venerdì 14 dicembre 2012

Caro Babbo Natale

Stamattina piove e la malinconia la fa da padrona, come in realtà fa anche quando non piove, quando tira o non tira vento, quando c'è il sole o la nebbia.
Che fra qualche giorno sarà Natale è impossibile cercare di dimenticarselo, ogni cosa intorno, ogni canzone alla radio, ogni vetrina di negozio, non fa altro che ricordarmelo, a me come a parecchi altri abitanti del globo, non a tutti per fortuna.
Così in questo clima da ultimo minuto, da imminente fine di qualcosa di imprecisato, mi sono ricordata che nel mio vecchio blog, che cominciai nel 2003, scrissi una letterina a Babbo Natale che riscosse un certo successo nella comunità virtuale che esisteva allora e che oggi non esiste più.
Il post risale appunto a nove anni fa, giorno più, giorno meno.
L'intenzione era quella di ripostarla su questo blog e quindi sono per prima cosa andata a cercarla.
L'ho trovata, l'ho riletta e sono rimasta stupefatta. 
La persona che scriveva allora era un'altra. 
Il tono, le parole, le pause, sono mie, le riconosco profondamente, eppure ormai non sono più mie.
Della ragazza di allora ricordo ogni cosa, i giorni, le sensazioni, i sentimenti, mi sono riaffiorati immediatamente alla mente: il lavoro che avevo, la mia scrivania, la strada che facevo ogni mattine e ogni sera, il telefono che squillava incessantemente, le persone che frequentavo, la routine quotidiana che mi schiacciava, eppure mi sembra che questi stessi ricordi mi siano lontanissimi, mi rivedo in terza persona, come se guardassi qualcosa alla televisione con me stessa come protagonista.
E' certamente per questo motivo, per questo distacco assoluto, per questa cesura profonda e non emendabile, che in alcuni momenti mi sembra impensabile e addirittura mi risulta fastidioso che alcune persone che mi stanno intorno vivano ancora come vivevamo insieme allora, pensino le stesse cose e si comportino negli stessi modi.
Allora cosa è rimasto di quella letterina a Babbo Natale di nove anni fa. 
Nulla credo.
Dovrei scriverne una nuova ma non è in mio potere, a Babbo Natale non ci credo più, finalmente, e alla mia età era pure venuto il momento.

Se a qualcuno è venuta una piccola curiosità la letterina la potete trovare qui.


domenica 18 novembre 2012

Ti direi

E ti racconterei che le foglie davanti alla mia finestra sono diventate tutte rosse ed è uno spettacolo.
Perché è autunno ormai, fra poco anche inverno, mentre io mi sento come se fosse ancora luglio; guardo i giorni passare e mi sembra che corrano così in fretta che in realtà si sono fermati in un momento del tempo imprecisato e immobile.
Ti direi che speravo di stare meglio quando l'autunno fosse finalmente arrivato perché è sempre stata la mia stagione preferita, quando tutto diventa più morbido e la natura smette di essere così furiosamente viva e si avvia con più gentilezza verso il momento in cui la possiamo dimenticare. Ma non sto meglio per niente e di questo autunno anormale nemmeno mi accorgo, nemmeno mi viene voglia di inveire contro il caldo appiccicoso che fa.
Perché il crepuscolo della sera che arriva così presto non mi porta nessun sollievo. Ricordo che mi piaceva guardare le luci che si accendono nelle case, dietro le tende.
Mi ricordo di molte cose di me che sono scomparse e mi chiedo se siano mai esistite.
Ti racconterei che passo alcuni pomeriggi in casa di amici, dove vedo e guardo e sono circondata da tutto quello che avrei voluto avere anche io, amici che per fortuna mi accolgono e mi consentono di  passare un tempo insieme, più lieve del tempo che si passa da soli, e preparo torte - sì è così, preparo torte - che vorrei che assaggiassi anche tu, le torte che immaginavo avrei preparato per te nei pomeriggi con il buio fuori.
Vengono proprio buone e profumate di casa e di famiglia. Ne taglio una fetta e immagino che tu la assaggi, seduto in una immaginaria cucina che mi irrita che anche nella fantasia assomigli alla cucina di casa tua mentre io vorrei che assomigliasse alla cucina di casa nostra, e mi dica se ti piace oppure no, invece la porto a casa mia, la sera tardi, avvolta nella carta stagnola.
La mangerà mio padre per colazione, in piedi, domani.
Ti direi che non andrò a votare alle primarie perché non ho più il senso del futuro e nemmeno del presente, perché sentire parlare Renzi mi disturba e perché Bersani è una persona concreta ma non sa da che parte cominciare e sentirlo dire parole che non corrispondono a cose mi spaventa. 
Ti vorrei raccontare dei calzettoni colorati e morbidi che ho comprato, e di un bambino simpatico e buffo con cui ho cenato ieri sera che mi ricordava non so perché un mio amico che conosci anche tu.
Ti direi che da quando si è aggiornato il sistema operativo dell'iphone ogni tanto parlo con Siri e mi fa ridere la sua voce seria da segretaria modello. Chi lo sa se lo fai anche tu. Fra qualche giorno sarà un anno da quando me lo regalasti, quella sera di novembre. 
Fra due giorni ci sarà l'inaugurazione dell'anno accademico e io non ci sarò, e sono contenta perché organizzarlo sarà stato un delirio tra presidenti di tutte le nazionalità e l'incompetenza istituzionalizzata, ma in qualche modo mi mancano le persone e mi manca non avere più un filo che mi lega a qualcosa, qualunque cosa sia.
Comunque sia oggi è domenica, anche questo ti volevo dire, non che sia poi così importante.

mercoledì 31 ottobre 2012

La notte del Grande Cocomero

Stanotte è la notte del Grande Cocomero.
Vorrei vederlo arrivare, chi sa se vola o cammina.
Forse galoppa. Sì, mi piacerebbe che galoppasse, come un deforme principe azzurro, con una testa enorme e il corpo magrissimo.
Come un principe azzurro del colore sbagliato.
Qui piove tanto che dovrà arrivare armato di ombrello.
Stanotte, se verrà, sarà per me.
Lo so.
Atterrerà e mi coprirà con il suo mantello fatto di foglie, mi terrà caldo e scuro e mi farà dormire.
Dormirò tanto a lungo e tanto profondamente che quando mi sveglierò non saprò più chi sono, non avrò più nome né passato né futuro.
Diventerò una foglia o un ago di pino, qualcosa che se punge non fa sanguinare, diventerò muschio oppure fungo.
Questo sarà il regalo del Grande Cocomero per me.






