venerdì 22 agosto 2014

Ho dimenticato ogni cosa.
Ogni giorno dimentico cose a mazzi: cento mille cose che si staccano da me come fossero polvere, come fossero sporcizia, come qualcosa che, perso l'appiglio, turbina un poco nell'aria prima di sparire, spostata dal vento e che nel vento si consuma.
Subito, ho dimenticato cosa ero.
Dimentico quello che devo fare e quello che ho fatto.
Vago sospesa dimenticando qualcosa ogni minuto.
Mi guardo indietro e già non vedo più nulla di quello che solo un secondo fa era dietro di me, a fianco a me. 
Ho dimenticato le persone a cui ho voluto bene e anche il perché ho voluto loro bene.
Ogni tanto l'oblio mi porta a chiedermi come sia stato possibile per me provare quei sentimenti tanto forti da durare tanto a lungo.
Ho dimenticato le persone che ho odiato, ne ricordo soltanto una, ancora.
Dimentico cosa ho appena pensato e quello che mi ero ricordata di dover fare.
Dimentico dove ho messo le cose e anche le cose che mi ricordavo di avere.

Ho dimenticato le cose che mi piacevano, la musica, i film, le fotografie.
Mazzi di ricordi volano dietro le mie spalle come fogli di giornale, sporchi, spiegazzati, illeggibili.

Dimentico il mio nome, soprattutto quando me lo chiede qualcuno che non mi conosce.
Ho dimenticato i nomi che ho avuto: i nomi teneri dati dalle persone che mi hanno amato e quelli freddi, impersonali delle qualifiche lavorative.
Al mattino mi sveglio senza ricordare che giorno sia o che mese o che anno, poi le date mi si rivelano sempre perchè è il tempo il mio nemico.
Vivo, parlo, cammino, dico oggi, dico domani, ma ho dimenticato il significato di queste espressioni, nessuno lo sa, nessuno lo può sapere. Solo io so quello che ho scordato.
Ho dimenticato addirittura pezzi del mio corpo, che mi restano per fortuna attaccati, se no sarei davvero un buffo spettacolo itinerante.
Ho dimenticato qualsiasi cosa tranne l'unica che, se ci riuscissi, mi permetterebbe di sopravvivere.

domenica 13 luglio 2014

Questa domenica pomeriggio.
Questo mese di luglio.
Sono un'ombra che si posa intorno ai miei occhi. 
Come un velo grigio, come un'ovatta sporca che si è raggruppata ai lati della mia vista e che mi opprime. Qualcosa che limita la mia visione periferica.
Intorno a me ma non molto vicino, nella stanza di una casa di un condominio giallino, c'è qualcuno che suona un pianoforte.
Mi viene in mente che possa essere un ragazzo perchè suona una musica che mi sembra maschile, ma, in realtà potrebbe essere chiunque.
Sono grata dell'esistenza di questo suono, io che mi infastidisco di ogni cosa, che ogni manifestazione dell'esistenza dei miei vicini mi nevrotizza. 
Mi sento accompagnata e la musica, con le sue pause e le sue ripetizioni, come se chi suona stia imparando e ripeta più volte un passaggio difficile, mi rende tangibile il tempo e me lo fa passare.
Appena la musica si interrompe il tempo sparisce, si ferma, viene inghiottito oppure si inghiotte da solo.
Il tempo finisce e torna ad essere l'ovatta grigia ai lati dei miei occhi.
Al centro del mio sguardo, l'unica cosa che sono capace di mettere a fuoco, non è altro che quello che non vedo più.

domenica 6 luglio 2014

Ricordo tutto. Ricordo ogni cosa.
Ogni cosa vissuta.
Ricordo anche i miei pensieri e le mie fantasie.
Spesso mi capita di ricordare anche le immagini che ho prodotto nei miei sogni. 
Qualche volta in un sogno mi è capitato di ricordare qualcosa che avevo sognato tempo prima.

Ora, ora che il tempo, e con esso il senso, mi ha abbandonato, mi capita di confondermi, di domandarmi se qualcosa che ricordo l'abbia vissuta o solo immaginata.
Vivo in un miscuglio di ricordi e di pensieri e di pontificazioni sui ricordi, e sui pensieri.
Un garbuglio faticoso e inestricabile.
Soprattutto inutile da districare.

Così, ricordo un momento, un pomeriggio, il pomeriggio del giorno in cui compivo 40 anni. 
Il tempo era brutto, pioveva, faceva vento e freddo. 
Avevamo appuntamento sotto il ponte di Port'Alba, io uscivo dal lavoro, dovevamo andare a comprare il tuo regalo per me.
Ti trovai con delle enormi buste piene di libri che non avevi potuto fare a meno di comprare: Port'Alba era il tuo regno, il tuo sogno proibito di lettore compulsivo.
Trascinammo con noi queste enormi buste pesantissime sotto la pioggia, sotto l'ombrello, sembravamo dei profughi sbarcati con le proprie cose, i propri relitti.
Mi ricordo di avere pensato, nel momento in cui ti ho visto che mi aspettavi insieme alle buste, di avere pensato che ce la stavo facendo, che stavo trovando con te il modo in cui potevo vivere. 
Che era un modo assurdo, ma per me funzionava.
Che vedevo la luce in fondo al tunnel che fino a quel momento era stata la mia vita.
Fu un bel compleanno.
Quello che non sapevo era che la luce che vedevo non era  quella in fondo al tunnel ma quella prima di entrare nel tunnel successivo, quello definitivo.
Poco più di un mese dopo si è avviata la catastrofe che mi ha portato qui.

