sabato 28 luglio 2012

Le finestre e gli occhi


In questi pochi mesi, soli due mesi, due mesi lunghi più del normale che hanno tagliato la mia vita, che sono diventati un solco tra due metà di me e sono destinati a diventare un cumulo, una somma, una lunghezza da contare, ho preso un’abitudine che non ho mai avuto prima.
Durante le giornate che mi sembrano interminabili e calde per aggiungere pena a pena, ogni tanto mi prende una smania, un’oppressione, mi alzo dalla mia solita e abusata sedia  e mi affaccio a una finestra.
È un modo per ingannare il tempo, oppure il tentativo di dare fiato agli occhi e spazio ai pensieri.
Il bisogno di mettere aria intorno alle parole che si affollano come un nugolo di insetti, senza tregua nella mia testa.
Guardando un panorama, uno spazio più largo spero di prendere fiato e di respirare un poco.
Comunque sia, qualunque sia il bisogno, anche solo quello di prendere un poco d’aria in queste giornate terribili di caldo, mi affaccio alle poche finestre della mia casa.
Non vedo molto purtroppo, niente natura, niente mare, niente Vesuvio, quelli li ho lasciati in eredità ai nuovi proprietari della mia vecchia casa, traslocando venti anni fa.
Qui, dove abito ora, da venti anni ormai, e che mi sembra ancora la mia casa nuova per uno strano senso del tempo che porto con me nonostante i traslochi, mi devo accontentare di vedere i palazzi che ho intorno.
E così affacciandomi guardo.
Vedo altre finestre, altre luci, altri colori. Altri rispetto ai miei.
Vedo a volte alcuni dei miei vicini.
I palazzi intorno sono piuttosto grandi e li abitano parecchie persone. Ho imparato a riconoscerli e a riconoscere alcune delle loro abitudini.
Così a furia di guardare mi sono resa conto che alle finestre si affacciano solo le persone anziane, o quelle sole. Spesso, con i gomiti appoggiati al marmo del davanzale, vedo una dirimpettaia, una donna piccola, con i capelli bianchi e spumeggianti e gli occhi chiari che per alcuni minuti si ferma alla sua finestra. Altre volte, e solo all’imbrunire, vedo un’altra donna, un po’ più giovane, che vive sola, prendere aria con lo sguardo perso in un punto in mezzo all’aria.
C’è anche un vecchietto, sempre ben vestito, con i pantaloni e la camicia, che inganna il tempo che gli resta, poco o tanto che sia.
Tutte queste persone si appoggiano al balcone o al davanzale e guardano, probabilmente senza vedere, fanno andare lo sguardo sullo spazio che hanno davanti. Stanno lì per qualche minuto, poi rientrano.
I giovani, o le persone occupate nella loro vita quotidiana non si affacciano mai e se lo fanno è sempre per guardare qualcosa, per rispondere a una chiamata, per sbrigare una faccenda, per vedere qualcosa che richiede la loro attenzione.
Anche io per i tanti anni che sono stata qui non ho guardato quasi mai fuori dalle mie finestre. Non avevo bisogno di spazio, né di fiato. Il mio mondo esisteva e non avevo bisogno di cercarlo in un pensiero e non avevo bisogno di ingannare il tempo.
Che poi il tempo non lo inganno neanche adesso, semmai è lui che ha sempre ingannato me.