giovedì 11 ottobre 2012

Lotteria Italia

Ieri sera ho preso la funicolare che dal Vomero porta "giù Napoli" a via Toledo. O via Roma. 
E' quella una delle tante strade della città che ha molti nomi perché ha avuto molte vite. Si chiamava originariamente via Toledo, poi ha preso il nome di via Roma in tempi molto più recenti, poi, in omaggio alle cose antiche e al suo antico cuore il vecchio nome le è stato restituito con il risultato che ognuno la chiama come preferisce a seconda del suo cuore, dei suoi ricordi e delle sue consuetudini.
Avevo appuntamento con un'amica. Io come al solito ero in anticipo, lei un poco in ritardo. 
Così sono rimasta sulla strada ad aspettarla per una decina di minuti, forse di più.
Accanto a me c'era una bancarella. 
Non ci ho fatto subito caso perché su via Toledo, che io però preferisco chiamare via Roma, chi sa questa preferenza cosa rivela del mio cuore, c'è una tale confusione, un via vai impazzito e un numero di bancarelle, ambulanti e questuanti che impedisce di vedere alcunché.
Erano le sette e mezza ed era buio. 
Anche il buio che prima amavo tanto e che oggi mi spaventa e mi disorienta, come mi spaventa e mi disorienta ormai ogni cosa, forse mi ha impedito di rendermi immediatamente conto di quello che mi accadeva intorno. 
Guardavo ogni cosa senza vedere nulla.
Davo le spalle al piccolo banco che avevo notato appena arrivando, e una voce profonda e cavernosa mi ha fatto sobbalzare.
"Lotteria Italia!" chiamava una vecchia. 
Non è stato l'urlo che mi ha colpito ma il tono della voce. 
Un richiamo abituale, lanciato senza intonazione, con indifferenza, come si compie un servizio abusato, noioso, un atto dovuto.
Mi giro e vedo una signora con l'aspetto di una strega, i capelli bianchi e crespi, le mani nodose e le unghie acuminate.
Nonostante tutto, il suo sembrare una strega cattiva, la bancarella, il grido lanciato e la situazione in generale, era molto tranquilla e composta. 
Ogni tanto, mandava il suo richiamo "Lotteria Italia, lotteria!", altrimenti stava in silenzio e fissava un poco nel vuoto. Qualcuno si è avvicinato a comprare i biglietti.
A un certo punto, un altro ambulante, che vendeva cianfrusaglie, anche lui lanciando un richiamo che si confondeva nel rumore della strada, è passato davanti a noi e le ha fatto il verso. 
Lei si è un po' arrabbiata, un po' no e gli ha risposto per le rime.
Poi, siccome io stavo vicino a lei, si è rivolta a me per commentare l'accaduto: "E' un ragazzo scostumato, ma non è cattivo, ogni volta che passa mi sfotte" mi ha detto.
Io presa alla sprovvista le ho risposto: "Ci vuole pazienza con questi ragazzi, sono maleducati", e ho fatto per girarmi e per continuare a farmi i fatti miei.
Ma lei si vede che si era annoiata di stare lì sola, era buio ormai, forse stava per andare a casa. 
Voleva fare ancora due chiacchiere.
Ha chiamato, con quella sua voce roca e profonda il suo cagnolino: "Lady!" e subito Lady è apparsa scodinzolando. Un bastardino molto pulito, curato e con un bel collare.
Mi ha detto: "Sta con me da dieci anni, siamo io e lei da sole, la mattina mi sveglia e vuole subito uscire, se ne viene a via Roma a fare la passeggiata. E' molto intelligente, capisce tutto e si fa capire, mi accompagna sempre tutti i giorni al mio lavoro e poi la sera ce ne torniamo a casa. Adesso si è stancata e mi sta dicendo che se ne vuole andare."
Io ho fatto un po' di ciance al cane, poi è arrivata la mia amica. Ho salutato la signora e me ne sono andata per la mia strada.
Ma mi torna ancora in mente la sua voce, i suoi capelli bianchi e crespi, la sua compostezza.
Il cane, i biglietti della lotteria.
Non so nemmeno bene cosa ho pensato, cosa ancora adesso sto pensando.
Ho pensato a quella donna sola, mi sono chiesta come vive, probabilmente in un basso poco lontano, se c'è qualcuno che si preoccupa per lei, probabilmente no.
Non mi sembrava triste solo molto tranquilla, forse serenamente rassegnata alla sua vita, ai suoi biglietti della lotteria, alla sua solitudine e a quel richiamo che lanciava con la sua voce profonda ma indifferente.
Ho pensato a lei, a me, al destino, alla fine delle vite, ai cani e alla solitudine, alla mia città e a come si possa sopravvivere nei modi più strani e complicati, con l'aria che sia invece normale.
Ho pensato alla lotteria e a quei biglietti sistemati ordinatamente su un banco da niente messo in mezzo a una strada.
Questi pensieri mi mettono tristezza e nemmeno so perché.
Un tristezza che ha il sapore della sconfitta e della rassegnazione, come il tono di voce della signora, un tono senza intonazione, appunto.
La prossima volta che passo le compro un biglietto. 

mercoledì 3 ottobre 2012

I sassi bianchi

C'è un posto dove ho sempre desiderato portarti.
Una spiaggio bianca di sassi, con una montagna ripida, verde e marrone alle sue spalle.
Quello è il mio posto. 
La parte più bella e più serena della mia infanzia si è svolta laggiù, su quella spiaggia piena di sole.
Davanti ai miei occhi il mare, profondo, blu e quasi sempre gelato. 
Sotto i miei piedi di capretta degli scogli, sassi bianchi e polverosi, rotondi, duri, ma facili da addomesticare, almeno per la me stessa di allora.
Appena ti ho conosciuto e ti ho amato, ho desiderato portarti lì. 
Penso che volessi portare la me stessa di ora a guardare quella di allora, volevo unire la parte più bella del mio passato, con il mio sogno di futuro, con la mia speranza di vita.
Ho addirittura pensato, ma solo per un attimo molto piccolo, che se avessimo avuto dei bambini avremmo potuto portarli in vacanza lì.
Insomma volevo chiudere il famoso cerchio, se poi esistono cose del genere in natura.
Immaginavo che saremmo arrivati in macchina, percorrendo quella strada scavata nel fianco della montagna; a sinistra avremmo avuto le rocce, sempre in atto di cadere e trattenute da enormi reti di metallo, a destra lo strapiombo e sotto il mio mare.
Ci vedevo seduti in macchina, io al tuo fianco a raccontarti, ad aspettare di vedere i piccoli falchi marroni che sempre volano a caccia di qualcosa tra quelle rocce alte, tu alla guida, come una specie di principe azzurro che riporta a casa la sua principessa.
Sognavo di farti camminare sui sassi bianchi, ti avrebbero fatto male ai piedi di sicuro, te ne saresti lamentato e poi immaginavo che avremmo fatto il bagno insieme nel mio mare gelato dal quale io non volevo mai riemergere e nel quale ho imparato il sale che brucia negli occhi e arde le labbra e il freddo che fa raggrinzire i polpastrelli delle dita.
Anche dell'acqua così fredda ti saresti lamentato, questo è sicuro, a te non piacciono molto né il mare, né i sassi, ma forse per farmi contenta ci saresti stato, almeno un po'.
Volevo raccontarti e mostrarti tutto, le cose che amavo e che ancora amo nei ricordi, volevo e speravo che tutto fosse rimasto come allora.
Anche stanotte ho sognato di tornare laggiù con te.
Ma sono qui da sola e a tutti i sogni che non si realizzeranno aggiungo anche questo. 
Lo metto nella scatola dove ho conservato i sassi rotondi e bianchi di Acquafredda, per scoprire ogni volta che quando li portavo in città e li mettevo nella scatola perdevano la loro magia.
Loro, i sassi, resteranno qui con me, nella mia scatola, e anche tu ed io con loro.

