sabato 24 settembre 2011

Lo sguardo negli occhi degli altri


Poche sera fa sono uscita in compagnia di tre donne: un’amica e due ragazze che non conoscevo, amiche della mia amica. Siamo andate al cinema e poi a bere una cosa.
Sedute al nostro tavolo, inevitabilmente i discorsi che abbiamo fatto sono stati i soliti che le donne fanno quando si ritrovano tra di loro: uomini, fidanzati mariti e quant’altro.
Poiché due ragazze non le conoscevo, loro mi hanno chiesto di me, di cosa faccio e cose del genere. Arrivate alle fatidiche domande “sei sposata?” “hai figli?” io ho risposto di no. Infatti non sono sposata e figli non ne ho.
Ho assistito, e non era la prima volta, a reazioni completamente diverse da quelle a cui ero ormai abituata. Per spiegare il cambiamento devo fare un passo indietro.
Dai trenta ai trentacinque anni ho assistito ai matrimoni di tutte le donne che conosco: amiche, conoscenti, amiche di conoscenti, parenti, non hanno fatto altro che sposarsi in massa. E ogni volta che mi capitava di incontrarne qualcuna, oppure ogni volta che a una cena l’argomento cadeva su questioni sentimentali, io ero oggetto di domande, ammiccamenti, compatimenti di vario genere: “ma tu sei fidanzata/sposata?”; “ma quando ti sposi?”; “non hai forse voglia di avere dei figli?” e tutte le possibili variazioni sul tema. Erano sempre e solo le donne a chiedere, e alle mie risposte assumevano espressioni del viso tra il compatimento di circostanza e la velenosa  e falsissima rassicurazione: “vedrai prima o poi l’Amore busserà anche alla tua porta, come ha già fatto con la nostra”.
Poi, dopo i matrimoni sono cominciati i battesimi, anche quelli a raffiche. È incredibile la capacità riproduttiva delle donne in tempi in cui si dice che siamo a crescita zero!
Ora certo non c’è da sottovalutare che qui siamo al sud, che il matrimonio e la progenie sono ancora cose che vanno per la maggiore. Vuoi perché tanto di lavoro non ce n’è, per cui è più sicuro un matrimonio che un lavoro a tempo indeterminato mal pagato, vuoi per antichi debiti con la tradizione che qui ci vuole mogli e madri, alla fine a queste domande e a queste occhiatine mi ero abituata.

sabato 17 settembre 2011

Caro Amico


Caro Amico del Cuore,
è stato davvero bello ritrovarti dopo tanto tempo.
Dopo la scuola, quando eravamo compagni di banco, tre compagni di banco; dopo i viaggi fatti insieme, con quello sparuto gruppo che si teneva insieme contro tutti e tutto; dopo l’università; dopo il lento e inspiegabile allontanamento che prima o poi arriva anche senza spiegazioni; dopo il lavoro che ti ha portato in un’altra città; dopo gli amori felici e poi infelici.
Ti ho ritrovato uguale a come eri, a quarant’anni, i nostri quarant’anni, ormai scoccati e più o meno evidenti. E rivederti è stato anche rivedere gli altri, quelli del gruppo, alcuni compagni di classe, altri no, ma comunque tutti compagni di un pezzo di vita che credevamo importante, per lo meno allora. Il mio piacere di trovarvi ancora insieme è stato tutt’uno con il dispiacere  di non essere rimasta anche io con voi, con il chiedermi perché sia successo e con il rispondermi che è successo perché io, in qualche modo, non ero uguale a voi e oggi come allora me ne sono resa conto.
Mi addolorò allora e anche oggi, il tuo allontanamento, e mi ha addolorato, in tutti questi anni trascorsi, sapere che non era stato lo stesso con gli altri amici e che c’erano delle cose di te che non hai mai voluto dirmi, chi sa per quale convinzione sbagliata che avevi su di me.
Mi hai reso giustizia adesso, presentandomi il tuo compagno, e lo hai fatto a modo tuo, e te ne sono finalmente grata, dopo appena vent’anni che aspettavo che lo facessi.
So che probabilmente non ci rivedremo, con te come con gli altri, e so che io continuerò a ricordare quegli anni trascorsi insieme con la tenerezza che si deve ai ricordi della propria adolescenza, dimenticando tutto il resto, quello che è venuto dopo.
Caro Amico, arrivederci, buona vita.