domenica 22 luglio 2012

Preferirei di no

Ho detto pochissimi sì nella mia vita. 
Li posso contare sulle dita di una mano. 
Per questo il mio nickname nella rete è preferireidino. 
Tutto attaccato. 
Staccato si legge preferirei di no. I would prefer not to. 
È la frase che pronuncia Bartleby lo scrivano. Se c’è al mondo ancora qualcuno che non lo conosce, il protagonista del racconto omonimo di Herman Melville. 
Quando lessi quel racconto, un numero enorme di anni fa, ebbi l’impressione di incontrare una parte di me. Quella creatura spaurita e al tempo stesso ostinata, che fa della sua ostinazione e del suo disorientamento, la sua fine. 
I miei no sono cominciati da subito.
 - Vuoi mangiare? 
 - No 
 - Vuoi giocare con gli altri bambini? 
 - No. 
 Tempo fa ho incontrato un vecchio zio, che non vedevo da anni. Mi ha ricordato che quando ero piccola, ogni volta che lui veniva a casa nostra io mi nascondevo sotto il letto. Mi ha detto che si ricorda poco di come ero perché alla fine, non mi vedeva quasi mai, ero sempre nascosta da qualche parte. Anche io mi sono ricordata che lo facevo molto spesso, con lui e con altri che venivano in visita. Preferivo di no, già da allora. 
Da subito ho capito che i miei “no” erano riprovevoli, che non era bello né educato, che non stava bene dire no. 
Mia madre tentava di convincermi, poi, non riuscendoci, di fronte alla mia ostinazione silenziosa cercava di indurmi alla ragione argomentando sulla giustezza dei riti sociali dell’infanzia: giocare con gli altri bambini era una cosa buona e giusta, andare alle feste anche, fare amicizia e tutto il resto, era necessario. 
Niente da fare, da piccola ero un osso duro. 
Però ho cominciato a capire che dire di no mi esponeva a scontri e schermaglie senza fine, allora me ne sono stata zitta e ho cercato di farmi vedere in giro il meno possibile, una discreta tecnica che ha dato i suoi frutti fino a quando la società mi ha imposto la scuola dell’obbligo! 
Poi con gli anni ho imparato a dissimulare. 
Ho imparato a dire piccoli sì senza importanza, in modo da dare agli altri un’idea, anche minima, di adesione sociale. 
Nel lavoro, come Bartleby, anche io, sono stata uno scrivano. 
Per molti anni. 
Uno scrivano diligente e attento, ancora più diligente del dovuto perché sapevo che covavano in me il rifiuto e l’ostinazione. Sapevo che erano pronti a saltare fuori e a prendere il sopravvento. 
Ogni giorno, nel mio lavoro ho cercato di tenerli a bada, dandomi da fare, arrivando per prima e andando via per ultima, non rimandando a domani ciò che potevo fare oggi, cercando di convincere me stessa che potevo diventare quello che non ero. 
Sapevo che rifiuto e ostinazione erano le forme in cui si manifestava la mia paura di vivere, sempre in agguato. 
In ognuno di noi, la paura si manifesta in qualche modo, c’è chi crede che sia la sua forza, io sapevo che era la mia debolezza. 
È ancora così. 
Le poche cose a cui ho detto sì, quelle a cui sono andata incontro senza esitare, le ho scelte con la pancia, potrei dire col cuore, cambia poco, comunque non con la testa. 
I sì che dovevano venirmi fuori dalla testa, le cose che reputavo convenienti, sensate, le cose che potevano condurre la mia vita su binari consoni a quello che avrei dovuto volere, per quelle cose i sì non sono mai venuti fuori. 
Quante lacrime, quanta fatica ho fatto, da sola, per convincermi a pronunciarli, poi al momento in cui avrei dovuto farlo, niente, non sono mai venuti fuori, si sono trasformati in no, oppure in fughe. 
Poi, un giorno, ho incontrato una persona simile a me. 
Forse l’ho riconosciuta subito, forse ho capito con il tempo che l’avevo scelta per la sua somiglianza a me. Anche lui è uno che dice di no. 
Lo dice in un modo spaventoso a volte, lo dice con il suo corpo e con ogni suo gesto. 
Lo dice, e questo ha sempre suscitato la mia ammirazione, senza paura di sembrare riprovevole, senza temere il dissenso sociale, perché lui il dissenso non lo ha mai sperimentato. 
Ha vissuto miracolosamente come un piccolo principe a cui tutti danno ragione sempre e comunque. 
Il riconoscimento ha fatto in modo che ci siamo detti sì. A vicenda. 
Un sì enorme, pieno di speranza, di felicità e di futuro. Dentro questo grande sì ce ne sono stati altri piccoli e piccolissimi che hanno fatto la nostra vita insieme. 
Ci siamo dati respiro e abbiamo guardato la vita con altri occhi. Almeno io ho l’ho fatto. 
Oggi lui ha smesso di farlo. Ha smesso di guardare. Ha smesso di dire di sì a me e alla nostra vita. 
La sua paura ha ripreso il sopravvento, gli ha fatto scegliere quello che gli è familiare, quello che sa gestire, tutto quello che può stare dentro una stanza, tra un pavimento e un soffitto. 
Sono rimasta qui da sola, sono stata ributtata nel mio mondo, nel mondo dove preferisco di no, e, dal quale, non uscirò mai più. 
Non ne uscirò perché scelgo di non farlo, perché è tutto quello che so gestire, perché lo spazio che si era aperto adesso si è chiuso. 
Perché sono Bartleby lo scrivano.

martedì 17 luglio 2012

Non è più il mio tempo

A questo punto, forse, non è più importante.
Non so in realtà cosa abbia ancora importanza e cosa no.
Ma io devo avere delle risposte, anche se poi, quelle risposte, mi sembreranno vane, prive di realtà, inutili, incapaci di portare veramente chiarezza, incapaci di dare un senso.
Perché probabilmente nessuna parola che io possa sentire, nessuna giustificazione avrebbe veramente il potere di restituirmi quello che ho perduto.
Ho perduto me stessa, il mio presente, il mio futuro.
Lo so, il futuro non ce l'ha nessuno veramente.
Io però credevo e speravo fortemente di averlo.
Stupida, stupida, creatura.
Vana, ho pensato che per una volta sarebbe bastato volerlo fortemente.
Cieca, ho creduto che al momento giusto il tuo gesto, a lungo atteso, sarebbe arrivato.
Invece è arrivata la defezione, l'ammutinamento, la paura che lascia il posto alla fuga.

Il silenzio non basta. Non basta. Non basta.
Crea un compartimento nel cervello, all'interno del quale proliferano parole senza senso.
Durante tutto il giorno e tutta la notte si affollano come batteri, si rincorrono e si sostituiscono l'una all'altra senza posa.
Tutte queste parole cieche come insetti, come larve, non sono in grado di costruire nulla. Tanto meno una spiegazione. Una verità qualsiasi che garantisca una tregua almeno.
Anche queste che sto digitando istericamente su questa tastiera silenziosa, non sono belle e non sono utili.
Non sono capace di produrre niente che sia bello.
Quindi farò qualcosa di brutto: brutta verità, brutte parole, brutta vita.

Non è più il tempo della speranza, dello sguardo aperto, del respiro lungo, del pensiero.
Non è più il mio tempo, se mai c'è stato un tempo a cui sono appartenuta.
Il tempo che è arrivato è quello del silenzio, del buio, della lenta trasformazione di ogni forma di vita in un fossile. Con la speranza che non venga ritrovato fra milioni di anni.

Come le mummie che vedemmo al British Museum.
Pensai che c'era qualcosa di pornografico nel guardare quei morti che non sanno di essere rimasti rattrappiti nel tempo, a disposizione degli occhi disattenti di tutti.
E degli occhi attenti di alcuni.