 

domenica 9 settembre 2012

Il sogno di Scrooge

Ebenezer Scrooge. Chi non lo conosce?
E' il protagonista di Canto di Natale di Dickens.
Per me avrà sempre le fattezze di Zio Paperone con il suo bastone e il suo cappello che vessa Topolino e i suoi bambini, ma questo dipende dalla mia sciagurata infanzia fatta di cartoni animati e televisione. Lui invece è un degnissimo personaggio letterario, di quelli che vengono tirati spesso in ballo, come dei paradigmi o dei cliché.
E in quanto cliché mi è venuto giusto in mente qualche giorno fa, il caro vecchio Scrooge e il suo sogno, con il fantasma del Natale passato, presente e futuro.
Scrooge è un vecchio cattivo e avaro, solo al mondo perchè nessuno vuole stare con lui, che passa il suo tempo ad accumulare denaro e a fare lavorare come uno schiavo il suo segretario.
Poi, all'avvicinarsi dell'ennesimo Natale che Scrooge passerà da solo, un fantasma viene a visitare i suoi sogni e gli mostra tutta la sua vita. Quella passata, quella presente, quella futura.

In questi mesi anche io sono diventata come il vecchio cattivone, anche se non ho passato il mio tempo né ad accumulare denaro, né a vessare alcuno, e, senza riuscire mai veramente a dormire, ho fatto i miei sogni ad occhi aperti.
Non posso dire di essere stata visitata da un fantasma, anche se in un certo senso proprio di questo si tratta, ma anche io ho visto il passato, il presente e il futuro.
Il mio però, non quello di Scrooge.
Ogni giorno ne ho visto un pezzettino, ora dell'uno, ora dell'altro. Ho messo ordine, ho sistemato sequenze, ho spolverato tra gli episodi che avevo poggiati sulle mensole dei miei ricordi.
Anche a me non è piaciuto quello che ho visto.
C'erano errori, valutazioni affrettate, cambi di direzione improponibili.
Ogni cosa era mescolata a mancanza di volontà, superficialità, ignavia, pigrizia.
E poi ho visto il futuro.
Non è stato difficile, era lì, a portata di mano, solo io che so essere di una miopia favolosa quando voglio, ho potuto evitare di guardarlo per tanto tempo.
Di questo non racconterò, perchè quello che ho visto mi ha riempito di sgomento.
Non che ci fosse qualcosa di veramente nuovo.
L'unica novità è che tutto quello che ho sempre temuto, si è avverato un poco ogni giorno, e ora è qui con me.
Tutto quello che avevo creduto fosse frutto della mia spaventata fantasia di adolescente e poi di donna, si è disteso davanti ai miei occhi, mi ha fatto ciao con la manina, come fa un amico che non vedi da tanto tempo, a cui ti avvicini e dici: "Sei sempre uguale, sei proprio come ti ricordavo!".
Ecco, mi sono detta, è proprio come me lo ricordavo, anche se adesso è più sinistro di prima, solo perché è più vicino, gli posso vedere gli occhi, lo sguardo.

Scrooge a questo punto, di fronte all'orrida visione, decide di cambiare vita, di diventare buono, di fare amicizia con il suo scrivano e di passare il Natale con la sua famiglia.
Ma si sa Dickens faceva così, gli piacevano queste cose, la morale della storia e così via.
Io non sono una storia e quindi non ho nessuna morale, ho solo un inizio, uno svolgimento e una fine.

Io la vita l'ho già cambiata, mi sono detta, anche se non volevo, oppure forse no, non è così.
Forse sono tornata a quello che ero, prima di una bella parentesi.
Lei, la mia vita, oppure lui, il mio destino è sempre stato lì, vicino a me, come una macchia sulla pelle, come il fiore in bocca (oggi mi sento particolarmente letteraria e me ne scuso con me stessa e con chi dovesse leggere), come una leggera brezza che soffia per un attimo e porta con sé un veloce brivido sulla schiena a cui nessuno fa caso perché tanto è primavera, fa caldo e il brivido è già passato.
Adesso siamo qui e ci guardiamo in faccia.
Lui ha vinto, io ho perso.
Potessi interpellare Dickens gli chiederei di scrivere un finale più credibile, almeno per me, per il mio non essere storia, ma tant'è lui e Scrooge è da parecchio che se ne sono andati in braccio al fantasma.



giovedì 23 agosto 2012

Io tu e le cose

La sveglia con i caratteri luminosi sempre sul comodino, accanto alla sveglia il bicchiere, sempre lo stesso, il mio bicchiere, pieno d'acqua per il caso che abbia sete di notte.
Nella presa di corrente poco lontano la lucina rossa che si usa per i bambini che hanno paura del buio, perché anche io sono una bambina che ha paura del buio.
Nella borsa una serie di oggetti utili, dalle pillole per il mal di testa, al filo interdentale, passando attraverso penne, biglietti per l'autobus di varie città, un quadernino, lo stick per le punture delle zanzare e l'autan, un ventaglio d'estate, una sciarpa e dei guanti d'inverno, il burro di cacao, la rubrica con i numeri di telefono in caso non possa usare o dimentichi il cellulare e chiaramente il cellulare, in alcuni momenti ne ho addirittura avuti due.
Ho delle borse enormi e spesso molto pesanti.
L'elenco di oggetti diventa quasi infinito quando preparo le valigie, fosse pure per passare fuori una sola notte.
In quel caso porto i tappi per le orecchie perché i rumori mi rendono nevrastenica; la sveglia da viaggio perché devo poter sapere in ogni momento della notte, a che punto è, la notte; la lucina perché ho paura del buio, le pantofole perché a piedi scalzi cammino solo a casa mia; una piccola torcia perché se devo andare in bagno in un posto che non conosco ho bisogno di illuminare la strada; una bottiglia di acqua e tutta la mia serie di aggeggi per il bagno: saponi, uno per ogni pezzo del corpo da lavare; pinzette, forbicine, spugne, fazzoletti struccanti, acetone e chi più ne ha più ne metta.
Mai nella vita sono riuscita a comporre un bagaglio che non fosse pesante in un modo vergognoso. Mentre le persone che viaggiavano con me portavano tutt'al più una borsetta, io mi trascinavo dietro un trolley formato macigno.
Tutto questo, mi rendo conto, è un vano tentativo di arginare le maree dell'imprevedibile usando, come la bacchetta magica delle fate, gli oggetti che mi porto dietro instancabilmente.
Se potessi mi porterei dietro tutta la casa, come una tartaruga.
Come se poi non fossi abbastanza grande da sapere che la vita non fa altro che coglierti di sorpresa, e che le sorprese che avresti bisogno di fronteggiare sono sempre quelle brutte, perché quelle belle si accettano immediatamente e con gioia e senza pensarci sopra un momento.
Non è possibile trovare la risposta giusta alle domande che ti fa la vita solo prendendo penna e quaderno dalla propria borsa; non si può fare fronte all'abbandono della persona che ami prendendo una pillola oppure accendendo una torcia con la quale tutt'al più si può arrivare in fondo al piccolo buio di una stanza sconosciuta; non si può imparare a camminare da soli portando una bussola in tasca.
Ma non c'è niente da fare, tutta questa mole di oggetti io me la trascino dietro come se fossero rimasti incagliati nella rete di una barca di pescatori, una barca che va avanti e poi ancora avanti, nel suo piccolo mare buio senza riuscire mai a vedere la riva.
Il mio porto di attracco non da segno di sé.