Quella scena, quei pensieri, quel ricordo, si confondono l'uno sugli altri, si sovrappongono alle fotografie e al tentativo di salvare tutto quanto dalla confusione.

Che fatica.
Inutile. 



venerdì 30 maggio 2014

Come è possibile che tu non mi senta gridare.
Come è possibile.
Eppure io sono qui.
Le mie urla girano a vuoto come le pale di questo ventilatore bianco.
Sono in fondo a questo cerchio di sabbia e grido.
A te. 
Come è possibile che tu, unica creatura umana che abbia mai avuto orecchie capaci di sentirmi, come  è possibile, come fai adesso a non sentire.
Se è vero che le cose esistono.
Se è vero che i pensieri si formano nella carne umana.
Se c'è mai stato qualcosa di vero.

In questo cerchio che mi gira intorno piatto, pacifico, inconsistente come un abisso. Io sto urlando.

Due giorni, due anni. Oppure venti. Anni.
L'inutile agonia del tempo.





domenica 2 marzo 2014

Come se fosse ancora possibile incontrarti. Come se ci fosse ancora una speranza che non c'è. 
Come se voltando un angolo del tempo il dolore e il rancore potessero sparire.
Occhi miei, vita mia.

martedì 8 ottobre 2013

Breve (e triste) storia di un paio di scarpe


Ovvero di come anche un inanimato paio di scarpe possa essere travolto da un insolito destino

  Un sabato mattina di maggio, il 5 maggio 2012 (eh lo so, come faccio a ricordarmi così le date, è sicuramente un sintomo delle mie patologie mentali), era una mattina piovosa e grigia come oggi, ma io la ricordo come una delle mattine più belle del mio ultimo tempo.
Ero in quel paese, triste e piovoso anche lui, dove meditavo di trasferirmi e dove passavo parecchio tempo già da molti anni ma dove mi ero sempre sentita un'estranea. Ci passavo raramente e sempre di corsa, entravo in un negozio, in farmacia, prendevo un pessimo caffè, ma non conoscevo nessuno, le persone mi guardavano e mi riconoscevano come una forestiera, era sempre una sensazione straniante e un po' triste, soprattutto per una come me che nella mia città sono abituata a parlare con tutti.
Nell'ultimo mese però erano successe parecchie cose nuove, o almeno a me sembrava che fossero successe, pensavo che fosse arrivato il momento che aspettavo da tempo. 
Saremo stati meglio, avremo potuto guardare un poco di futuro, pensavo, non un futuro enorme, ma giusto quel poco che ci serviva.
Poiché ero molto contenta decisi che potevo concedermi di fare un piccolo acquisto che meditavo già da un poco. Un paio di Superga blu, come le portavo quando ero ragazzina. 
Mi sembravano adatte per essere usate nella casa e nel giardino dove spesso mi trovavo a vivere e le comprai per lasciarle lì per quando fossi tornata la prossima volta. L'estate sarebbe presto arrivata e forse avrebbe portato qualcosa di buono. Era decisamente una mattina che mi sentivo ottimista, avevo al mio fianco il mio uomo che si apriva ad una nuova vita e io ero con lui. Era il momento che aspettavo da anni.
Entrai nel negozio di scarpe e riuscii addirittura a fare due chiacchiere con il negoziante, tornerò a trovarla, gli dissi andando via con il pacchetto fra le mani.
Ma l'ottimismo, si sa, fa male, soprattutto a chi non ci è abituato, come me.
Infatti pochi giorni dopo ripartii e lasciai le mie scarpe nuove nella loro scatola, e il mio fidanzato, che sembrava nuovo anche lui, sul marciapiedi della stazione, avrei ritrovato entrambi al mio ritorno, che sarebbe avvenuto di lì a poco.
Non sapevo che non sarei tornata mai più, me lo disse il telefono in un confuso balbettio.
Le scarpe, insieme ad alcune tristi vestigia della mia vita distrutta, mi furono dopo alcuni mesi restituite.
Adesso, sono nel mio armadio. 
Le vedo ogni mattina quando lo apro. 
Sembrano guardarmi. Mi chiedono di uscire a fare una passeggiata. Sono nuove, fiammanti, vorrebbero consumarsi un poco.
Qualche volta ci ho provato a metterle e portarle a spasso. 
Ma mi sembrano così pesanti così estranee, che non riesco a camminare, torno a casa e le tolgo, e le rimetto nell'armadio.
Ci proverò un'altra volta, le metterò per un tragitto breve, penso.
Povere scarpette blu involontarie testimoni di una catastrofe. 
Un po' come quelle scarpe nelle foto dei disastri, che tristezza che fanno, abbandonate, spaiate, distrutte insieme alla vita dei loro proprietari che si immagina finiti chissà dove, scalzi oppure, peggio, con una scarpa sola.
Stamattina pioveva, le ho messe lo stesso. 
Sono uscita, sono tornata, le ho rimesse nell'armadio, scarpe pesanti, niente da fare. 
Resteranno lì probabilmente per sempre, perché di questo passo non si consumeranno mai, come me, resteranno vittime di un incantesimo, le scarpe della Bella Addormentata.