Non i miei. I miei occhi non prestano la dovuta attenzione. Non vedono, si distraggono.
Dubito che riusciranno mai più a vedere chiaramente qualcosa.
Tutt'al più intuiranno, e si volteranno immediatamente dall'altro lato, richiudendosi su se stessi.
Se un giorno ritroverete il mio fossile incastrato in una montagna, polverizzatelo, e datemi finalmente un po' di pace.


lunedì 2 luglio 2012

Sono presa dal panico

Sono completamente distrutta e presa dal panico.
Soffro in un modo che non credevo possibile e che non so quando finirà.
E avrei tanto bisogno di scrivere, di raccogliere le idee, di provare a spiegarmi qualcosa che per me è non solo inspiegabile ma assolutamente inconcepibile.
Invece brancolo nel buio della mia mente e non vedo. 
Non vedo cosa c'è fuori.
Non vedo cosa c'è dentro.
Ecco, tutto qui.
Solo questo per ora. 
Spero non per sempre.

martedì 7 febbraio 2012

Difficoltà narrative

Alla mia vita basta poco, pochissimo, per incepparsi.
Sono diventata una creatura evanescente, di cristallo, trasparente.
Lo sono sempre stata.
Lo so, non è che si diventa di cristallo tutto in un giorno, all'improvviso.
Lo sono sempre stata, evanescente.
Almeno, io ho sempre saputo di esserlo.
Non so se gli altri abbiano visto questa cosa in me, se la vedano tuttora oppure se non vedono nulla. Propendo per quest'ultima ipotesi.
Mi è addirittura capitato di sentirmi dire da qualcuno che la mia presenza lo rassicura, e che "tu sei una roccia".
Questo mi è bastato per capire che gli sguardi degli altri sono quello che sono, cioè sono occhi che si posano per vedere quello che serve a loro vedere.
E mi va bene anche così, che di sicuro sono così anche i miei sguardi.
Comunque sia io mi sento diventare sempre più evanescente, come una lastra di ghiaccio (già che siamo in tema di gelo).
In realtà non esisto quasi più, sono in un luogo che conosco solo io.
Faccio sempre più fatica a raccontare come passo le mie giornate, cosa faccio di me stessa.
La prima volta che non ho avuto lavoro, mi preoccupava che le persone quando mi incontravano o mi conoscevano mi avrebbero anche chiesto: "e tu che cosa fai? di che cosa ti occupi?"
Adesso poco me ne importa, ho abbastanza anni, da disinteressarmi del possibile giudizio altrui, ma mi mette in difficoltà la domanda: "cosa hai fatto oggi?"
Faccio delle cose, sì, come tutti, esco, rientro.
Leggo, scrivo.
Mi sveglio, mi addormento.
Penso, ricordo, immagino, aspetto.
Ma non so come mettere queste cose in forma narrativa, per gli altri.
Non è che puoi dire: "oggi mi sono svegliata, poi ho un po' pensato, ma nel pomeriggio mi sono proprio divertita immaginando un sacco."
Quindi oltre che fragile dal punto di vista narrativo, mi sento anche molto facile all'intoppo. Appena qualcosa si altera nel mio micro mondo, mi incasino, mi innervosisco e me la prendo con tutti i circostanti, i quali, non notando le minime perturbazioni, cominciano seriamente a farsi domande sulla mia pazzia.
Peggio per loro, peggio per me.
Tutto questo per dire che in questi giorni sono molto infastidita, nessuno sa perché, io sì, ma alla fin fine, a voi non importa gran che saperlo, e a me fa piuttosto fatica spiegarlo




martedì 31 gennaio 2012

Librerie che chiudono, amori lontani e la possibilità

Chiude una libreria nella mia città.
E', o meglio, era, una libreria antica, di proprietà una famiglia di librai napoletani. Quando io andavo a scuola, fino alla fine del mio liceo, quindi più o meno fino alla fine del 1990, nella città di librerie appartenenti a questa famiglia ce n'erano almeno cinque se mi ricordo bene, negli ultimi vent'anni hanno chiuso tutte, ora ne rimarrà aperta solo una, nel centro storico, la casa madre, sede anche della casa editrice.
La libreria che ha chiuso oggi si trova nel mio quartiere e io ho passato molti anni della mia vita avendola come punto di riferimento.
Molti sono stati gli articoli sui giornali, il dispiacere delle persone, le fotografie di scaffali vuoti, la giusta commozione dei proprietari, i napoletani che su Facebook si lamentavano e si strappavano i capelli.
Insomma tutta la retorica del caso.
Anche a me è dispiaciuto che una libreria grande e di lunga e gloriosa tradizione abbia chiuso.
Poi però ho pensato che era molto tempo che in quella libreria io non ci entravo più.
Ogni volta che negli ultimi tempi mi era venuto il desiderio di farmi venire un desiderio ed ero entrata lì dentro, ne ero uscita depressa e disgustata, con pensieri tristi che mi frullavano per la testa.
Quella libreria, come molte altre che non fanno parte di una grande catena distributiva, si era trasformata in una specie di bancarella.
Esposizioni sempre più scarne, libri spazzatura in bella vista, intere sezioni dedicate ai romanzi giovanili, al fantasy, e chi più ne ha più ne metta.
Bruno Vespa a Natale, Paolo Brosio e il suo misticismo idiota tutto l'anno, il calendario di Frate Indovino, la dieta tal dei tali, le ricette della televisione, la storia della vita di un calciatore, il folklore cittadino.
Per il resto, occhieggiavano abbandonati e con l'aria un po' triste, i soliti tascabili negli scaffali.
Certo il vero problema è che queste cose vengano stampate e che vengano pure vendute, però da una libreria, i lettori si aspettano qualcosa: il piacere di una scoperta, il consiglio accorto, l'esposizione di una casa editrice minore ma di qualità.
Insomma i lettori si aspettano un po' di amore per i libri.
Lo so, anche l'amore ha un prezzo.
I libri si devono vendere perché si deve pagare l'affitto a fine mese, ci sono i dipendenti, le bollette del negozio e di tutte le famiglie che dipendono dal negozio, quindi, pur di chiudere la giornata con un numero minimo di vendite ci si riduce a vendere spazzatura.
Paradossalmente è molto più facile trovare cose di qualità in una Feltrinelli piuttosto che in una libreria di quartiere.
In una catena si aiuta la qualità con la possibilità che offre la quantità.
Certo non è sempre così, ma a volte può esserlo.
In una piccola o media libreria, spesso, non c'è più nemmeno la possibilità.
Non dico e non voglio dire che sia sempre così, che non ci siano piccole librerie bellissime e piccoli librai coraggiosi (mi sembra di sentire parlare Ascanio Celestini: il piccolo fornaio, la piccola città), dove si trova ogni sorta di piccola delizia.
Non voglio generalizzare, perché il discorso sulla vendita dei libri è molto complesso e non sono io la persona giusta per farlo.
Io riporto quello che vedo girando nelle strade e per le librerie della mia città, che non è affatto una metropoli, e non è nemmeno una città che si potrebbe definire di provincia.
Quindi oggi la libreria del mio quartiere che esisteva da quarant'anni e dove anche io ho comprato molto fino a una decina di anni fa, ha chiuso.
Ma a chi mancherà quella libreria?
Io, temo che non mancherà a nessuno, perché i lettori l'avevano già abbandonata da tempo, e quelli che comprano libri di ricette di cucina da regalare alla suocera, le compreranno da qualche altra parte.