giovedì 16 agosto 2012

Il problema è la direzione dello sguardo

Da un po' di tempo ormai non so dove guardare.
Tutti quelli che conosco, nel vano tentativo di consolarmi, di dirmi una parola di conforto o di amicizia mi dicono una frase che detesto, tra le tante altre che ho scoperto in questi mesi di detestare. 
Mi dicono, atteggiando il viso in un'espressione di saggezza, di lungimiranza, da persone navigate o solo piene di fiducia: "guarda avanti".
Volendo pure sorvolare sull'improprietà di linguaggio su cui non è il caso di soffermarsi, questo gran numero di persone mi esorta a guardare al mio possibile brillante e progressivo futuro.
Con sguardo luminoso e gesto della mano sicuro, essi vedono davanti a sé stessi e a noi umanità tutta, le magnifiche sorti che ci spettano di diritto: generica felicità; un uomo o una donna che ci amerà per sempre; un lavoro che ci rappresenterà e ci soddisferà; bambini biondi da coccolare, case accoglienti che ci ripareranno e vacanze verso isole dei mari del sud. 
Questo e tutta una gamma intermedia di situazioni che inevitabilmente tenderanno alla nostra felicità duratura. 
E immancabile.
Da telefilm degli anni 'Ottanta. Oppure anche meno, qualche fastidio o inconveniente, perché vivere tutto il tempo dentro "Love Boat" oppure "Casa Keaton" potrebbe essere pericoloso per la salute. 
Io non vi dirò che cosa vedo se guardo nella direzione che con il gesto sicuro di cui dicevo prima essi mi indicano, per non essere accusata della più grave colpa di cui un essere umano moderno possa macchiarsi dopo il genocidio e lo stupro seriale, e cioè il pessimismo.
Tuttavia il problema non è nemmeno cosa vede chi guarda, cioè io, il problema è che io non vedo nulla.
Ho perso il mio "avanti".
Il mio futuro, quello a cui guardavo anche io, con fiducia a tratti moderata a tratti più convinta, non c'è più. Si è sgretolato in pochi minuti, in una frase, in una sera di maggio.
E allora cosa faccio io?
Faccio quello che fanno tutti, o almeno credo, quando perdono la via di fuga, la prospettiva del loro sguardo.
Invece di "avanti" guardo "indietro".
Scopro che ho sempre avuto problemi con gli “avanti” e che mi è più congeniale la marcia indietro, e anche certamente più facile.
Guardo indietro e cerco di capire cosa ho sbagliato.
Purtroppo l'esercizio si conclude anche prestino perché quello che ho sbagliato lo so già che cos'è. 
Oso dire che lo sapevo mentre lo stavo sbagliando oppure appena un attimo dopo averlo appena sbagliato.
Quindi guardo e riguardo, ma solo per aggiungere nuove sfumature di grigio alle cose già conosciute, per ricordare meglio un particolare, per definire una situazione, proprio quella che ha prodotto la catastrofe.
L’esercizio non è nemmeno dei più proficui perché io, pur conoscendo l’errore e pur riconoscendo che la mia reazione alla cosa è stata sbagliata, inevitabilmente, alla prossima occasione di agire diversamente non mancherò, invece, di agire conformemente.
Conformemente a me stessa.
Ripeterò il medesimo o i medesimi errori, che ho fatto già tante volte.
Sto quindi cercando di smettere.
Di smettere di guardare non di smettere di sbagliare.
Smettere di sbagliare non mi è possibile, ormai lo riconosco.
Allora, se non ho un futuro a cui tendere né un passato da sezionare, non mi resta che guardare al mio “adesso”.
Il mio “adesso” è una serie infinita di momenti, uno identico all’altro in una teoria infinita.
Istanti indistinguibili, fatti di una pulsazione sorda, come di un battito, che mi assorda pur trovandosi al di sotto delle cose.
Credo di sapere che cos’è. 





sabato 4 agosto 2012

Acque

Ascolto il suono monotono del ventilatore. 
Passa un minuto, passa un altro minuto.
Dopo un poco non lo sento più, i miei pensieri hanno preso il ritmo, vanno insieme al piccolo vortice d'aria. 
Non sono pensieri grandi, a loro basta un ventilatore per cominciare a danzare.
In questi giorni i pensieri hanno preso la forma dei ricordi.
Ricordi minuziosi, di istanti o di settimane. Ricordi di sguardi, di sorrisi. Ricordi di parole, di toni di voce. 
Gli occhi del furetto fanno capolino alle spalle di tutto.
E' un'immersione, la sensazione che provo è la stessa di quando, da piccola, andavo al mare e nuotavo sott'acqua. Ero capace di nuotare per ore, nell'acqua fredda e azzurra, nel mio mare, l'unico che ho mai amato veramente.
Nuotavo con la maschera ed esploravo i fondali, vedevo gli scogli, le pietre, le conchiglie e i piccoli pesci che si affollavano intorno a me. 
Allora quel mondo subacqueo mi sembrava bellissimo, calmo, avvolgente e accogliente. Niente di brutto poteva accadere mentre ero lì sotto, c'era il mare, grande madre, a tenermi nella sua pancia.
Ma questi ricordi che mi stanno sommergendo non sono qui per proteggermi. Non posso nuotarci dentro provando la serenità infantile che provavo allora.
I ricordi sono qui per mostrarmi tutto quello che non ho più e senza cui dovrò vivere finché potrò.
Devo risvegliarmi allora, e ricominciare ad ascoltare il rumore del ventilatore che si fa strada nel silenzio pieno di echi di questo agosto dannato.
Ricomincio a trattenere il respiro.