mercoledì 11 settembre 2013

Spazio

In questo tempo, che si sta facendo lungo ma che non passa né si muove né muta, ho capito una cosa che ha a che fare con lo spazio. 
Forse ho capito anche una cosa che ha a che fare con il tempo, ma questa è materia di un altro post, eventualmente. Dico eventualmente perché una delle prime cose che bisogna capire per vivere in un civile consorzio è qualcosa che ha a che fare con la pazienza altrui, cosa di cui non si deve mai abusare.
Ma torniamo alla faccenda dello spazio.
Dentro di me c'è uno spazio finito.
Non so quanto è grande, forse è enorme, forse invece è uno spazio piccolino.
Come se io fossi un armadio, quello in cui amavo nascondermi da bambina.
Come se fossi un ripostiglio, una valigia, un salvadanaio, un uovo, una scatola di cioccolatini.
Come se fossi un cassetto pieno di cianfrusaglie, una scatola piena di vecchie fotografie o di biscotti.
Come se fossi una persona con dentro diciamo un cuore. 
E in questo cuore uno spazio.
Prima nel mio spazio c'era posto per molte cose. 
Ce n'era un poco riservato a un amico, a un'amica, un altro riservato a un bel gruppo di amici considerati magari nel loro insieme.
Poi c'era lo spazio delle preoccupazioni, dei grattacapi, del lavoro, delle simpatie e delle antipatie.
C'era lo spazio per i genitori, la famiglia.
C'era quello delle speranze, dei sogni, dei desideri e quello delle paure e delle cose indesiderate.
Quello del sonno e dei sogni, quello degli interessi più o meno interessanti a seconda dei momenti.
Mi sembrava che fosse tanto ampio questo spazio e che la sua misura fosse più o meno in linea con quello che hanno tutti, chi più chi meno.
Non me ne sono mai preoccupata più di tanto, mi sembrava una dotazione standard, una RAM che poi ognuno riempiva come più gli conveniva.
Anche io ho avuto la mia RAM.
Ecco, in questo tempo che si sta facendo lungo ma che non passa né si muove, né muta, mi sono accorta che tutto il mio spazio è occupato. 
Personale al completo.
Il mio dolore occupa tutto lo spazio che ho ricevuto in dotazione.
Non ce n'è più per tutte le cose che lo riempivano.
Desideri, speranze preoccupazioni, sono tutti spariti, sono stati buttati fuori.
Un amico mi delude e io non provo nulla, prendo atto della delusione come se spuntassi una casella nella lista della spesa.
Una persona fa un gesto carino nei miei confronti, idem.
La lista potrebbe essere lunga ma più o meno la faccenda si capisce facilmente.
Certo tutta questa assenza un giorno si riempirà, e bla bla.
Lo so, le cose passano, i portoni si aprono eccetera.
So tutto.
Per il momento prendo atto e un po' mi incuriosisco di come sia possibile questa evenienza e di come sia possibile che duri così a lungo.
Comunque sia.
E qual è la cosa che ho imparato, allora?
Ho imparato che il dolore è l'unica cosa in grado di occupare tutto lo spazio che c'è dentro una persona, che non succede così per la gioia o per qualsiasi altro sentimento umano.
Ho imparato poi un'altra cosa a proposito del dolore, ma anche questa cosa semmai sarà materia di altro post.




martedì 25 giugno 2013

Persiane

È tantissimo che non scrivo.
Sono capitata qui e mi sono resa conto che è una vita che non ho scritto più.
E perché mi sono detta?
Perché le parole mi si sono chiuse, mi sono risposta.
Come gli occhi.
Che per me, ho pensato, le parole sono un po' come sono, per me, i miei occhi.
Che quando guardo le persone, le cose intorno, io un po' me le accarezzo, con gli occhi, se mi piacciono, le persone, voglio dire. Quelle che non mi piacciono non le guardo per niente.
Me le abbraccio, le persone che mi piacciono, mi ci affeziono, me le imparo, per prima cosa con gli occhi. 
E anche con le parole farei la stessa cosa, se mi riuscisse di dirgliele, quelle che vorrei dirgli, alle persone, che quasi mai mi riesce. 
Comunque, siccome in questi mesi gli occhi mi si sono chiusi, che non guardo più niente di quello che c'è intorno a me, che ho solo voglia di tirare calci, di rompere tutto, di prendere un coltello e di farmi qualche buco, qualche taglio, che poi non lo faccio ma ci penso spesso, che poi io sono la persona più debole del mondo e non farei nulla nemmeno se al momento giusto mi incontrassi col cattivo giusto, mi si sono chiuse anche le parole.
Come se fossero persiane.
A dire il vero le parole, come le persiane, mi si aprono solo di tanto in tanto. Gli occhi guardano e stanno zitti ed è più facile che non portino scompiglio, ma le parole no, quelle suonano e le persone quasi mai le intendono nel verso giusto, nel mio verso, verso quello che veramente voglio dire e sono.
Praticamente, pensavo, se alle persone che mi trovo intorno avessi detto quello che veramente avrei voluto, chi sa loro cosa avrebbero pensato.
Di certo conoscerebbero un'altra persona.
Io quell'altra persona lo sono stata solo con una persona.
Che siccome non c'è più, è meglio per me chiudere le persiane definitivamente, perché tanto lo so, è sempre andata così.