venerdì 27 gennaio 2012

Due lune, ci sono due lune


Passeggiavo, qualche giorno fa per una strada che non percorro mai, per una strada che non mi piace, sempre affollata da persone rumorose e sguaiate.
Cercavo di uscirne alla svelta, era sera, volevo svincolarmi da quella folla, quando vedo venire nella direzione opposta alla mia, una ragazza che conosco da tanti anni, ma che da molto tempo non mi era più capitato di incontrare. Non proprio una mia amica, piuttosto una conoscente, una persona che avevo dimenticato di avere dimenticato.
Ma guarda, ho pensato, allora vive ancora qui, non è emigrata altrove come quasi tutto il resto dei miei coetanei.
Giusto il tempo di riconoscerla e ho notato che teneva per mano una bambina.
Che bello, ho pensato, ha avuto una figlia. La bambina poteva avere quattro o cinque anni, la mamma, cioè la mia amica dimenticata, la portava per mano e tutte e due camminavano, con passo svelto, per tornare a casa.
La mia amica aveva uno sguardo molto corrucciato, uno sguardo che ho imparato a riconoscere, quello delle donne che mentre fanno una cosa stanno pensando ad altre cinque: “chi va a prendere la bambina domani a scuola? Lo dico sempre a mio marito ma lui poi finisce che si dimentica; la pastina al sugo l’ha mangiata stamattina, stasera devo cucinare un po’ di carne; devo telefonare all’avvocato, mi devo ricordare di pagare la bolletta domani prima di andare al lavoro; forse mia madre può venire a tenerla se usciamo domani sera” cose del genere.
Insomma aveva quella tipica espressione da mamma/moglie/donna che lavora. 
Mi ha fatto piacere vederla e constatare che vive, sta bene e la sua vita va in una direzione, qualunque essa sia.
Poi ho pensato che “prima”, un prima non meglio identificato nel tempo, ci saremmo fermate, ci saremmo scambiate un attimo, un saluto, un sorriso e i nostri occhi non sarebbero stati frettolosi e un po’ infossati.
Soprattutto “prima” ci saremmo chieste del nostro futuro: ciao, come stai, cosa fai, cosa farai, questo ci saremmo dette. Ho pensato anche che era meglio che non avessimo avuto modo di scambiare una parola, perché non avevo voglia ultimamente di sapere niente di nessuno, né di raccontare niente di me. Poi però mi sono fermata un secondo e mi sono chiesta che cosa è successo, cosa mi è capitato, da rendermi frettolosa e poco incline alle improvvisazioni del caso, cosa è successo anche agli altri, che corrono quanto me, che sono seccati e stanchi quanto me?
La risposta banale è che siamo cresciuti, siamo diventati “grandi”.
E quando è successo, e perché io non mi sono accorta di nulla?
All’improvviso i piccoli particolari sono percettibilmente diversi, tutto intorno a noi sembra restato uguale, stesse strade, stessi percorsi, stessi amici, stesse frasi dette e ridette, stesse battute a cui si risponde sempre con le stesse risata, e poi? Siamo noi, quelli di allora, che non siamo più gli stessi.
Ma la trasformazione quando è avvenuta?
Io ho continuato a vivere ogni giorno, a fare cose quotidiane, ad alzarmi, a lavorare a tornare a casa, e non mi sono accorta di nulla.
Intorno a me, le cose mantenevano le loro solite posizioni. Quando facevo l’appello delle forze del bene, erano tutte lì a rassicurarmi contro le forze del male.
Ma non era vero, non era esattamente così.
Erano lì senza esserci veramente. Qualcosa si stava spostando in una direzione, senza che né lo spostamento né la direzione fossero visibili.
Ora la direzione si sta mostrando all’orizzonte.
Stiamo diventando adulti, lo siamo belli e che diventati.
Stiamo ingrassando, le nostre rughe di espressione si stanno accentuando. Siamo cominciando ad ammalarci, a divorziare, a portare gonne più lunghe e scarpe più basse. I nostri amici stanno perdendo i capelli e stanno mettendo su pancia.
I nostri occhi si fanno sfuggenti, quando ci incontriamo non parliamo più del futuro, ma del passato, quando va bene del presente presentissimo, più tardi, oggi, stasera, domani al massimo. Ti trovo bene, sei proprio come eri.
Sì sì, vediamoci magari che mi fa piacere.

lunedì 16 gennaio 2012

Splinder, lasciami andare!