sabato 28 luglio 2012

Le finestre e gli occhi


In questi pochi mesi, soli due mesi, due mesi lunghi più del normale che hanno tagliato la mia vita, che sono diventati un solco tra due metà di me e sono destinati a diventare un cumulo, una somma, una lunghezza da contare, ho preso un’abitudine che non ho mai avuto prima.
Durante le giornate che mi sembrano interminabili e calde per aggiungere pena a pena, ogni tanto mi prende una smania, un’oppressione, mi alzo dalla mia solita e abusata sedia  e mi affaccio a una finestra.
È un modo per ingannare il tempo, oppure il tentativo di dare fiato agli occhi e spazio ai pensieri.
Il bisogno di mettere aria intorno alle parole che si affollano come un nugolo di insetti, senza tregua nella mia testa.
Guardando un panorama, uno spazio più largo spero di prendere fiato e di respirare un poco.
Comunque sia, qualunque sia il bisogno, anche solo quello di prendere un poco d’aria in queste giornate terribili di caldo, mi affaccio alle poche finestre della mia casa.
Non vedo molto purtroppo, niente natura, niente mare, niente Vesuvio, quelli li ho lasciati in eredità ai nuovi proprietari della mia vecchia casa, traslocando venti anni fa.
Qui, dove abito ora, da venti anni ormai, e che mi sembra ancora la mia casa nuova per uno strano senso del tempo che porto con me nonostante i traslochi, mi devo accontentare di vedere i palazzi che ho intorno.
E così affacciandomi guardo.
Vedo altre finestre, altre luci, altri colori. Altri rispetto ai miei.
Vedo a volte alcuni dei miei vicini.
I palazzi intorno sono piuttosto grandi e li abitano parecchie persone. Ho imparato a riconoscerli e a riconoscere alcune delle loro abitudini.
Così a furia di guardare mi sono resa conto che alle finestre si affacciano solo le persone anziane, o quelle sole. Spesso, con i gomiti appoggiati al marmo del davanzale, vedo una dirimpettaia, una donna piccola, con i capelli bianchi e spumeggianti e gli occhi chiari che per alcuni minuti si ferma alla sua finestra. Altre volte, e solo all’imbrunire, vedo un’altra donna, un po’ più giovane, che vive sola, prendere aria con lo sguardo perso in un punto in mezzo all’aria.
C’è anche un vecchietto, sempre ben vestito, con i pantaloni e la camicia, che inganna il tempo che gli resta, poco o tanto che sia.
Tutte queste persone si appoggiano al balcone o al davanzale e guardano, probabilmente senza vedere, fanno andare lo sguardo sullo spazio che hanno davanti. Stanno lì per qualche minuto, poi rientrano.
I giovani, o le persone occupate nella loro vita quotidiana non si affacciano mai e se lo fanno è sempre per guardare qualcosa, per rispondere a una chiamata, per sbrigare una faccenda, per vedere qualcosa che richiede la loro attenzione.
Anche io per i tanti anni che sono stata qui non ho guardato quasi mai fuori dalle mie finestre. Non avevo bisogno di spazio, né di fiato. Il mio mondo esisteva e non avevo bisogno di cercarlo in un pensiero e non avevo bisogno di ingannare il tempo.
Che poi il tempo non lo inganno neanche adesso, semmai è lui che ha sempre ingannato me.

domenica 22 luglio 2012

Preferirei di no

Ho detto pochissimi sì nella mia vita. 
Li posso contare sulle dita di una mano. 
Per questo il mio nickname nella rete è preferireidino. 
Tutto attaccato. 
Staccato si legge preferirei di no. I would prefer not to. 
È la frase che pronuncia Bartleby lo scrivano. Se c’è al mondo ancora qualcuno che non lo conosce, il protagonista del racconto omonimo di Herman Melville. 
Quando lessi quel racconto, un numero enorme di anni fa, ebbi l’impressione di incontrare una parte di me. Quella creatura spaurita e al tempo stesso ostinata, che fa della sua ostinazione e del suo disorientamento, la sua fine. 
I miei no sono cominciati da subito.
 - Vuoi mangiare? 
 - No 
 - Vuoi giocare con gli altri bambini? 
 - No. 
 Tempo fa ho incontrato un vecchio zio, che non vedevo da anni. Mi ha ricordato che quando ero piccola, ogni volta che lui veniva a casa nostra io mi nascondevo sotto il letto. Mi ha detto che si ricorda poco di come ero perché alla fine, non mi vedeva quasi mai, ero sempre nascosta da qualche parte. Anche io mi sono ricordata che lo facevo molto spesso, con lui e con altri che venivano in visita. Preferivo di no, già da allora. 
Da subito ho capito che i miei “no” erano riprovevoli, che non era bello né educato, che non stava bene dire no. 
Mia madre tentava di convincermi, poi, non riuscendoci, di fronte alla mia ostinazione silenziosa cercava di indurmi alla ragione argomentando sulla giustezza dei riti sociali dell’infanzia: giocare con gli altri bambini era una cosa buona e giusta, andare alle feste anche, fare amicizia e tutto il resto, era necessario. 
Niente da fare, da piccola ero un osso duro. 
Però ho cominciato a capire che dire di no mi esponeva a scontri e schermaglie senza fine, allora me ne sono stata zitta e ho cercato di farmi vedere in giro il meno possibile, una discreta tecnica che ha dato i suoi frutti fino a quando la società mi ha imposto la scuola dell’obbligo! 
Poi con gli anni ho imparato a dissimulare. 
Ho imparato a dire piccoli sì senza importanza, in modo da dare agli altri un’idea, anche minima, di adesione sociale. 
Nel lavoro, come Bartleby, anche io, sono stata uno scrivano. 
Per molti anni. 
Uno scrivano diligente e attento, ancora più diligente del dovuto perché sapevo che covavano in me il rifiuto e l’ostinazione. Sapevo che erano pronti a saltare fuori e a prendere il sopravvento. 
Ogni giorno, nel mio lavoro ho cercato di tenerli a bada, dandomi da fare, arrivando per prima e andando via per ultima, non rimandando a domani ciò che potevo fare oggi, cercando di convincere me stessa che potevo diventare quello che non ero. 
Sapevo che rifiuto e ostinazione erano le forme in cui si manifestava la mia paura di vivere, sempre in agguato. 
In ognuno di noi, la paura si manifesta in qualche modo, c’è chi crede che sia la sua forza, io sapevo che era la mia debolezza. 
È ancora così. 
Le poche cose a cui ho detto sì, quelle a cui sono andata incontro senza esitare, le ho scelte con la pancia, potrei dire col cuore, cambia poco, comunque non con la testa. 
I sì che dovevano venirmi fuori dalla testa, le cose che reputavo convenienti, sensate, le cose che potevano condurre la mia vita su binari consoni a quello che avrei dovuto volere, per quelle cose i sì non sono mai venuti fuori. 
Quante lacrime, quanta fatica ho fatto, da sola, per convincermi a pronunciarli, poi al momento in cui avrei dovuto farlo, niente, non sono mai venuti fuori, si sono trasformati in no, oppure in fughe. 
Poi, un giorno, ho incontrato una persona simile a me. 
Forse l’ho riconosciuta subito, forse ho capito con il tempo che l’avevo scelta per la sua somiglianza a me. Anche lui è uno che dice di no. 
Lo dice in un modo spaventoso a volte, lo dice con il suo corpo e con ogni suo gesto. 
Lo dice, e questo ha sempre suscitato la mia ammirazione, senza paura di sembrare riprovevole, senza temere il dissenso sociale, perché lui il dissenso non lo ha mai sperimentato. 
Ha vissuto miracolosamente come un piccolo principe a cui tutti danno ragione sempre e comunque. 
Il riconoscimento ha fatto in modo che ci siamo detti sì. A vicenda. 
Un sì enorme, pieno di speranza, di felicità e di futuro. Dentro questo grande sì ce ne sono stati altri piccoli e piccolissimi che hanno fatto la nostra vita insieme. 
Ci siamo dati respiro e abbiamo guardato la vita con altri occhi. Almeno io ho l’ho fatto. 
Oggi lui ha smesso di farlo. Ha smesso di guardare. Ha smesso di dire di sì a me e alla nostra vita. 
La sua paura ha ripreso il sopravvento, gli ha fatto scegliere quello che gli è familiare, quello che sa gestire, tutto quello che può stare dentro una stanza, tra un pavimento e un soffitto. 
Sono rimasta qui da sola, sono stata ributtata nel mio mondo, nel mondo dove preferisco di no, e, dal quale, non uscirò mai più. 
Non ne uscirò perché scelgo di non farlo, perché è tutto quello che so gestire, perché lo spazio che si era aperto adesso si è chiuso. 
Perché sono Bartleby lo scrivano.