domenica 3 marzo 2013

Invece no

E' domenica.
Il tempo è bello.
Bisognerebbe uscire e andare a passeggiare in un parco bello e silenzioso.
Bisognerebbe potersi sdraiare su un quadratino d'erba, chiudere gli occhi e vedere quel colore rosa scuro attraverso le palpebre chiuse.
Bisognerebbe fare cose così, piccole e piacevoli.

martedì 19 febbraio 2013

Il bambino fatto di lacrime


C’era una volta una donna che sembrava una ragazza.
Glielo dicevano tutti: “Va là che sembri una ragazza!”, oppure “Di che ti lamenti che tanto sembri ancora una ragazza?”. Quindi potrei dire, per cominciare questa storia: c’era una volta una ragazza. Non lo dico però, perché sarebbe una bugia e la ragazza, opps, la donna, si arrabbierebbe. Mi direbbe: “Ho fatto tanta fatica per crescere che di forza non ne ho più, finalmente sono quello che dovevo essere, per quanto poco sia, e nessuno se ne accorge”.
La donna, però, era da parecchio che aveva smesso di arrabbiarsi per quello che dicevano gli altri, anzi gli altri, tutti gli altri, le passavano davanti agli occhi senza che lei neppure li vedesse, perché era molto occupata.
Era occupata ad essere triste.
Era talmente triste che il mondo tutto intero era sparito dai suoi occhi. Era rimasta sola in uno spazio bianco.
Questa sua tristezza la faceva piangere e piangere come una fontana.
Era diventato un bel problema, una cosa per cui prendere dei provvedimenti.
Portava sempre l’impermeabile anche dentro casa quando non doveva uscire, per non bagnare continuamente i vestiti e doversi cambiare; aveva trovato il sistema di mettere bacinelle e stracci in ogni stanza della casa con cui asciugare il pavimento e teneva sempre a portata di mano fazzoletti e asciugamani.
Vivere insieme a tutte queste lacrime era piuttosto complicato oltre che faticoso. Sì perché quando ad esempio nei film, si vedono le persone piangere, di solito una lacrima trasparente scorre sulle loro guance, gli occhi al massimo si arrossano un poco, loro si asciugano contegnosamente e la cosa risulta molto commovente ed educata.
Invece piangere nella realtà è molto più faticoso e risulta anche più spiacevole da vedere. Bisogna soffiarsi continuamente il naso. Nessuno studio clinico, che io sappia, si è mai occupato della schifosa relazione che intercorre tra le lacrime degli occhi e il muco del naso.
Comunque.
Passava il tempo ma la donna non smetteva di piangere.
Tutti le dicevano. “Ma dai smettila, che vuoi che sia, le cose passano e passeranno anche per te, piantala un po’, fai un corso di ceramica, di bricolage, di decoupage, di alta pasticceria, iscriviti a Master Chef, a X Factor, scrivi un libro di ricette, di racconti, di barzellette, candidati alle elezioni, impara a ricamare!”
Ma niente, la donna non smetteva.
Passavano i giorni e anche i mesi.
Un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro. Passò l’estate, venne l’autunno, Natale passò e se ne andò, stava quasi per tornare la primavera.
Passarono nove mesi.
Una mattina, svegliandosi, la donna trovò accanto al suo letto una piccola culla con dentro un bambino.
Era un bambino bellissimo, sembrava fatto di luce, sembrava fatto di vetro.
Aveva gli occhi luminosi e il sorriso di un bambino che sorride. Era fatto di lacrime.
Il bambino la guardava.
“E tu chi diavolo sei?” gli disse la donna, “come ci sei arrivato qui, accanto al mio letto?”
“Mi ha fatto tu con tutte le lacrime che hai versato in questi mesi.”
Il bambino saltò giù dalla culla, e fece due passi per la stanza.
“Perché piangi tanto? I vicini si saranno lamentati, gli avrai fatto le macchie sul soffitto.”
Era pure spiritoso.
“Piango perché ho perso la persona della mia vita” rispose lei.
“Lo sapevo, ho chiesto solo per fare conversazione” disse lui.
Era pure un po’ stronzo.
Bellino, fatto d’acqua, sorridente, ma un po’ stronzo.
“E hai intenzione di rimanere qui?”
“No, sono venuto per te. Fatti bella, io ti aspetto qui.”
La donna se ne andò nel bagno, si lavò con cura, si pettinò e si truccò, era bella nonostante gli occhi fossero stanchi dal troppo pianto. Si vestì, indossò un vestito e tutti i gioielli e gli anelli che le aveva regalato la sua persona.
“Sono pronta”, disse.
Il bambino le sorrise e le prese la mano, le disse: “Andiamo, vieni con me”.
Aprì la finestra.
Fuori l’aria era azzurra, il cielo limpido e freddo, ripulito dal vento del nord che soffiava piano, era un giorno ideale per i pescibanana.

