ad aspettare, i pullman sono solo due, mentre arriva l’altro in sostituzione dal deposito, fate prima ad andare a piedi!”
La notizia ci getta momentaneamente nello sconforto.
Come, solo due? Per una linea così importante? Sì, solo due.
Il latore della ferale notizia, un uomo di mezza età, che sorride sotto i baffi perché lui è uno informato dei fatti della vita, ci dice di averla appresa un giorno non molto lontano, quando l’autobus su cui viaggiava si guastò e tutti i passeggeri furono costretti a scendere. In quel momento il conducente li esortò a cercare di raggiungere le loro mete con mezzi alternativi, disse, il conducente: “mo’ state freschi ad aspettare, i pullman sono solo due, mentre arriva l’altro in sostituzione dal deposito, fate prima ad andare a piedi!”
La notizia ci getta momentaneamente nello sconforto.
Una signora decide di abbandonare la sua posizione e di incamminarsi.
Il giornalaio, che ascoltava attento, plaude la scelta.
L’uomo, dopo averci lasciato tutti perplessi e con i calcoli da rifare, se ne va dicendo che questa città è una disgrazia.
Il giornalaio, che ascoltava attento, plaude la scelta.
L’uomo, dopo averci lasciato tutti perplessi e con i calcoli da rifare, se ne va dicendo che questa città è una disgrazia.
Io, dal canto mio, dopo avere impiegato almeno venti minuti in congetture che si sono rivelate vane, decido di andare a piedi.
Guardo il cielo, il sole è già alto, ma ho fiducia che si stenda il vento, che come tutti sanno, non rivela il carattere della giornata prima delle undici almeno.
venerdì 1 luglio 2011
Nuovi tipi di stupefacenti
Da alcuni mesi a questa parte, la mia attenzione è stata catturata da un genere di programmi televisivi che guadagna sempre maggiori spazi nei palinsesti di molte reti: i programmi di cucina.
Sì, quelli con i cuochi e le ricette.
Li guardo soprattutto la sera, su alcuni canali satellitari; li trasmettono senza soluzione di continuità, in blocchi di un’ora o mezz’ora.
In pochi minuti, queste perfette creature, gli chef, con le loro abili mani, compiono gesti perfetti. Questi uomini, sempre sorridenti, vestiti di bianco, sanno domare ogni ingrediente con garbo e attenzione; sono rassicuranti e al tempo stesso mostrano di essere dotati di determinazione e esperienza - un po’ come i medici delle serie televisive americane che ti raccolgono in fin di vita, e ti ridonano la salute sorridendo, senza che questo costi alcuno sforzo a loro e nessun dolore a te – televisivi dispensatori di ordine e tranquillità.
I miei cuochi tagliano fettine di spessore millimetrico, tutte perfettamente uguali tra loro, sminuzzano, tritano, con gesti precisi e sapienti.
Nulla li mette in difficoltà o li spaventa. Non arretrano neanche di fronte a una cipolla da sbucciare. Non temono lacrime inopportune e antiestetiche. Le loro padelle non mandano mai uno schizzo inopportuno e fuori luogo, le loro paste non si scuociono inopinatamente, i loro grembiuli immacolati non temono macchie maleducate.
Con i loro utensili luccicanti, i loro coltelli e taglieri sempre adeguati, i loro cucchiai e palette perfettamente ordinati sui piani di lavoro, riducono all’unità ciò che è per natura molteplice, rendono coerente e ordinato il disordine e l’indisciplina della natura.
Io, che ho sempre avuto bisogno di certezze nella vita, magari piccole, ma comunque certezze, li guardo ipnotizzata, anche per intere serate, me li scelgo, guardo l’uno piuttosto che l’altro, poi scivolo nel sonno dei giusti.
Ho scoperto che mi rassicurano e mi trasmettono mezz’ora di serenità: niente di imprevisto o di brutto può accadere in quelle cucine bianche e cromate. Spesso mi accorgo di seguire poco anche le ricette, e di dimenticarle appena scorrono i titoli di coda del programma. Quello che guardo sono i cuochi, le loro mani, ascolto le loro voci ben modulate e dimentico il caos che mi circonda. Dimentico il mondo che mi sembra sempre più incomprensibile e minaccioso, e dimentico il futuro, che mi sembra sempre di più un’ipotesi azzardata.
Nuovi, o vecchi, tipi di stupefacenti di massa.
Sì, quelli con i cuochi e le ricette.
Li guardo soprattutto la sera, su alcuni canali satellitari; li trasmettono senza soluzione di continuità, in blocchi di un’ora o mezz’ora.