martedì 17 luglio 2012

Non è più il mio tempo

A questo punto, forse, non è più importante.
Non so in realtà cosa abbia ancora importanza e cosa no.
Ma io devo avere delle risposte, anche se poi, quelle risposte, mi sembreranno vane, prive di realtà, inutili, incapaci di portare veramente chiarezza, incapaci di dare un senso.
Perché probabilmente nessuna parola che io possa sentire, nessuna giustificazione avrebbe veramente il potere di restituirmi quello che ho perduto.
Ho perduto me stessa, il mio presente, il mio futuro.
Lo so, il futuro non ce l'ha nessuno veramente.
Io però credevo e speravo fortemente di averlo.
Stupida, stupida, creatura.
Vana, ho pensato che per una volta sarebbe bastato volerlo fortemente.
Cieca, ho creduto che al momento giusto il tuo gesto, a lungo atteso, sarebbe arrivato.
Invece è arrivata la defezione, l'ammutinamento, la paura che lascia il posto alla fuga.

Il silenzio non basta. Non basta. Non basta.
Crea un compartimento nel cervello, all'interno del quale proliferano parole senza senso.
Durante tutto il giorno e tutta la notte si affollano come batteri, si rincorrono e si sostituiscono l'una all'altra senza posa.
Tutte queste parole cieche come insetti, come larve, non sono in grado di costruire nulla. Tanto meno una spiegazione. Una verità qualsiasi che garantisca una tregua almeno.
Anche queste che sto digitando istericamente su questa tastiera silenziosa, non sono belle e non sono utili.
Non sono capace di produrre niente che sia bello.
Quindi farò qualcosa di brutto: brutta verità, brutte parole, brutta vita.

Non è più il tempo della speranza, dello sguardo aperto, del respiro lungo, del pensiero.
Non è più il mio tempo, se mai c'è stato un tempo a cui sono appartenuta.
Il tempo che è arrivato è quello del silenzio, del buio, della lenta trasformazione di ogni forma di vita in un fossile. Con la speranza che non venga ritrovato fra milioni di anni.

Come le mummie che vedemmo al British Museum.
Pensai che c'era qualcosa di pornografico nel guardare quei morti che non sanno di essere rimasti rattrappiti nel tempo, a disposizione degli occhi disattenti di tutti.
E degli occhi attenti di alcuni.

Non i miei. I miei occhi non prestano la dovuta attenzione. Non vedono, si distraggono.
Dubito che riusciranno mai più a vedere chiaramente qualcosa.
Tutt'al più intuiranno, e si volteranno immediatamente dall'altro lato, richiudendosi su se stessi.
Se un giorno ritroverete il mio fossile incastrato in una montagna, polverizzatelo, e datemi finalmente un po' di pace.


lunedì 2 luglio 2012

Sono presa dal panico

Sono completamente distrutta e presa dal panico.
Soffro in un modo che non credevo possibile e che non so quando finirà.
E avrei tanto bisogno di scrivere, di raccogliere le idee, di provare a spiegarmi qualcosa che per me è non solo inspiegabile ma assolutamente inconcepibile.
Invece brancolo nel buio della mia mente e non vedo. 
Non vedo cosa c'è fuori.
Non vedo cosa c'è dentro.
Ecco, tutto qui.
Solo questo per ora. 
Spero non per sempre.

martedì 7 febbraio 2012

Difficoltà narrative

Alla mia vita basta poco, pochissimo, per incepparsi.
Sono diventata una creatura evanescente, di cristallo, trasparente.
Lo sono sempre stata.
Lo so, non è che si diventa di cristallo tutto in un giorno, all'improvviso.
Lo sono sempre stata, evanescente.
Almeno, io ho sempre saputo di esserlo.
Non so se gli altri abbiano visto questa cosa in me, se la vedano tuttora oppure se non vedono nulla. Propendo per quest'ultima ipotesi.
Mi è addirittura capitato di sentirmi dire da qualcuno che la mia presenza lo rassicura, e che "tu sei una roccia".
Questo mi è bastato per capire che gli sguardi degli altri sono quello che sono, cioè sono occhi che si posano per vedere quello che serve a loro vedere.
E mi va bene anche così, che di sicuro sono così anche i miei sguardi.
Comunque sia io mi sento diventare sempre più evanescente, come una lastra di ghiaccio (già che siamo in tema di gelo).
In realtà non esisto quasi più, sono in un luogo che conosco solo io.
Faccio sempre più fatica a raccontare come passo le mie giornate, cosa faccio di me stessa.
La prima volta che non ho avuto lavoro, mi preoccupava che le persone quando mi incontravano o mi conoscevano mi avrebbero anche chiesto: "e tu che cosa fai? di che cosa ti occupi?"
Adesso poco me ne importa, ho abbastanza anni, da disinteressarmi del possibile giudizio altrui, ma mi mette in difficoltà la domanda: "cosa hai fatto oggi?"
Faccio delle cose, sì, come tutti, esco, rientro.
Leggo, scrivo.
Mi sveglio, mi addormento.
Penso, ricordo, immagino, aspetto.
Ma non so come mettere queste cose in forma narrativa, per gli altri.
Non è che puoi dire: "oggi mi sono svegliata, poi ho un po' pensato, ma nel pomeriggio mi sono proprio divertita immaginando un sacco."
Quindi oltre che fragile dal punto di vista narrativo, mi sento anche molto facile all'intoppo. Appena qualcosa si altera nel mio micro mondo, mi incasino, mi innervosisco e me la prendo con tutti i circostanti, i quali, non notando le minime perturbazioni, cominciano seriamente a farsi domande sulla mia pazzia.
Peggio per loro, peggio per me.
Tutto questo per dire che in questi giorni sono molto infastidita, nessuno sa perché, io sì, ma alla fin fine, a voi non importa gran che saperlo, e a me fa piuttosto fatica spiegarlo