sabato 16 febbraio 2013

Superpoteri

Quanti fallimenti, quanti sbagli, quanti errori di valutazione, quante sviste, amore mio, lungo la mia strada, la strada che mi ha portato fino a te e ora fino a qui.
Dove qui è un punto senza coordinate nello spazio e nel tempo. 
Il mio limbo che si chiama qui.
Mi sono chiesta, così, per giocare un po' con me stessa: se avessi una specie di super potere, se avessi la possibilità di tornare indietro, in qualche punto della mia vita, e di riscriverne la storia per farlo andare meglio, per avere il mio lieto fine, quale punto riscriverei?
Così ho cominciato dalla fine, i momenti più vicini, e mi sono detta: certo, se non fossi stata licenziata... e ho immaginato che nulla fosse accaduto e ho cercato di fare andare avanti la storia da quel punto, per vedere se era stato quello il danno definitivo.
Ma, poiché le ore della notte, ahimè sono lunghe assai, il gioco a ritroso è continuato.
Mi sono detta che era proprio quel posto che non andava bene per me e che non ci sarei dovuta arrivare, così sono andata ancora indietro, al lavoro precedente e a quello prima. 
Se avessi vinto quel concorso? Come sarebbe stata la mia vita? O addirittura quello precedente? O uno di quelli che non mi ricordo più di avere fatto?
Se avessi detto di sì a quel ragazzo che mi corteggiava tanto?
Se avessi detto di no a quell'altro?
E così, ancora e ancora.
Quanti fallimenti, quanti sbagli amore mio, fino ad arrivare a te, e ad aspettare, questa volta, che fossi tu, a fallire con me.

giovedì 24 gennaio 2013

La mia vita e i libri

Perché mi lasci?
Lui scrisse: Io non so come vivere.
Neanch'io, ma sto tentando.
Non so come tentare.
C'erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero male a me.


Molto forte, incredibilmente vicino, J.S. Foer, Guanda, 2012.

martedì 22 gennaio 2013

E comunque, pare che il tempo passi


Il tempo passa inesorabile, le giornate stanno già cominciando ad allungarsi un’altra volta. 
È assurdo se penso che invece il mio tempo è fermo e che neanche mi sono accorta delle giornate che, dopo l’estate, tornavano a essere finalmente più corte. Dico finalmente perché tutti sanno che io odio l’estate e quelle sue interminabili giornate di luce, che non si sa cosa ci sia di bello da vedere, per quale motivo il giorno non debba mai finire dato che facciamo sempre le stesse cose sia con la luce che con il buio. Sì, sì, lo so che l’estate non è per gli uomini ma per le piante e per gli animali, ma francamente a me delle piante e degli animali me ne frega niente. 
Gli animali mi piacciono di più, ma solo quelli pelosi che si possono accarezzare, le piante invece, per quanto mi riguarda nemmeno mi accorgo se ci sono oppure no.
Ieri comunque ho notato che alle cinque non è più buio, come succedeva qualche giorno fa. L’ho notato con sgomento.
Che poi che cosa mi cambia, mi sono detta. Non lo so, mi sono risposta, in verità non mi cambia niente, mi dà solo un senso di disagio scoprire che il tempo non si ferma anche quando io lo percepisco fermo. Peggio per me, mi sono detta, il tempo se ne va per i fatti suoi, scorre, come un fiume, che metafora banale, nessuno lo può fermare, altra orrenda banalità. Per questo tutti sembrano affrettarsi ad andare da qualche parte. Pure io credevo di andarci, da qualche parte, invece ero ferma, immobile, e non lo sapevo. Che poi a pensarci bene credo di essere stata sempre immobile, nella mia vita, non mi doveva essere così difficile capire che anche questa volta era così. 
Vabbè, mi sono detta mentre constatavo che alle cinque del pomeriggio non è più buio come qualche giorno fa, mi sveglierò di colpo a cinquanta, sessant’anni e mi dirò che ho sprecato la mia vita. A quel punto impazzirò e comincerò ad adottare cani randagi, a dare da mangiare ai gatti per strada o, peggio ancora ai piccioni, quei disgustosi animali a cui gli anziani, non si sa per quale motivo di demenza senile, lasciano a terra negli angoli il pane spugnato nell’acqua. 
Che io da piccola, quando mi dicevano che chi va in prigione mangia pane e acqua, mi immaginavo qualcosa del genere, non il pane e l’acqua, ma il pane spugnato nell’acqua, farà parte della pena, pensavo, dovere mangiare questa schifezza, pensavo. 
Il mio piano comunque non è proprio questo, non vorrei arrivare alla senile coltivazione dei piccioni da strada né dei cani da appartamento, ma non ve lo posso rivelare, il piano, perché poi lo so già che ci mettereste tutti bocca e vorreste tutti sindacare, quindi niente, non si rivelano i piani.
Che poi pure l’idea di tutto questo tempo, fermo ma in movimento, di tutto questo avanzare di giorni sul calendario, di mesi e di stagioni tutte uguali, una dopo l’altra, cominciava a darmi un certo fastidio, per cui a un certo punto avevo deciso di darci un taglio. La cosa però non ha funzionato, e non sto qui a recriminare, ma evidentemente non è poi così semplice come si crede, darci un taglio.
Comunque non mi ricordo nemmeno perché l’ho cominciato tutto questo discorso, se non forse per dire che il tempo passa, come al solito. 
Tra l’altro fuori piove che dio la manda e io continuo a chiedermi come sia possibile. Non mi chiedo come sia possibile il fenomeno meteorologico della pioggia, naturalmente, essendo una cosa normale che si verifica d’inverno, un problema di masse d’aria che si spostano e così via, una di quelle cose che succedono nelle famose stagioni di cui sopra. D’inverno piove e fa freddo, si sa.
Guardo e ascolto la pioggia, e mi chiedo come sia stato possibile, come, come, come. 
Sono ostinata io quando mi faccio le domande, lo sanno tutti. E poi mi dico: ma è della tua vita che stiamo parlando? Di te? E allora come altro doveva andare scusa? Ma che sei scema? Ma davvero ci avevi creduto a quella stupida storia del principe azzurro, del compagno della vita? Ma sul serio ti dicevi che era stato un miracolo? Allora sei scema davvero, scusa. 
Lo dovresti sapere, le persone sono molto uguali ma anche un po’ diverse, se non fossero uguali non si potrebbero curare, né i loro corpi né le loro menti, quando si può curarli, non si potrebbero raggruppare per studiarli, né prevedere i loro comportamenti, hanno gli stessi dolori e le stesse gioie e le stesse speranze, tutto uguale, ma tutto leggermente diverso. In questo grande numero di leggere diversità ci sei anche tu. E dovresti ben conoscerti no? Infatti ti conosci. E quindi ammettilo serenamente. Lo hai ammesso? Bene. E allora, alla luce di questa serena ammissione, ancora ti domandi perché?
Smettila, lascia andare il tempo, almeno.