mercoledì 14 settembre 2011

I quiz

Il momento è arrivato.
Lo aspettavo. Lo aspettavo con un po' di apprensione, con un pizzico di curiosità, ma soprattutto con un sentimento che ancora non ho saputo decifrare, forse semplicemente con la mancanza di curiosità di chi sa già bene di cosa si tratta.
E' tornato per me il momento del quiz preselettivo. 
Il quiz preselettivo è quanto di più umiliante e demenziale si possa chiedere a chi cerca lavoro sottoponendosi ad una procedura concorsuale. 
Si chiede a qualcuno di rispondere a domande di cultura generale, storia, geografia, informatica, logica e quant'altro, in pochi minuti, in generale in un numero di minuti inferiore al numero delle domande.
Non è importante sapere nulla delle materie in oggetto, poichè il concorso a tutti gli effetti si svolgerà in un secondo momento, l'importante è dare modo alla commissione di fare una importante scrematura tra i sempre troppi partecipanti al concorso.
Quanti ne ho fatti, all'inizio della mia vita lavorativa di quiz preselettivi, sono stata radunata insieme a migliaia di persone in palasport, centri polifunzionali, alberghi. Ho preso treni, pullman, navette per arrivare, insieme a un enorme branco indistinto di persone, a mettere pallini e crocette su un foglio prestampato, e poi sono andata via, facendo la strada a ritroso, con la sensazione di avere perso momentaneamente l'identità, di essere diventata qualcosa di simile a un numero o a una statistica.
Una sensazione sempre spiacevole.
Quanto sono poi stata contenta di credere che non avrei dovuto più fare cose del genere quando poi ho trovato lavoro, privatamente, senza dovere vincere concorsi che non avrei vinto mai.
Adesso sono qui, con 2.500 quiz da imparare in pochi giorni, per poi sedermi ancora una volta a un tavolino di plastica per pochi minuti, per fare una scommessa sul mio futuro. 


lunedì 5 settembre 2011

Un barattolo


Un barattolo color pervinca.
Lo apro e sento un profumo intenso di tè verde e gelsomino. Adesso che sono tornata a casa, lo apro e inspiro profondamente, con gli occhi chiusi. È il profumo della mia vacanza. È il profumo di una città che non vedevo da anni, una vecchia amica, il cui ricordo mi ha accompagnato sempre come l’immagine di ciò che desideravo e che sapevo che non avrei mai avuto il coraggio di avere. Un’amica più grande, che mi seguiva da lontano, nella confusione della mia vita, ma che sapevo che mi avrebbe aspettato e accolto di nuovo, prima o poi, per segnare un altro momento, un altro passaggio, un nuovo punto da cui ripartire.
La prima volta che l’ho vista mi aveva stupito con la sua aria frenetica di metropoli, ma allo stesso tempo compassata, ordinata, compatta, pur nella moltitudine di persone che l’attraversavano a passo svelto. Mi ricordo di me stessa che guardavo palazzi e vetrine che mi sembravano rappresentare un altro mondo, per me che venivo da una città anomala e provinciale, antica e arretrata.
L’ho trovata cambiata, travolta dai negozi e dai turisti, sfigurata dalle catene di negozi per mangiare male e a poco prezzo. Le donne indiane, vestite con la sari, che camminavano sfilando davanti alle vetrine di Fortnum & Mason non ci sono più. Probabilmente oggi le ragazze che passeggiano per le stesse strade sono le figlie di quelle donne e vestono all’occidentale. Perfino Harrods, da grande magazzino un po’ pacchiano, dove si potevano trovare vestiti a fiori e cappelli da vecchia signora inglese, è diventato un altrettanto pacchiano tempio dell’acquisto di lusso per clienti arabi o russi.

mercoledì 10 agosto 2011

Foldare?

A me mi viene l'ansia a guardare in tv quel canale del digitale terrestre dove si gioca a poker tutto il giorno.
Tra l'altro i commentatori hanno un gergo che non comprendo e che loro, consapevoli del fatto che nessuno li capisce, si dilettano nell'utilizzare senza mai fornire una sola spiegazione. Anche minima o che sembri buttata lì per caso.
Oltre all'ansia a dire il vero mi intristisco anche un po'. Non so se la tristezza sia causata dall'incomprensione assoluta oppure dalla visione di quei tizi assurdi, con occhiali da sole e cappellini intorno a un tavolo.
E tra l'altro, cosa diavolo vorrà dire "foldare"?