Sto cercando di salvare il mio blog dalle grinfie di Splinder, che sta per chiudere e portare con se molti anni della mia vita.
Purtroppo i miei tentativi sono stati vani fin'ora. 
Non sono un'esperta di HTML e il file di salvataggio dati prodotto da Splinder, che potrei importare in un'altra piattaforma ha degli errori che mi impediscono di completare la procedura.
Per salvare tutte le migliaia di parole che ho scritto con amore per tanto tempo, sono andata a sbirciare e mi sono messa a spulciare tra i post scritti.
Mi sono stupita ed emozionata. Ora sembra davvero troppo che me lo dica da sola, ma ero proprio bravina.
Anzi un po' di più.
Cosa mi sia successo, questo non lo so.
Improvvisamente qualcosa mi ha lasciato.
Quella freschezza, lo sguardo sulle cose, dove sono andati a finire.
Si sono nascosti dentro di me? Da qualche parte?
Sono scivolati giù in fondo, magari in un piede? In un dito del piede?
Oppure sono come evaporati, svaniti, si sono trasformati in piccolissime goccioline di vapore e, senza che me ne accorgessi, una mattina all'alba, sono volati via.
Mi sento più sola adesso, senza quei miei pezzetti, senza quella voglia, quel pizzicorino nelle dita.
Cerco a volte di evocarlo, chiudo gli occhi, mi strofino i polpastrelli, poso le dita sulla tastiera, ma succede ben poco.
Scrivo, ma quando rileggo mi trovo delusa, nelle parole che trovo manca qualcosa.
Mi dico, lo ritroverò.
Ne sono quasi sicura.
A volte.
Altre volte, invece, penso che si sia spento qualcosa per sempre.
Forse sono invecchiata, male, evidentemente, mi dico.
Allora lascio perdere, ma poi piano piano mi avvicino ancora, mi strofino i polpastrelli, faccio un bel respiro, chiudo gli occhi e tento il salto.
Spiccherò il volo ancora una volta?

martedì 13 dicembre 2011

Luminosa modernità

Lungo la strada che porta a casa mia c'è una scuola elementare. In realtà le scuole sono due, una materna e una elementare nello stesso edificio.
Quasi tutte le mattine ci passo accanto e sento le voci dei bambini e delle maestre. 
Detto così sembra un piccolo idillio, ma la maggior parte delle volte i bambini urlano e le maestre cercano di urlare più forte di loro. Comunque sia, mi fa quasi sempre piacere sentire quelle piccole voci provenire dalle finestre.
Stamattina sono passata come al solito. I bambini stavano imparando la canzoncina di Natale. 
Che bello, mi dico io, ascoltiamo i bambini cantare.
Così mi fermo e ... cosa sentono le mie orecchie? 
Questo: "E' Natale e a Natale si può fare di piùùù". 
Sì la canzone della pubblicità del pandoro Bauli.
Le maestre insegnavano e i bambini imparavano la canzone del pandoro. Da cantare la sera della vigilia di Natale alla mamma e al papà e magari pure a qualche nonno superstite.
Ora, io ho l'età per avere un figlio che frequenta quella scuola. 
Mi immagino la scena. 
Mio figlio torna a casa e mi dice: "sai mamma, a scuola abbiamo imparato la canzone di Natale!" 
Io contenta, materna, fiera del pargolo biondo (i pargoli sono biondi per definizione) che ho messo al mondo: "che bello figliolo, perchè non me la fai sentire?"
E lui attacca: "E' Natale e a Natale si può dare di piùùù!"
E io? Che faccio? Mi strozzo, come minimo. 
Ma dico, dove sono finite Bianco Natale, Tu scendi dalle stelle e tutto il repertorio parrocchiale che ci hanno fatto cantare per tutta la vita?
Mi si dirà che era giusto ora di cambiarlo. E sarei pure d'accordo. Ma con la canzone della pubblicità? Per di più del pandoro di Verona? Con il Signor Bauli vestito da Babbo Natale? 
Cosa ne sarà di questi bambini quando, fra quarant'anni, presi dalla nostalgia della loro infanzia, scopriranno che a scuola gli insegnavano le canzoni delle pubblicità? 
Io assorta in questi pensieri, sono tornata a casa intristita, immaginando le mamme che nel pomeriggio avrebbero ascoltato la canzone. 
Che poi magari le mamme saranno contente, e loderanno i pargoli (i pargoli vengono lodati per definizione) e loderanno pure le maestre per questa luminosa e innovativa idea portatrice di modernità.

martedì 8 novembre 2011

Il groviglio esistenziale

Sentimenti, sensazioni, cose che provo in questi mesi.
Non necessariamente tutti contemporaneamente.
Non necessariamente in questo ordine che mi è venuto fuori piuttosto alla rinfusa.
Delusione, rabbia, rancore, incredulità, fastidio, nostalgia, sollievo, solitudine, dubbio, vergogna, paura, preoccupazione, inquietudine, gratitudine, amore, dispiacere, abbandono, senso di incapacità ad essere normali, disinteresse, disincanto, irritazione, noia, intorpidimento, ostinazione, spavalderia.
La quasi costante sensazione di nascondere una lacrima all'angolo dell'occhio sinistro, accompagnata dalla subitanea irritazione per la presenza della lacrima in questione, accompagnate entrambe da una crescente irritazione contro la lacrima, contro il mio occhio sinistro e in definitiva contro me stessa che li posseggo entrambi.
Mi rendo conto, rileggendolo, che è un elenco deplorevole, tuttavia, a una seconda riflessione, direi di non avere dimenticato nulla.
Questo mi porta alla scontata conclusione che, avendo prodotto tale groviglio di sentimenti deplorevoli, sono una persona psicolabile e niente affatto padrona di me.
Questa conclusione mi porta a riflettere un momento.
Dopo avere rimuginato un attimo sulla cosa, mi rendo conto che, in effetti, tutto questo lo sapevo già.
E' bello avere dei punti fermi nella vita.