mercoledì 2 gennaio 2013

Ho sceso, dandoti il braccio...

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tutt'ora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale da Xenia II

Questo avrei voluto fare, scendere un milione di scale.
Da sola non sono più capace, né lo sono, in vero, mai stata.

martedì 18 dicembre 2012

Un giorno come un altro

Oggi è stato il giorno che abbiamo aspettato e sperato che arrivasse.
Il giorno che ci avrebbe dato una possibilità, la nostra prima vera e concreta possibilità.
Il giorno che, se tu ce l'avessi fatta, come spero sia successo, avremmo festeggiato e ci saremmo detti che ce la potevamo fare, che il più difficile doveva arrivare, ma ce la potevamo fare.
Il giorno che saremmo andati a dormire con una piccola speranza in più.
Questo giorno è arrivato e ormai è quasi finito. 
Ma il tempo aveva già mostrato la sua schiena e mi aveva già rivelato che il nostro futuro non è mai stato in grado di realizzarsi, e che la nostra possibilità era per qualcun altro che ne avrebbe fatto un uso migliore.
Mi avvicino alla sera e alla notte e me ne andrò a dormire fra non molto.
Oggi per me è stato un giorno come un altro.




venerdì 14 dicembre 2012

Caro Babbo Natale

Stamattina piove e la malinconia la fa da padrona, come in realtà fa anche quando non piove, quando tira o non tira vento, quando c'è il sole o la nebbia.
Che fra qualche giorno sarà Natale è impossibile cercare di dimenticarselo, ogni cosa intorno, ogni canzone alla radio, ogni vetrina di negozio, non fa altro che ricordarmelo, a me come a parecchi altri abitanti del globo, non a tutti per fortuna.
Così in questo clima da ultimo minuto, da imminente fine di qualcosa di imprecisato, mi sono ricordata che nel mio vecchio blog, che cominciai nel 2003, scrissi una letterina a Babbo Natale che riscosse un certo successo nella comunità virtuale che esisteva allora e che oggi non esiste più.
Il post risale appunto a nove anni fa, giorno più, giorno meno.
L'intenzione era quella di ripostarla su questo blog e quindi sono per prima cosa andata a cercarla.
L'ho trovata, l'ho riletta e sono rimasta stupefatta. 
La persona che scriveva allora era un'altra. 
Il tono, le parole, le pause, sono mie, le riconosco profondamente, eppure ormai non sono più mie.
Della ragazza di allora ricordo ogni cosa, i giorni, le sensazioni, i sentimenti, mi sono riaffiorati immediatamente alla mente: il lavoro che avevo, la mia scrivania, la strada che facevo ogni mattine e ogni sera, il telefono che squillava incessantemente, le persone che frequentavo, la routine quotidiana che mi schiacciava, eppure mi sembra che questi stessi ricordi mi siano lontanissimi, mi rivedo in terza persona, come se guardassi qualcosa alla televisione con me stessa come protagonista.
E' certamente per questo motivo, per questo distacco assoluto, per questa cesura profonda e non emendabile, che in alcuni momenti mi sembra impensabile e addirittura mi risulta fastidioso che alcune persone che mi stanno intorno vivano ancora come vivevamo insieme allora, pensino le stesse cose e si comportino negli stessi modi.
Allora cosa è rimasto di quella letterina a Babbo Natale di nove anni fa. 
Nulla credo.
Dovrei scriverne una nuova ma non è in mio potere, a Babbo Natale non ci credo più, finalmente, e alla mia età era pure venuto il momento.