martedì 9 agosto 2011

Vacanze

Quando ero piccola partire per le vacanze estive era una faccenda molto complessa, che richiedeva una lunga preparazione, molta attenzione e, soprattutto una grande e crescente attesa.
Sapevamo che appena finita la scuola saremmo partiti, ma si capiva che eravamo ormai prossimi alla partenza quando una sequenza di eventi, sempre uguali negli anni, aveva inizio.
Molti giorni prima mia mamma cominciava a radunare le provviste che avremmo portato con noi. Era molto importante scegliere bene e non sbagliare le quantità: esse ci avrebbero consentito di sopravvivere per due mesi.
Mamma comprava soprattutto fettine di carne di tutti i tipi, che divideva poi in pacchettini sui quali scriveva col pennarello rosso, poi li congelava, li avremmo trasportati nelle borse termiche. Diceva che la carne che si vendeva lì dove andavamo era troppo dura, non la facevano “frollare” abbastanza; non si sapeva cosa voleva dire, solo si capiva che ci dirigevamo verso un luogo aspro e selvatico.
Poi toccava ai giocattoli e ai pupazzi della camera che condividevo con mia sorella, venivano imbustati e infilati negli armadi perché non prendessero polvere mentre noi non c’eravamo. Dovevamo scegliere quali volevamo portare con noi, ma pochi però, che saremmo andati al mare e non avremmo avuto voglie di giocare con i giocattoli dell’inverno. La scelta era ardua e si cambiava idea molte e molte volte al giorno. Fino a che mamma si spazientiva e allora ci minacciava di non portare proprio niente.
Quando si cominciava la preparazione delle le valigie quasi c’eravamo. Bisognava pensare a tutto, la biancheria per la casa, i vestiti di tutti, i giocattoli preferiti, le medicine (soprattutto le medicine), e mamma era molto agitata e indaffarata e diceva sempre: “devo pensare a tutto io in questa casa”.

giovedì 4 agosto 2011

Andata e ritorno

Vado e torno.
Lo faccio spesso. Lo faccio sempre.
Se ci penso bene, tutta la mia vita è stata fin'ora un andare e un tornare. 
Prima andavo a scuola. 
Uscivo di casa in un orario che mi sembrava notturno - mi ricordo il freddo di certe mattine - prendevo l'autobus, affollato di ragazzi con le cartelle sulla schiena e di altri viaggiatori infastiditi dal volume delle cartelle sulle schiene degli studenti.
Arrivavo nel cortile della scuola con l'ansia di chi doveva trovare qualcuno che gli facesse copiare la versione che non aveva saputo fare il pomeriggio prima. 
Passavo la giornata a schivare le interrogazioni. 
Tornavo a casa con lo stesso autobus che avevo preso la mattina, stipato all'inverosimile degli stessi ragazzi, con le stesse cartelle e sentivo le stesse invettive degli altri viaggiatori, stipati insieme a noi in quello che pareva più un carro bestiame che un autobus per il trasporto urbano.
Poi è venuto il momento di cambiare percorso. 
Quello nuovo era casa - università. 
Per arrivarci dovevo prendere un autobus e un mezzo su rotaie a scelta. All'inizio percorso quotidiano, seguivamo le lezioni del primo anno in un cinema, non era verosimile, non era faticoso, sembrava di andare ad una festa piuttosto che a studiare.
Dopo l'università i passi si sono fatti più incerti. I percorsi non erano così sicuri, andavo un po' a casaccio e non sapevo bene dove mi sarei diretta il giorno dopo.  Per un periodo ho fatto la spola tra casa, studio di un avvocato e tribunale. Prendevo un sacco di mezzi diversi tra autobus e metropolitane. Ma questo tragitto è durato poco, solo un paio di anni. Non lo sentivo mio, andavo, tornavo, ma mi sembrava di non avere poggiato i passi sull'asfalto. 
Ho cambiato tragitto, allora, ho cominciato ad andare da casa a un ufficio dove ho lavorato per tre anni. 
Ogni giorno svegliarsi, uscire, percorrere lo stesso tratto di strada, prendere l'autobus, lo stesso che prendevo per andare a scuola tanti anni prima, arrivare al lavoro. Sempre alla stessa ora. Poi tornare indietro, correndo dietro all'autobus, perchè se si perde quello, l'ultimo, poi non passano più, finita la giornata. Tre anni di questo dondolio.
Poi la traiettoria è cambiata, mi sono introdotta nelle viscere di Napoli, nei vicoli bui del centro storico, passando nelle caverne tracciate dalla metropolitana. 
Ma era sempre un andare e venire, sempre un dondolarsi tra un uscire e un tornare dentro. Giorno dopo giorno, e poi dopo mese e poi dopo anno.
Quando anche questo è finito mi sono accorta che il mio andare e venire non è finito affatto, ha solo preso un diverso periodo, non  più quotidiano, un tempo più lungo mi separa tra una andare un tornare e l'andare successivo.