martedì 31 gennaio 2012

Librerie che chiudono, amori lontani e la possibilità

Chiude una libreria nella mia città.
E', o meglio, era, una libreria antica, di proprietà una famiglia di librai napoletani. Quando io andavo a scuola, fino alla fine del mio liceo, quindi più o meno fino alla fine del 1990, nella città di librerie appartenenti a questa famiglia ce n'erano almeno cinque se mi ricordo bene, negli ultimi vent'anni hanno chiuso tutte, ora ne rimarrà aperta solo una, nel centro storico, la casa madre, sede anche della casa editrice.
La libreria che ha chiuso oggi si trova nel mio quartiere e io ho passato molti anni della mia vita avendola come punto di riferimento.
Molti sono stati gli articoli sui giornali, il dispiacere delle persone, le fotografie di scaffali vuoti, la giusta commozione dei proprietari, i napoletani che su Facebook si lamentavano e si strappavano i capelli.
Insomma tutta la retorica del caso.
Anche a me è dispiaciuto che una libreria grande e di lunga e gloriosa tradizione abbia chiuso.
Poi però ho pensato che era molto tempo che in quella libreria io non ci entravo più.
Ogni volta che negli ultimi tempi mi era venuto il desiderio di farmi venire un desiderio ed ero entrata lì dentro, ne ero uscita depressa e disgustata, con pensieri tristi che mi frullavano per la testa.
Quella libreria, come molte altre che non fanno parte di una grande catena distributiva, si era trasformata in una specie di bancarella.
Esposizioni sempre più scarne, libri spazzatura in bella vista, intere sezioni dedicate ai romanzi giovanili, al fantasy, e chi più ne ha più ne metta.
Bruno Vespa a Natale, Paolo Brosio e il suo misticismo idiota tutto l'anno, il calendario di Frate Indovino, la dieta tal dei tali, le ricette della televisione, la storia della vita di un calciatore, il folklore cittadino.
Per il resto, occhieggiavano abbandonati e con l'aria un po' triste, i soliti tascabili negli scaffali.
Certo il vero problema è che queste cose vengano stampate e che vengano pure vendute, però da una libreria, i lettori si aspettano qualcosa: il piacere di una scoperta, il consiglio accorto, l'esposizione di una casa editrice minore ma di qualità.
Insomma i lettori si aspettano un po' di amore per i libri.
Lo so, anche l'amore ha un prezzo.
I libri si devono vendere perché si deve pagare l'affitto a fine mese, ci sono i dipendenti, le bollette del negozio e di tutte le famiglie che dipendono dal negozio, quindi, pur di chiudere la giornata con un numero minimo di vendite ci si riduce a vendere spazzatura.
Paradossalmente è molto più facile trovare cose di qualità in una Feltrinelli piuttosto che in una libreria di quartiere.
In una catena si aiuta la qualità con la possibilità che offre la quantità.
Certo non è sempre così, ma a volte può esserlo.
In una piccola o media libreria, spesso, non c'è più nemmeno la possibilità.
Non dico e non voglio dire che sia sempre così, che non ci siano piccole librerie bellissime e piccoli librai coraggiosi (mi sembra di sentire parlare Ascanio Celestini: il piccolo fornaio, la piccola città), dove si trova ogni sorta di piccola delizia.
Non voglio generalizzare, perché il discorso sulla vendita dei libri è molto complesso e non sono io la persona giusta per farlo.
Io riporto quello che vedo girando nelle strade e per le librerie della mia città, che non è affatto una metropoli, e non è nemmeno una città che si potrebbe definire di provincia.
Quindi oggi la libreria del mio quartiere che esisteva da quarant'anni e dove anche io ho comprato molto fino a una decina di anni fa, ha chiuso.
Ma a chi mancherà quella libreria?
Io, temo che non mancherà a nessuno, perché i lettori l'avevano già abbandonata da tempo, e quelli che comprano libri di ricette di cucina da regalare alla suocera, le compreranno da qualche altra parte.



venerdì 27 gennaio 2012

Due lune, ci sono due lune


Passeggiavo, qualche giorno fa per una strada che non percorro mai, per una strada che non mi piace, sempre affollata da persone rumorose e sguaiate.
Cercavo di uscirne alla svelta, era sera, volevo svincolarmi da quella folla, quando vedo venire nella direzione opposta alla mia, una ragazza che conosco da tanti anni, ma che da molto tempo non mi era più capitato di incontrare. Non proprio una mia amica, piuttosto una conoscente, una persona che avevo dimenticato di avere dimenticato.
Ma guarda, ho pensato, allora vive ancora qui, non è emigrata altrove come quasi tutto il resto dei miei coetanei.
Giusto il tempo di riconoscerla e ho notato che teneva per mano una bambina.
Che bello, ho pensato, ha avuto una figlia. La bambina poteva avere quattro o cinque anni, la mamma, cioè la mia amica dimenticata, la portava per mano e tutte e due camminavano, con passo svelto, per tornare a casa.
La mia amica aveva uno sguardo molto corrucciato, uno sguardo che ho imparato a riconoscere, quello delle donne che mentre fanno una cosa stanno pensando ad altre cinque: “chi va a prendere la bambina domani a scuola? Lo dico sempre a mio marito ma lui poi finisce che si dimentica; la pastina al sugo l’ha mangiata stamattina, stasera devo cucinare un po’ di carne; devo telefonare all’avvocato, mi devo ricordare di pagare la bolletta domani prima di andare al lavoro; forse mia madre può venire a tenerla se usciamo domani sera” cose del genere.
Insomma aveva quella tipica espressione da mamma/moglie/donna che lavora. 
Mi ha fatto piacere vederla e constatare che vive, sta bene e la sua vita va in una direzione, qualunque essa sia.
Poi ho pensato che “prima”, un prima non meglio identificato nel tempo, ci saremmo fermate, ci saremmo scambiate un attimo, un saluto, un sorriso e i nostri occhi non sarebbero stati frettolosi e un po’ infossati.
Soprattutto “prima” ci saremmo chieste del nostro futuro: ciao, come stai, cosa fai, cosa farai, questo ci saremmo dette. Ho pensato anche che era meglio che non avessimo avuto modo di scambiare una parola, perché non avevo voglia ultimamente di sapere niente di nessuno, né di raccontare niente di me. Poi però mi sono fermata un secondo e mi sono chiesta che cosa è successo, cosa mi è capitato, da rendermi frettolosa e poco incline alle improvvisazioni del caso, cosa è successo anche agli altri, che corrono quanto me, che sono seccati e stanchi quanto me?
La risposta banale è che siamo cresciuti, siamo diventati “grandi”.
E quando è successo, e perché io non mi sono accorta di nulla?
All’improvviso i piccoli particolari sono percettibilmente diversi, tutto intorno a noi sembra restato uguale, stesse strade, stessi percorsi, stessi amici, stesse frasi dette e ridette, stesse battute a cui si risponde sempre con le stesse risata, e poi? Siamo noi, quelli di allora, che non siamo più gli stessi.
Ma la trasformazione quando è avvenuta?
Io ho continuato a vivere ogni giorno, a fare cose quotidiane, ad alzarmi, a lavorare a tornare a casa, e non mi sono accorta di nulla.
Intorno a me, le cose mantenevano le loro solite posizioni. Quando facevo l’appello delle forze del bene, erano tutte lì a rassicurarmi contro le forze del male.
Ma non era vero, non era esattamente così.
Erano lì senza esserci veramente. Qualcosa si stava spostando in una direzione, senza che né lo spostamento né la direzione fossero visibili.
Ora la direzione si sta mostrando all’orizzonte.
Stiamo diventando adulti, lo siamo belli e che diventati.
Stiamo ingrassando, le nostre rughe di espressione si stanno accentuando. Siamo cominciando ad ammalarci, a divorziare, a portare gonne più lunghe e scarpe più basse. I nostri amici stanno perdendo i capelli e stanno mettendo su pancia.
I nostri occhi si fanno sfuggenti, quando ci incontriamo non parliamo più del futuro, ma del passato, quando va bene del presente presentissimo, più tardi, oggi, stasera, domani al massimo. Ti trovo bene, sei proprio come eri.
Sì sì, vediamoci magari che mi fa piacere.

lunedì 16 gennaio 2012

Splinder, lasciami andare!