Se a qualcuno è venuta una piccola curiosità la letterina la potete trovare qui.


domenica 18 novembre 2012

Ti direi

E ti racconterei che le foglie davanti alla mia finestra sono diventate tutte rosse ed è uno spettacolo.
Perché è autunno ormai, fra poco anche inverno, mentre io mi sento come se fosse ancora luglio; guardo i giorni passare e mi sembra che corrano così in fretta che in realtà si sono fermati in un momento del tempo imprecisato e immobile.
Ti direi che speravo di stare meglio quando l'autunno fosse finalmente arrivato perché è sempre stata la mia stagione preferita, quando tutto diventa più morbido e la natura smette di essere così furiosamente viva e si avvia con più gentilezza verso il momento in cui la possiamo dimenticare. Ma non sto meglio per niente e di questo autunno anormale nemmeno mi accorgo, nemmeno mi viene voglia di inveire contro il caldo appiccicoso che fa.
Perché il crepuscolo della sera che arriva così presto non mi porta nessun sollievo. Ricordo che mi piaceva guardare le luci che si accendono nelle case, dietro le tende.
Mi ricordo di molte cose di me che sono scomparse e mi chiedo se siano mai esistite.
Ti racconterei che passo alcuni pomeriggi in casa di amici, dove vedo e guardo e sono circondata da tutto quello che avrei voluto avere anche io, amici che per fortuna mi accolgono e mi consentono di  passare un tempo insieme, più lieve del tempo che si passa da soli, e preparo torte - sì è così, preparo torte - che vorrei che assaggiassi anche tu, le torte che immaginavo avrei preparato per te nei pomeriggi con il buio fuori.
Vengono proprio buone e profumate di casa e di famiglia. Ne taglio una fetta e immagino che tu la assaggi, seduto in una immaginaria cucina che mi irrita che anche nella fantasia assomigli alla cucina di casa tua mentre io vorrei che assomigliasse alla cucina di casa nostra, e mi dica se ti piace oppure no, invece la porto a casa mia, la sera tardi, avvolta nella carta stagnola.
La mangerà mio padre per colazione, in piedi, domani.
Ti direi che non andrò a votare alle primarie perché non ho più il senso del futuro e nemmeno del presente, perché sentire parlare Renzi mi disturba e perché Bersani è una persona concreta ma non sa da che parte cominciare e sentirlo dire parole che non corrispondono a cose mi spaventa. 
Ti vorrei raccontare dei calzettoni colorati e morbidi che ho comprato, e di un bambino simpatico e buffo con cui ho cenato ieri sera che mi ricordava non so perché un mio amico che conosci anche tu.
Ti direi che da quando si è aggiornato il sistema operativo dell'iphone ogni tanto parlo con Siri e mi fa ridere la sua voce seria da segretaria modello. Chi lo sa se lo fai anche tu. Fra qualche giorno sarà un anno da quando me lo regalasti, quella sera di novembre. 
Fra due giorni ci sarà l'inaugurazione dell'anno accademico e io non ci sarò, e sono contenta perché organizzarlo sarà stato un delirio tra presidenti di tutte le nazionalità e l'incompetenza istituzionalizzata, ma in qualche modo mi mancano le persone e mi manca non avere più un filo che mi lega a qualcosa, qualunque cosa sia.
Comunque sia oggi è domenica, anche questo ti volevo dire, non che sia poi così importante.

mercoledì 31 ottobre 2012

La notte del Grande Cocomero

Stanotte è la notte del Grande Cocomero.
Vorrei vederlo arrivare, chi sa se vola o cammina.
Forse galoppa. Sì, mi piacerebbe che galoppasse, come un deforme principe azzurro, con una testa enorme e il corpo magrissimo.
Come un principe azzurro del colore sbagliato.
Qui piove tanto che dovrà arrivare armato di ombrello.
Stanotte, se verrà, sarà per me.
Lo so.
Atterrerà e mi coprirà con il suo mantello fatto di foglie, mi terrà caldo e scuro e mi farà dormire.
Dormirò tanto a lungo e tanto profondamente che quando mi sveglierò non saprò più chi sono, non avrò più nome né passato né futuro.
Diventerò una foglia o un ago di pino, qualcosa che se punge non fa sanguinare, diventerò muschio oppure fungo.
Questo sarà il regalo del Grande Cocomero per me.