In pochi minuti, queste perfette creature, gli chef, con le loro abili mani, compiono gesti perfetti. Questi uomini, sempre sorridenti, vestiti di bianco, sanno domare ogni ingrediente con garbo e attenzione; sono rassicuranti e al tempo stesso mostrano di essere dotati di determinazione e esperienza - un po’ come i medici delle serie televisive americane che ti raccolgono in fin di vita, e ti ridonano la salute sorridendo, senza che questo costi alcuno sforzo a loro e nessun dolore a te – televisivi dispensatori di ordine e tranquillità.
I miei cuochi tagliano fettine di spessore millimetrico, tutte perfettamente uguali tra loro, sminuzzano, tritano, con gesti precisi e sapienti.
Nulla li mette in difficoltà o li spaventa. Non arretrano neanche di fronte a una cipolla da sbucciare. Non temono lacrime inopportune e antiestetiche. Le loro padelle non mandano mai uno schizzo inopportuno e fuori luogo, le loro paste non si scuociono inopinatamente, i loro grembiuli immacolati non temono macchie maleducate.
Con i loro utensili luccicanti, i loro coltelli e taglieri sempre adeguati, i loro cucchiai e palette perfettamente ordinati sui piani di lavoro, riducono all’unità ciò che è per natura molteplice, rendono coerente e ordinato il disordine e l’indisciplina della natura.
Io, che ho sempre avuto bisogno di certezze nella vita, magari piccole, ma comunque certezze, li guardo ipnotizzata, anche per intere serate, me li scelgo, guardo l’uno piuttosto che l’altro, poi scivolo nel sonno dei giusti.
Ho scoperto che mi rassicurano e mi trasmettono mezz’ora di serenità: niente di imprevisto o di brutto può accadere in quelle cucine bianche e cromate. Spesso mi accorgo di seguire poco anche le ricette, e di dimenticarle appena scorrono i titoli di coda del programma. Quello che guardo sono i cuochi, le loro mani, ascolto le loro voci ben modulate e dimentico il caos che mi circonda. Dimentico il mondo che mi sembra sempre più incomprensibile e minaccioso, e dimentico il futuro, che mi sembra sempre di più un’ipotesi azzardata.
Nuovi, o vecchi, tipi di stupefacenti di massa.
martedì 28 giugno 2011
Di lotterie, giochi di abilità e affini
Da un paio i mesi sono rimasta senza lavoro.
Niente di originale visti i tempi.
Così sono entrata nel magico mondo delle agenzie interinali, dei loro annunci miracolosi, delle lettere di presentazione e altre amenità.
Quelli che cercano personale sono sempre aziende leader nel settore oppure importante studio legale internazionale.
Di più non è dato sapere di costoro.
L'idea che mi sono fatta è che, come per gli annunci immobiliari - vendesi delizioso, rifinitissimo, termoautonomo, 22 metri quadri e quando vai a vederlo un bel topo baffuto ti apre la porta - ove finalmente si potesse ottenere un colloquio con uno di questi leader di un settore immaginifico, ci si ritroverebbe di fronte creature non verbalizzanti nell'idioma nazionale, un ufficio seminterrato e un fax a manovella.
Dovessero esistere, i suddetti leader cercano segretarie che parlano tre lingue, flessibili, con esperienza di almeno tre o cinque anni, riservate, disposte a fare gli straordinari sorridendo, di bella presenza e di belle speranze, ma curiosamente sono disposti ad aggiudicarsi queste campionesse per uno o tre mesi al massimo e a pagare loro stipendi da conclamata soglia della povertà.
La tecnologia, comunque, rende la ricerca del lavoro un delizioso gioco di società: ci iscrive ai siti, si inseriscono i propri dati e per candidarsi basta cliccare su un bottoncino colorato.
Cosa c'è di più piacevole?
Dopo il click si riceve una rassicurante e-mail di conferma e il gioco è fatto: in un battere di ciglia se si possiede internet veloce, in pochi secondi altrimenti, ci si è trasformati in candidati.
Poi nulla più accade.
Io mi trasformo in candidata varie volte al giorno, è divertente e presto diventa una droga; può succedere che, mentre sei fuori e quindi lontana dal computer, ti possa domandare con angoscia: quanti annunci mi sarò persa in queste ore?
Temo comunque che trovare un lavoro con questi sistemi sia possibile quanto vincere una lotteria.
Io dal canto mio preferirei quella che ti dà diritto a ricevere ventimila euro al mese per venti anni.
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