giovedì 14 luglio 2011

Immagina una strada

"Immagina una strada." Me lo chiese una ragazza, un milione di anni fa. 
La conoscevo poco, e non mi ricordo di averla più incontrata dopo di allora. Ma quella sera, seduti al tavolo di un locale, insieme a vari amici lei disse ad ognuno di noi: "immagina una strada". Ognuno di noi lo fece.
La mia strada era stretta, un vicolo, pavimentato a grandi ciottoli, era così stretta che potevo toccare con le mie mani i due lati della strada. Per di più  guardando a terra vedevo che era bagnata e quindi sdrucciolevole. La mia strada era stretta e difficile da percorrere.
La ragazza poi ci disse che quella strada era il modo in cui noi stessi immaginavamo la nostra vita.
Mi sembrò appropriato che la mia vita fosse così, mi sembrò adatto a me che io la immaginassi in quel modo.
Tralasciando del tutto il particolare che il mio fidanzato di allora avesse immaginato la sua strada come una bella autostrada, lucida, nera, asfaltata e con una bella e bianca linea di mezzeria al centro, il che fa comprendere quanto inadatti fossimo l'uno per l'altra, tralasciando dunque questo particolare, tralasciando il quale noi rimanemmo insieme per molti anni ancora prima di arrivare a capire che non era il caso di perseverare, quella strada che immaginai allora, quella visione, mi ha accompagnato nel tempo. Ogni tanto ho cercato di pensarne un'altra, per vedere se qualcosa in me era cambiato. 

venerdì 8 luglio 2011

Desideri: attenzione


Quando ero piccola ed esprimevo un desiderio, spesso, se c’era qualcuno vicino a me in quel momento, mi diceva: “sta’ attenta ai tuoi desideri perché potrebbero avverarsi”.
Io non capivo poi tanto bene, che cosa volevano dire?
Se uno esprime un desiderio è proprio perché vuole che si avveri. Tra l’altro, i desideri si esprimono quasi sempre pensando che non si avvereranno mai. Per questo motivo si tende a esagerare.
Cara stella cadente, fammi vincere al superenalotto.
Caro topino del dente, fammi trovare un fidanzato bello come George Clooney.
Care candeline del compleanno, fatemi sposare col mio amore al più presto.
Cara Befana, portami una grande casa, ristrutturata, panoramica, dove abitare.
Caro Babbo Natale, quest’anno non mi portare giocattoli ma fammi trovare un lavoro che mi piaccia.
Caro Gesù bambino, lo so che tu non fai queste cose, ma fai venire un accidente a quell’idiota del mio vicino di casa che di notte suona la chitarra e non mi fa dormire.
Si sa, con i desideri si esagera sempre.
Sono passati molti anni e molti desideri, mai nessuno che si sia avverato.
Parecchio tempo fa, due anni almeno, forse anche tre, qualcuno mi regalò uno di quei braccialetti che si annodano al braccio, quelli che quando si spezzano si avvera il desiderio espresso nel momento in cui lo si è indossato. Io ho pensato al mio desiderio, l’ho annodato e l’ho tenuto senza pensarci più.
Alcuni mesi fa si è spezzato.