martedì 11 ottobre 2011

Der Zauberberg

Se mi affaccio alla finestra, davanti a me si dispiega un panorama dolce, verde, di erba, di alberi, di siepi ben coltivate.
Le guardo come si guarderebbe un film.
Le guardo e mi sembra che il paesaggio, con la sua immobilità gentile, abbia saputo  fermare  il tempo. A guardare fuori, i giorni sembra che non passino per niente. Oppure che ogni giorno sia gemello del giorno prima. Uno scorrere senza arrivare alla fine delle cose.
Per me è un posto buono dove stare, che il tempo che passa mi procura generalmente angoscia.
Mi succede però che guardo fuori e, insieme alle siepi e ai peperoncini messi a seccare al sole, vedo distese davanti a me tutte le mie paure.
Penso che sia il troppo sole a fare brutti scherzi, è ancora troppo caldo, in questo ottobre anormale, per il clima e per me, allora ritorno dentro, nella penombra degli scuri accostati, nel silenzio della casa vuota.
No non era il sole, non era il troppo caldo di questo ottobre anormale. Eccole sedute intorno a me, non riesco a mandarle via. Ci sono proprio tutte, non ho bisogno di contarle, di farne l’appello, le riconosco alla prima occhiata,  neanche una ha deciso di aspettarmi a casa mia, per il mio ritorno.
Cosa posso fare allora, nemmeno il grande cane bianco seduto accanto a me le vede, non abbaia per scacciarle, sbuffa indifferente alle sorti mie e di chi mi abita.

sabato 24 settembre 2011

Lo sguardo negli occhi degli altri


Poche sera fa sono uscita in compagnia di tre donne: un’amica e due ragazze che non conoscevo, amiche della mia amica. Siamo andate al cinema e poi a bere una cosa.
Sedute al nostro tavolo, inevitabilmente i discorsi che abbiamo fatto sono stati i soliti che le donne fanno quando si ritrovano tra di loro: uomini, fidanzati mariti e quant’altro.
Poiché due ragazze non le conoscevo, loro mi hanno chiesto di me, di cosa faccio e cose del genere. Arrivate alle fatidiche domande “sei sposata?” “hai figli?” io ho risposto di no. Infatti non sono sposata e figli non ne ho.
Ho assistito, e non era la prima volta, a reazioni completamente diverse da quelle a cui ero ormai abituata. Per spiegare il cambiamento devo fare un passo indietro.
Dai trenta ai trentacinque anni ho assistito ai matrimoni di tutte le donne che conosco: amiche, conoscenti, amiche di conoscenti, parenti, non hanno fatto altro che sposarsi in massa. E ogni volta che mi capitava di incontrarne qualcuna, oppure ogni volta che a una cena l’argomento cadeva su questioni sentimentali, io ero oggetto di domande, ammiccamenti, compatimenti di vario genere: “ma tu sei fidanzata/sposata?”; “ma quando ti sposi?”; “non hai forse voglia di avere dei figli?” e tutte le possibili variazioni sul tema. Erano sempre e solo le donne a chiedere, e alle mie risposte assumevano espressioni del viso tra il compatimento di circostanza e la velenosa  e falsissima rassicurazione: “vedrai prima o poi l’Amore busserà anche alla tua porta, come ha già fatto con la nostra”.
Poi, dopo i matrimoni sono cominciati i battesimi, anche quelli a raffiche. È incredibile la capacità riproduttiva delle donne in tempi in cui si dice che siamo a crescita zero!
Ora certo non c’è da sottovalutare che qui siamo al sud, che il matrimonio e la progenie sono ancora cose che vanno per la maggiore. Vuoi perché tanto di lavoro non ce n’è, per cui è più sicuro un matrimonio che un lavoro a tempo indeterminato mal pagato, vuoi per antichi debiti con la tradizione che qui ci vuole mogli e madri, alla fine a queste domande e a queste occhiatine mi ero abituata.

sabato 17 settembre 2011

Caro Amico


Caro Amico del Cuore,
è stato davvero bello ritrovarti dopo tanto tempo.
Dopo la scuola, quando eravamo compagni di banco, tre compagni di banco; dopo i viaggi fatti insieme, con quello sparuto gruppo che si teneva insieme contro tutti e tutto; dopo l’università; dopo il lento e inspiegabile allontanamento che prima o poi arriva anche senza spiegazioni; dopo il lavoro che ti ha portato in un’altra città; dopo gli amori felici e poi infelici.
Ti ho ritrovato uguale a come eri, a quarant’anni, i nostri quarant’anni, ormai scoccati e più o meno evidenti. E rivederti è stato anche rivedere gli altri, quelli del gruppo, alcuni compagni di classe, altri no, ma comunque tutti compagni di un pezzo di vita che credevamo importante, per lo meno allora. Il mio piacere di trovarvi ancora insieme è stato tutt’uno con il dispiacere  di non essere rimasta anche io con voi, con il chiedermi perché sia successo e con il rispondermi che è successo perché io, in qualche modo, non ero uguale a voi e oggi come allora me ne sono resa conto.
Mi addolorò allora e anche oggi, il tuo allontanamento, e mi ha addolorato, in tutti questi anni trascorsi, sapere che non era stato lo stesso con gli altri amici e che c’erano delle cose di te che non hai mai voluto dirmi, chi sa per quale convinzione sbagliata che avevi su di me.
Mi hai reso giustizia adesso, presentandomi il tuo compagno, e lo hai fatto a modo tuo, e te ne sono finalmente grata, dopo appena vent’anni che aspettavo che lo facessi.
So che probabilmente non ci rivedremo, con te come con gli altri, e so che io continuerò a ricordare quegli anni trascorsi insieme con la tenerezza che si deve ai ricordi della propria adolescenza, dimenticando tutto il resto, quello che è venuto dopo.
Caro Amico, arrivederci, buona vita.