Sto cercando di salvare il mio blog dalle grinfie di Splinder, che sta per chiudere e portare con se molti anni della mia vita.
Purtroppo i miei tentativi sono stati vani fin'ora. 
Non sono un'esperta di HTML e il file di salvataggio dati prodotto da Splinder, che potrei importare in un'altra piattaforma ha degli errori che mi impediscono di completare la procedura.
Per salvare tutte le migliaia di parole che ho scritto con amore per tanto tempo, sono andata a sbirciare e mi sono messa a spulciare tra i post scritti.
Mi sono stupita ed emozionata. Ora sembra davvero troppo che me lo dica da sola, ma ero proprio bravina.
Anzi un po' di più.
Cosa mi sia successo, questo non lo so.
Improvvisamente qualcosa mi ha lasciato.
Quella freschezza, lo sguardo sulle cose, dove sono andati a finire.
Si sono nascosti dentro di me? Da qualche parte?
Sono scivolati giù in fondo, magari in un piede? In un dito del piede?
Oppure sono come evaporati, svaniti, si sono trasformati in piccolissime goccioline di vapore e, senza che me ne accorgessi, una mattina all'alba, sono volati via.
Mi sento più sola adesso, senza quei miei pezzetti, senza quella voglia, quel pizzicorino nelle dita.
Cerco a volte di evocarlo, chiudo gli occhi, mi strofino i polpastrelli, poso le dita sulla tastiera, ma succede ben poco.
Scrivo, ma quando rileggo mi trovo delusa, nelle parole che trovo manca qualcosa.
Mi dico, lo ritroverò.
Ne sono quasi sicura.
A volte.
Altre volte, invece, penso che si sia spento qualcosa per sempre.
Forse sono invecchiata, male, evidentemente, mi dico.
Allora lascio perdere, ma poi piano piano mi avvicino ancora, mi strofino i polpastrelli, faccio un bel respiro, chiudo gli occhi e tento il salto.
Spiccherò il volo ancora una volta?

martedì 13 dicembre 2011

Luminosa modernità

Lungo la strada che porta a casa mia c'è una scuola elementare. In realtà le scuole sono due, una materna e una elementare nello stesso edificio.
Quasi tutte le mattine ci passo accanto e sento le voci dei bambini e delle maestre. 
Detto così sembra un piccolo idillio, ma la maggior parte delle volte i bambini urlano e le maestre cercano di urlare più forte di loro. Comunque sia, mi fa quasi sempre piacere sentire quelle piccole voci provenire dalle finestre.
Stamattina sono passata come al solito. I bambini stavano imparando la canzoncina di Natale. 
Che bello, mi dico io, ascoltiamo i bambini cantare.
Così mi fermo e ... cosa sentono le mie orecchie? 
Questo: "E' Natale e a Natale si può fare di piùùù". 
Sì la canzone della pubblicità del pandoro Bauli.
Le maestre insegnavano e i bambini imparavano la canzone del pandoro. Da cantare la sera della vigilia di Natale alla mamma e al papà e magari pure a qualche nonno superstite.
Ora, io ho l'età per avere un figlio che frequenta quella scuola. 
Mi immagino la scena. 
Mio figlio torna a casa e mi dice: "sai mamma, a scuola abbiamo imparato la canzone di Natale!" 
Io contenta, materna, fiera del pargolo biondo (i pargoli sono biondi per definizione) che ho messo al mondo: "che bello figliolo, perchè non me la fai sentire?"
E lui attacca: "E' Natale e a Natale si può dare di piùùù!"
E io? Che faccio? Mi strozzo, come minimo. 
Ma dico, dove sono finite Bianco Natale, Tu scendi dalle stelle e tutto il repertorio parrocchiale che ci hanno fatto cantare per tutta la vita?
Mi si dirà che era giusto ora di cambiarlo. E sarei pure d'accordo. Ma con la canzone della pubblicità? Per di più del pandoro di Verona? Con il Signor Bauli vestito da Babbo Natale? 
Cosa ne sarà di questi bambini quando, fra quarant'anni, presi dalla nostalgia della loro infanzia, scopriranno che a scuola gli insegnavano le canzoni delle pubblicità? 
Io assorta in questi pensieri, sono tornata a casa intristita, immaginando le mamme che nel pomeriggio avrebbero ascoltato la canzone. 
Che poi magari le mamme saranno contente, e loderanno i pargoli (i pargoli vengono lodati per definizione) e loderanno pure le maestre per questa luminosa e innovativa idea portatrice di modernità.

martedì 8 novembre 2011

Il groviglio esistenziale

Sentimenti, sensazioni, cose che provo in questi mesi.
Non necessariamente tutti contemporaneamente.
Non necessariamente in questo ordine che mi è venuto fuori piuttosto alla rinfusa.
Delusione, rabbia, rancore, incredulità, fastidio, nostalgia, sollievo, solitudine, dubbio, vergogna, paura, preoccupazione, inquietudine, gratitudine, amore, dispiacere, abbandono, senso di incapacità ad essere normali, disinteresse, disincanto, irritazione, noia, intorpidimento, ostinazione, spavalderia.
La quasi costante sensazione di nascondere una lacrima all'angolo dell'occhio sinistro, accompagnata dalla subitanea irritazione per la presenza della lacrima in questione, accompagnate entrambe da una crescente irritazione contro la lacrima, contro il mio occhio sinistro e in definitiva contro me stessa che li posseggo entrambi.
Mi rendo conto, rileggendolo, che è un elenco deplorevole, tuttavia, a una seconda riflessione, direi di non avere dimenticato nulla.
Questo mi porta alla scontata conclusione che, avendo prodotto tale groviglio di sentimenti deplorevoli, sono una persona psicolabile e niente affatto padrona di me.
Questa conclusione mi porta a riflettere un momento.
Dopo avere rimuginato un attimo sulla cosa, mi rendo conto che, in effetti, tutto questo lo sapevo già.
E' bello avere dei punti fermi nella vita.

martedì 11 ottobre 2011

Der Zauberberg

Se mi affaccio alla finestra, davanti a me si dispiega un panorama dolce, verde, di erba, di alberi, di siepi ben coltivate.
Le guardo come si guarderebbe un film.
Le guardo e mi sembra che il paesaggio, con la sua immobilità gentile, abbia saputo  fermare  il tempo. A guardare fuori, i giorni sembra che non passino per niente. Oppure che ogni giorno sia gemello del giorno prima. Uno scorrere senza arrivare alla fine delle cose.
Per me è un posto buono dove stare, che il tempo che passa mi procura generalmente angoscia.
Mi succede però che guardo fuori e, insieme alle siepi e ai peperoncini messi a seccare al sole, vedo distese davanti a me tutte le mie paure.
Penso che sia il troppo sole a fare brutti scherzi, è ancora troppo caldo, in questo ottobre anormale, per il clima e per me, allora ritorno dentro, nella penombra degli scuri accostati, nel silenzio della casa vuota.
No non era il sole, non era il troppo caldo di questo ottobre anormale. Eccole sedute intorno a me, non riesco a mandarle via. Ci sono proprio tutte, non ho bisogno di contarle, di farne l’appello, le riconosco alla prima occhiata,  neanche una ha deciso di aspettarmi a casa mia, per il mio ritorno.
Cosa posso fare allora, nemmeno il grande cane bianco seduto accanto a me le vede, non abbaia per scacciarle, sbuffa indifferente alle sorti mie e di chi mi abita.