lunedì 4 luglio 2011

Dell'arte del vaticinio

Vivere nella mia città, Napoli, rende inclini al fatalismo, alle tecniche di divinazione, alla consultazione degli astri e del volo degli uccelli, all’osservazione di fenomeni naturali e al sentimentalismo in generale.
Stamattina esco per fare alcune commissioni; fa caldo, penso di aspettare l’autobus. Non essendoci ausilio tecnico (un cartello con gli orari; un display elettronico; un gabbiano indicatore) che mi può dare una qualsiasi informazione sul tempo di attesa, che su questa linea va dai venti minuti all’infinito, cosa faccio? Osservo i segni, la pista, come farebbero gli apache o i tuareg nel deserto. I segni indicatori sono molteplici e bisogna essere dotati di acume per coglierli e per metterli in relazione gli uni con gli altri, una corretta divinazione mi metterà in grado di sapere se mi conviene aspettare o andare via.
Ci sono persone alla fermata? Sì.
Questo mi sembra un buon segno, se non ci fosse nessuno non varrebbe la pena aspettare. Interrogo allora una signora: lei non aspetta da molto ma resta, fiduciosa, perché una persona che da poco se n’è andata, spazientita dall’attesa, era lì da parecchio.
Interessante. Ci sembra di poter sperare che data la lunga attesa, presto all’orizzonte si materializzi la sagoma dell’autobus.
Una terza persona, interessata anche lei e anche lei incerta sul da farsi, ci fa notare però che in tutto questo tempo, nessun autobus è passato nella direzione contraria.
Anche questo è un dato importante e da non sottovalutare, perché nessuno è stato mai certo del numero effettivo di vetture su questa tratta, l’ipotesi accreditata è che non ce ne siano più di due. 
Come, solo due? Per una linea così importante? Sì, solo due. 
Il latore della ferale notizia, un uomo di mezza età, che sorride sotto i baffi perché lui è uno informato dei fatti della vita,  ci dice di averla appresa un giorno non molto lontano, quando l’autobus su cui viaggiava si guastò e tutti i passeggeri furono costretti a scendere. In quel momento il conducente li esortò a cercare di raggiungere le loro mete con mezzi alternativi, disse, il conducente: “mo’ state freschi ad aspettare, i pullman sono solo due, mentre arriva l’altro in sostituzione dal deposito, fate prima ad andare a piedi!” 
La notizia ci getta momentaneamente nello sconforto.
Una signora decide di abbandonare la sua posizione e di incamminarsi. 
Il giornalaio, che ascoltava attento, plaude la scelta. 
L’uomo, dopo averci lasciato tutti perplessi e con i calcoli da rifare, se ne va dicendo che questa città è una disgrazia.
Io, dal canto mio, dopo avere impiegato almeno venti minuti in congetture che si sono rivelate vane, decido di andare a piedi.
Guardo il cielo, il sole è già alto, ma ho fiducia che si stenda il vento, che come tutti sanno, non rivela il carattere della giornata prima delle undici almeno.

venerdì 1 luglio 2011

Nuovi tipi di stupefacenti

Da alcuni mesi a questa parte, la mia attenzione è stata catturata da un genere di programmi televisivi che guadagna sempre maggiori spazi nei palinsesti di molte reti: i programmi di cucina.
Sì, quelli con i cuochi e le ricette.
Li guardo soprattutto la sera, su alcuni canali satellitari; li trasmettono senza soluzione di continuità, in blocchi di un’ora o mezz’ora.
In pochi minuti, queste perfette creature, gli chef, con le loro abili mani, compiono gesti perfetti. Questi uomini, sempre sorridenti, vestiti di bianco, sanno domare ogni ingrediente con garbo e attenzione; sono rassicuranti e al tempo stesso mostrano di essere dotati di determinazione e esperienza - un po’ come i medici delle serie televisive americane che ti raccolgono in fin di vita, e ti ridonano la salute sorridendo, senza che questo costi alcuno sforzo a loro e nessun dolore a te – televisivi dispensatori di ordine e tranquillità.
I miei cuochi tagliano fettine di spessore millimetrico, tutte perfettamente uguali tra loro, sminuzzano, tritano, con gesti precisi e sapienti.
Nulla li mette in difficoltà o li spaventa. Non arretrano neanche di fronte a una cipolla da sbucciare. Non temono lacrime inopportune e antiestetiche. Le loro padelle non mandano mai uno schizzo inopportuno e fuori luogo, le loro paste non si scuociono inopinatamente, i loro grembiuli immacolati non temono macchie maleducate.
Con i loro utensili luccicanti, i loro coltelli e taglieri sempre adeguati, i loro cucchiai e palette perfettamente ordinati sui piani di lavoro, riducono all’unità ciò che è per natura molteplice, rendono coerente e ordinato il disordine e l’indisciplina della natura.
Io, che ho sempre avuto bisogno di certezze nella vita, magari piccole, ma comunque certezze, li guardo ipnotizzata, anche per intere serate, me li scelgo, guardo l’uno piuttosto che l’altro, poi scivolo nel sonno dei giusti.
Ho scoperto che mi rassicurano e mi trasmettono mezz’ora di serenità: niente di imprevisto o di brutto può accadere in quelle cucine bianche e cromate. Spesso mi accorgo di seguire poco anche le ricette, e di dimenticarle appena scorrono i titoli di coda del programma. Quello che guardo sono i cuochi, le loro mani, ascolto le loro voci ben modulate e dimentico il caos che mi circonda. Dimentico il mondo che mi sembra sempre più incomprensibile e minaccioso, e dimentico il futuro, che mi sembra sempre di più un’ipotesi azzardata.
Nuovi, o vecchi, tipi di stupefacenti di massa.