mercoledì 14 settembre 2011

I quiz

Il momento è arrivato.
Lo aspettavo. Lo aspettavo con un po' di apprensione, con un pizzico di curiosità, ma soprattutto con un sentimento che ancora non ho saputo decifrare, forse semplicemente con la mancanza di curiosità di chi sa già bene di cosa si tratta.
E' tornato per me il momento del quiz preselettivo. 
Il quiz preselettivo è quanto di più umiliante e demenziale si possa chiedere a chi cerca lavoro sottoponendosi ad una procedura concorsuale. 
Si chiede a qualcuno di rispondere a domande di cultura generale, storia, geografia, informatica, logica e quant'altro, in pochi minuti, in generale in un numero di minuti inferiore al numero delle domande.
Non è importante sapere nulla delle materie in oggetto, poichè il concorso a tutti gli effetti si svolgerà in un secondo momento, l'importante è dare modo alla commissione di fare una importante scrematura tra i sempre troppi partecipanti al concorso.
Quanti ne ho fatti, all'inizio della mia vita lavorativa di quiz preselettivi, sono stata radunata insieme a migliaia di persone in palasport, centri polifunzionali, alberghi. Ho preso treni, pullman, navette per arrivare, insieme a un enorme branco indistinto di persone, a mettere pallini e crocette su un foglio prestampato, e poi sono andata via, facendo la strada a ritroso, con la sensazione di avere perso momentaneamente l'identità, di essere diventata qualcosa di simile a un numero o a una statistica.
Una sensazione sempre spiacevole.
Quanto sono poi stata contenta di credere che non avrei dovuto più fare cose del genere quando poi ho trovato lavoro, privatamente, senza dovere vincere concorsi che non avrei vinto mai.
Adesso sono qui, con 2.500 quiz da imparare in pochi giorni, per poi sedermi ancora una volta a un tavolino di plastica per pochi minuti, per fare una scommessa sul mio futuro. 


lunedì 5 settembre 2011

Un barattolo


Un barattolo color pervinca.
Lo apro e sento un profumo intenso di tè verde e gelsomino. Adesso che sono tornata a casa, lo apro e inspiro profondamente, con gli occhi chiusi. È il profumo della mia vacanza. È il profumo di una città che non vedevo da anni, una vecchia amica, il cui ricordo mi ha accompagnato sempre come l’immagine di ciò che desideravo e che sapevo che non avrei mai avuto il coraggio di avere. Un’amica più grande, che mi seguiva da lontano, nella confusione della mia vita, ma che sapevo che mi avrebbe aspettato e accolto di nuovo, prima o poi, per segnare un altro momento, un altro passaggio, un nuovo punto da cui ripartire.
La prima volta che l’ho vista mi aveva stupito con la sua aria frenetica di metropoli, ma allo stesso tempo compassata, ordinata, compatta, pur nella moltitudine di persone che l’attraversavano a passo svelto. Mi ricordo di me stessa che guardavo palazzi e vetrine che mi sembravano rappresentare un altro mondo, per me che venivo da una città anomala e provinciale, antica e arretrata.
L’ho trovata cambiata, travolta dai negozi e dai turisti, sfigurata dalle catene di negozi per mangiare male e a poco prezzo. Le donne indiane, vestite con la sari, che camminavano sfilando davanti alle vetrine di Fortnum & Mason non ci sono più. Probabilmente oggi le ragazze che passeggiano per le stesse strade sono le figlie di quelle donne e vestono all’occidentale. Perfino Harrods, da grande magazzino un po’ pacchiano, dove si potevano trovare vestiti a fiori e cappelli da vecchia signora inglese, è diventato un altrettanto pacchiano tempio dell’acquisto di lusso per clienti arabi o russi.

mercoledì 10 agosto 2011

Foldare?

A me mi viene l'ansia a guardare in tv quel canale del digitale terrestre dove si gioca a poker tutto il giorno.
Tra l'altro i commentatori hanno un gergo che non comprendo e che loro, consapevoli del fatto che nessuno li capisce, si dilettano nell'utilizzare senza mai fornire una sola spiegazione. Anche minima o che sembri buttata lì per caso.
Oltre all'ansia a dire il vero mi intristisco anche un po'. Non so se la tristezza sia causata dall'incomprensione assoluta oppure dalla visione di quei tizi assurdi, con occhiali da sole e cappellini intorno a un tavolo.
E tra l'altro, cosa diavolo vorrà dire "foldare"?

martedì 9 agosto 2011

Vacanze

Quando ero piccola partire per le vacanze estive era una faccenda molto complessa, che richiedeva una lunga preparazione, molta attenzione e, soprattutto una grande e crescente attesa.
Sapevamo che appena finita la scuola saremmo partiti, ma si capiva che eravamo ormai prossimi alla partenza quando una sequenza di eventi, sempre uguali negli anni, aveva inizio.
Molti giorni prima mia mamma cominciava a radunare le provviste che avremmo portato con noi. Era molto importante scegliere bene e non sbagliare le quantità: esse ci avrebbero consentito di sopravvivere per due mesi.
Mamma comprava soprattutto fettine di carne di tutti i tipi, che divideva poi in pacchettini sui quali scriveva col pennarello rosso, poi li congelava, li avremmo trasportati nelle borse termiche. Diceva che la carne che si vendeva lì dove andavamo era troppo dura, non la facevano “frollare” abbastanza; non si sapeva cosa voleva dire, solo si capiva che ci dirigevamo verso un luogo aspro e selvatico.
Poi toccava ai giocattoli e ai pupazzi della camera che condividevo con mia sorella, venivano imbustati e infilati negli armadi perché non prendessero polvere mentre noi non c’eravamo. Dovevamo scegliere quali volevamo portare con noi, ma pochi però, che saremmo andati al mare e non avremmo avuto voglie di giocare con i giocattoli dell’inverno. La scelta era ardua e si cambiava idea molte e molte volte al giorno. Fino a che mamma si spazientiva e allora ci minacciava di non portare proprio niente.
Quando si cominciava la preparazione delle le valigie quasi c’eravamo. Bisognava pensare a tutto, la biancheria per la casa, i vestiti di tutti, i giocattoli preferiti, le medicine (soprattutto le medicine), e mamma era molto agitata e indaffarata e diceva sempre: “devo pensare a tutto io in questa casa”.