giovedì 11 ottobre 2012

Lotteria Italia

Ieri sera ho preso la funicolare che dal Vomero porta "giù Napoli" a via Toledo. O via Roma. 
E' quella una delle tante strade della città che ha molti nomi perché ha avuto molte vite. Si chiamava originariamente via Toledo, poi ha preso il nome di via Roma in tempi molto più recenti, poi, in omaggio alle cose antiche e al suo antico cuore il vecchio nome le è stato restituito con il risultato che ognuno la chiama come preferisce a seconda del suo cuore, dei suoi ricordi e delle sue consuetudini.
Avevo appuntamento con un'amica. Io come al solito ero in anticipo, lei un poco in ritardo. 
Così sono rimasta sulla strada ad aspettarla per una decina di minuti, forse di più.
Accanto a me c'era una bancarella. 
Non ci ho fatto subito caso perché su via Toledo, che io però preferisco chiamare via Roma, chi sa questa preferenza cosa rivela del mio cuore, c'è una tale confusione, un via vai impazzito e un numero di bancarelle, ambulanti e questuanti che impedisce di vedere alcunché.
Erano le sette e mezza ed era buio. 
Anche il buio che prima amavo tanto e che oggi mi spaventa e mi disorienta, come mi spaventa e mi disorienta ormai ogni cosa, forse mi ha impedito di rendermi immediatamente conto di quello che mi accadeva intorno. 
Guardavo ogni cosa senza vedere nulla.
Davo le spalle al piccolo banco che avevo notato appena arrivando, e una voce profonda e cavernosa mi ha fatto sobbalzare.
"Lotteria Italia!" chiamava una vecchia. 
Non è stato l'urlo che mi ha colpito ma il tono della voce. 
Un richiamo abituale, lanciato senza intonazione, con indifferenza, come si compie un servizio abusato, noioso, un atto dovuto.
Mi giro e vedo una signora con l'aspetto di una strega, i capelli bianchi e crespi, le mani nodose e le unghie acuminate.
Nonostante tutto, il suo sembrare una strega cattiva, la bancarella, il grido lanciato e la situazione in generale, era molto tranquilla e composta. 
Ogni tanto, mandava il suo richiamo "Lotteria Italia, lotteria!", altrimenti stava in silenzio e fissava un poco nel vuoto. Qualcuno si è avvicinato a comprare i biglietti.
A un certo punto, un altro ambulante, che vendeva cianfrusaglie, anche lui lanciando un richiamo che si confondeva nel rumore della strada, è passato davanti a noi e le ha fatto il verso. 
Lei si è un po' arrabbiata, un po' no e gli ha risposto per le rime.
Poi, siccome io stavo vicino a lei, si è rivolta a me per commentare l'accaduto: "E' un ragazzo scostumato, ma non è cattivo, ogni volta che passa mi sfotte" mi ha detto.
Io presa alla sprovvista le ho risposto: "Ci vuole pazienza con questi ragazzi, sono maleducati", e ho fatto per girarmi e per continuare a farmi i fatti miei.
Ma lei si vede che si era annoiata di stare lì sola, era buio ormai, forse stava per andare a casa. 
Voleva fare ancora due chiacchiere.
Ha chiamato, con quella sua voce roca e profonda il suo cagnolino: "Lady!" e subito Lady è apparsa scodinzolando. Un bastardino molto pulito, curato e con un bel collare.
Mi ha detto: "Sta con me da dieci anni, siamo io e lei da sole, la mattina mi sveglia e vuole subito uscire, se ne viene a via Roma a fare la passeggiata. E' molto intelligente, capisce tutto e si fa capire, mi accompagna sempre tutti i giorni al mio lavoro e poi la sera ce ne torniamo a casa. Adesso si è stancata e mi sta dicendo che se ne vuole andare."
Io ho fatto un po' di ciance al cane, poi è arrivata la mia amica. Ho salutato la signora e me ne sono andata per la mia strada.
Ma mi torna ancora in mente la sua voce, i suoi capelli bianchi e crespi, la sua compostezza.
Il cane, i biglietti della lotteria.
Non so nemmeno bene cosa ho pensato, cosa ancora adesso sto pensando.
Ho pensato a quella donna sola, mi sono chiesta come vive, probabilmente in un basso poco lontano, se c'è qualcuno che si preoccupa per lei, probabilmente no.
Non mi sembrava triste solo molto tranquilla, forse serenamente rassegnata alla sua vita, ai suoi biglietti della lotteria, alla sua solitudine e a quel richiamo che lanciava con la sua voce profonda ma indifferente.
Ho pensato a lei, a me, al destino, alla fine delle vite, ai cani e alla solitudine, alla mia città e a come si possa sopravvivere nei modi più strani e complicati, con l'aria che sia invece normale.
Ho pensato alla lotteria e a quei biglietti sistemati ordinatamente su un banco da niente messo in mezzo a una strada.
Questi pensieri mi mettono tristezza e nemmeno so perché.
Un tristezza che ha il sapore della sconfitta e della rassegnazione, come il tono di voce della signora, un tono senza intonazione, appunto.
La prossima volta che passo le compro un biglietto.