mercoledì 29 giugno 2011

Il "Piccolo libro delle domande" parte prima

Mi faccio delle domande. 
Molte. 
Il periodo come si può ben capire è favorevole. 
Le domande hanno i più vari oggetti e spesso, dopo che me le sono fatte, mi chiedo se sono ancora mediamente sana di mente oppure se non c’è più niente da fare.
Di seguito un piccolo estratto dal mio Piccolo libro delle domande:
Cosa ne sarà di me?
Dove mi converrà emigrare?
Facendomi passare per un rifiuto speciale avrò più o meno possibilità di impiego in Padania?
Quando più di tre persone in pochi giorni, con il palese intento di consolarti ti dicono: “non disperare, si chiude una porta, si apre un portone”, è quello il momento giusto per farti prendere dal panico?
Se non è quello il momento giusto, si rischia che ce ne sia uno migliore?
Quando più di tre persone (diverse da quelle della domanda precedente), ti dicono: "adesso ti sembra un dramma ma, questa è l’occasione giusta per cambiare vita”, è il caso di cominciare la nuova vita non vedendo più quelle persone?
Perché tutti vogliono cambiare vita ma preferiscono che siano gli altri a farlo?
Quando incontri una persona che non vedevi da 30 anni, per la precisione dalle scuole elementari, e quella ti dice che ti ha riconosciuto perchè non sei cambiata affatto, è un bene o un male?
Perché sulla copertina della Settimana Enigmistica c’è scritto “esce il sabato” e invece esce il giovedì? 

martedì 28 giugno 2011

Di lotterie, giochi di abilità e affini

Da un paio i mesi sono rimasta senza lavoro.
Niente di originale visti i tempi.
Così sono entrata nel magico mondo delle agenzie interinali, dei loro annunci miracolosi, delle lettere di presentazione e altre amenità.
Quelli che cercano personale sono sempre aziende leader nel settore oppure importante studio legale internazionale
Di più non è dato sapere di costoro. 
L'idea che mi sono fatta è che, come per gli annunci immobiliari - vendesi delizioso, rifinitissimo, termoautonomo, 22 metri quadri e quando vai a vederlo un bel topo baffuto ti apre la porta - ove finalmente si potesse ottenere un colloquio con uno di questi leader di un settore immaginifico, ci si ritroverebbe di fronte creature non verbalizzanti nell'idioma nazionale, un ufficio seminterrato e un fax a manovella. 
Dovessero esistere,  i suddetti leader cercano segretarie che parlano tre lingue, flessibili, con esperienza di almeno tre o cinque anni, riservate, disposte a fare gli straordinari sorridendo, di bella presenza e di belle speranze, ma curiosamente sono disposti ad aggiudicarsi queste campionesse per uno o tre mesi al massimo e a pagare loro stipendi da conclamata soglia della povertà.
La tecnologia, comunque, rende la ricerca del lavoro un delizioso gioco di società: ci iscrive ai siti, si inseriscono i propri dati e per candidarsi basta cliccare su un bottoncino colorato.
Cosa c'è di più piacevole?
Dopo il click si riceve una rassicurante e-mail di conferma e il gioco è fatto: in un battere di ciglia se si possiede internet veloce, in pochi secondi altrimenti, ci si è trasformati in candidati.
Poi nulla più accade.
Io mi trasformo in candidata varie volte al giorno, è divertente e presto diventa una droga; può succedere che, mentre sei fuori e quindi lontana dal computer, ti possa domandare con angoscia: quanti annunci mi sarò persa in queste ore?
Temo comunque che trovare un lavoro con questi sistemi sia possibile quanto vincere una lotteria. 
Io dal canto mio preferirei quella che ti dà diritto a ricevere ventimila euro al mese per venti anni.



Il primo post...

La mia vita mi è sempre sembrata immobile. 
Nel senso che la sensazione che le cose capitino solo agli altri, o solo nelle serie televisive, mi ha sempre accompagnato.
Poi ho capito che ognuno ha i suoi tempi e i miei sono molto ma molto lenti, quindi prima o poi, a passo di lumaca, arrivo anche io.
In questi ultimi mesi la mia vita è cambiata e io sto ancora cercando di capirci qualcosa.
Siccome io quando ho bisogno di capire, prima o poi comincio a scrivere, ecco, oggi ho deciso di cominciare a scrivere qui.