giovedì 4 agosto 2011

Andata e ritorno

Vado e torno.
Lo faccio spesso. Lo faccio sempre.
Se ci penso bene, tutta la mia vita è stata fin'ora un andare e un tornare. 
Prima andavo a scuola. 
Uscivo di casa in un orario che mi sembrava notturno - mi ricordo il freddo di certe mattine - prendevo l'autobus, affollato di ragazzi con le cartelle sulla schiena e di altri viaggiatori infastiditi dal volume delle cartelle sulle schiene degli studenti.
Arrivavo nel cortile della scuola con l'ansia di chi doveva trovare qualcuno che gli facesse copiare la versione che non aveva saputo fare il pomeriggio prima. 
Passavo la giornata a schivare le interrogazioni. 
Tornavo a casa con lo stesso autobus che avevo preso la mattina, stipato all'inverosimile degli stessi ragazzi, con le stesse cartelle e sentivo le stesse invettive degli altri viaggiatori, stipati insieme a noi in quello che pareva più un carro bestiame che un autobus per il trasporto urbano.
Poi è venuto il momento di cambiare percorso. 
Quello nuovo era casa - università. 
Per arrivarci dovevo prendere un autobus e un mezzo su rotaie a scelta. All'inizio percorso quotidiano, seguivamo le lezioni del primo anno in un cinema, non era verosimile, non era faticoso, sembrava di andare ad una festa piuttosto che a studiare.
Dopo l'università i passi si sono fatti più incerti. I percorsi non erano così sicuri, andavo un po' a casaccio e non sapevo bene dove mi sarei diretta il giorno dopo.  Per un periodo ho fatto la spola tra casa, studio di un avvocato e tribunale. Prendevo un sacco di mezzi diversi tra autobus e metropolitane. Ma questo tragitto è durato poco, solo un paio di anni. Non lo sentivo mio, andavo, tornavo, ma mi sembrava di non avere poggiato i passi sull'asfalto. 
Ho cambiato tragitto, allora, ho cominciato ad andare da casa a un ufficio dove ho lavorato per tre anni. 
Ogni giorno svegliarsi, uscire, percorrere lo stesso tratto di strada, prendere l'autobus, lo stesso che prendevo per andare a scuola tanti anni prima, arrivare al lavoro. Sempre alla stessa ora. Poi tornare indietro, correndo dietro all'autobus, perchè se si perde quello, l'ultimo, poi non passano più, finita la giornata. Tre anni di questo dondolio.
Poi la traiettoria è cambiata, mi sono introdotta nelle viscere di Napoli, nei vicoli bui del centro storico, passando nelle caverne tracciate dalla metropolitana. 
Ma era sempre un andare e venire, sempre un dondolarsi tra un uscire e un tornare dentro. Giorno dopo giorno, e poi dopo mese e poi dopo anno.
Quando anche questo è finito mi sono accorta che il mio andare e venire non è finito affatto, ha solo preso un diverso periodo, non  più quotidiano, un tempo più lungo mi separa tra una andare un tornare e l'andare successivo.

giovedì 14 luglio 2011

Immagina una strada

"Immagina una strada." Me lo chiese una ragazza, un milione di anni fa. 
La conoscevo poco, e non mi ricordo di averla più incontrata dopo di allora. Ma quella sera, seduti al tavolo di un locale, insieme a vari amici lei disse ad ognuno di noi: "immagina una strada". Ognuno di noi lo fece.
La mia strada era stretta, un vicolo, pavimentato a grandi ciottoli, era così stretta che potevo toccare con le mie mani i due lati della strada. Per di più  guardando a terra vedevo che era bagnata e quindi sdrucciolevole. La mia strada era stretta e difficile da percorrere.
La ragazza poi ci disse che quella strada era il modo in cui noi stessi immaginavamo la nostra vita.
Mi sembrò appropriato che la mia vita fosse così, mi sembrò adatto a me che io la immaginassi in quel modo.
Tralasciando del tutto il particolare che il mio fidanzato di allora avesse immaginato la sua strada come una bella autostrada, lucida, nera, asfaltata e con una bella e bianca linea di mezzeria al centro, il che fa comprendere quanto inadatti fossimo l'uno per l'altra, tralasciando dunque questo particolare, tralasciando il quale noi rimanemmo insieme per molti anni ancora prima di arrivare a capire che non era il caso di perseverare, quella strada che immaginai allora, quella visione, mi ha accompagnato nel tempo. Ogni tanto ho cercato di pensarne un'altra, per vedere se qualcosa in me era cambiato. 

venerdì 8 luglio 2011

Desideri: attenzione


Quando ero piccola ed esprimevo un desiderio, spesso, se c’era qualcuno vicino a me in quel momento, mi diceva: “sta’ attenta ai tuoi desideri perché potrebbero avverarsi”.
Io non capivo poi tanto bene, che cosa volevano dire?
Se uno esprime un desiderio è proprio perché vuole che si avveri. Tra l’altro, i desideri si esprimono quasi sempre pensando che non si avvereranno mai. Per questo motivo si tende a esagerare.
Cara stella cadente, fammi vincere al superenalotto.
Caro topino del dente, fammi trovare un fidanzato bello come George Clooney.
Care candeline del compleanno, fatemi sposare col mio amore al più presto.
Cara Befana, portami una grande casa, ristrutturata, panoramica, dove abitare.
Caro Babbo Natale, quest’anno non mi portare giocattoli ma fammi trovare un lavoro che mi piaccia.
Caro Gesù bambino, lo so che tu non fai queste cose, ma fai venire un accidente a quell’idiota del mio vicino di casa che di notte suona la chitarra e non mi fa dormire.
Si sa, con i desideri si esagera sempre.
Sono passati molti anni e molti desideri, mai nessuno che si sia avverato.
Parecchio tempo fa, due anni almeno, forse anche tre, qualcuno mi regalò uno di quei braccialetti che si annodano al braccio, quelli che quando si spezzano si avvera il desiderio espresso nel momento in cui lo si è indossato. Io ho pensato al mio desiderio, l’ho annodato e l’ho tenuto senza pensarci più.
Alcuni mesi fa si è spezzato.